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“IL PICCOLO” teatro di Milano

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“Quando Paolo e io lo scoprimmo, questo teatro era abbandonato, era pieno di buio e dentro c’era stato l’orrore. Abbiamo trovato, una mattina che era piena di sole, tracce di sangue sui muri. I camerini erano stati celle di tortura durante la Resistenza, erano serviti per rinchiudere il dolore dell’uomo, la rivolta di chi si rifiuta all’orrore e alla sopraffazione.” Giorgio Strehler

Venezia 66. Controcampo Italiano
Sono tanti i lavori visti a Venezia 2009, dove i registi usano il mezzo filmico e soprattutto il documentario per opporsi, per riuscire con un gesto a manifestare il dolore per l’impotenza nel vedere violentata la cultura in Italia.

Nella sezione Controcampo italiano, Il Piccolo di Maurizio Zaccaro attraverso la storia di questo luogo d’arte e soprattutto le riflessioni di Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Sergio Escobar, Luca Ronconi che il Piccolo Teatro di Milano lo hanno creato (i primi) e guidato per tanti anni, prova a sviluppare un importante discorso sulla qualità della cultura, sull’importanza delle risorse umane, pregiate e prestigiose, che però devono essere sostenute, perché, come recita un proverbio arabo citato nel film “la differenza tra l’oasi e il deserto non sta nell’acqua ma nell’uomo”, dove il deserto, nel nostro caso è rappresentato dalla chiusura ogni giorno di un cinema o di un teatro; nella sola Milano 53 in pochi anni come ricorda la struggente immagine di una vita del centro storico dove riappaiono le vecchie insegne che ormai non esistono più sostituite da outlet o banche.

Due oggetti di identificazione: il teatro e Milano. Il Piccolo, teatro d’Europa sempre vitale anche oggi, grazie soprattutto al continuo scambio fra le realtà più significative del teatro europeo e quelle nazionali, è i suoi spettacoli e le sue pareti, i suoi costumi, è la sua storia e quindi, non a caso, nella passeggiata tra i suoi anfratti, Gullotta su un telo di nylon, sulla porta di un sottoscala, rivede Marcello Moretti nell’Arlecchino, Strehler e Franciaroli, rivede immagini delle decine di spettacoli che vivono ancora tra le mura che li hanno messi in scena “perché il cibo per la mente vive nei teatri e ovunque si capisca l’importanza della cultura tanto bistrattata oggi” precisa il regista che ricorda come l’investimento pubblico complessivo dell’Italia sia da sempre ridicolo (0,3% del fus!) e come sia vergognoso che un ministro della Repubblica abbia affermato “meglio un piatto di polenta che la cultura”.

Zaccaro, regista e sceneggiatore che già lavorando a Terra madre di Ermanno Olmi, era tornato a raccontare il presente (piccolo omaggio al suo maestro con una scena di Milano ‘83), ripercorrendo la storia del Piccolo di Milano, combatte la sua personale battaglia d’arte “perché come diceva Nina Vinchi il teatro è la vera solidarietà: gli uomini e le donne di questo paese possano, per tre ore di spettacolo, ascoltare altri uomini riuscendo ogni sera, a sentirsi meno soli”. Solidarietà e sogni di una cività migliore “perché nella tolleranza, nell’indulgenza, nell’umanità, nel saper discutere di cultura si riescono a valutare i veri valori della vita”.

Nessuna sbavatura, una narrazione onesta e mai banale sull’oggi attraverso la tradizione e l’avanguardia del teatro.

Giovanna Barreca

DARIO FO : “SOTTO PAGA NON SI PAGA “–  CLIP EXTRA 1

DARIO FO : “SOTTO PAGA NON SI PAGA “–  CLIP EXTRA  2

Titolo originale: Il Piccolo
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Documentario
Durata: 75’
Regia: Maurizio Zaccaro
Cast: Giuseppe Battiston, Franco Branciaroli, Leo Gullotta, Toni Servillo, Dario Fo, Adriano Giannini, Mariangela Melato, Luca Ronconi,  Paolo Rossi, Marina Massironi, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Franco Graziosi, Ferruccio Soleri, Maurizio Porro…e tanti altri straordinari attori e registi

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È un bel viaggio, quello dentro al Piccolo Teatro di Milano, lo storico teatro fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi nel 1966, raccontato da Il Piccolo, documentario di Maurizio Zaccaro presentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano. È un bel viaggio perché Il Piccolo nasce con un’idea ben precisa, quella di essere  un teatro di protesta, non di consenso, ma di dissenso. Il suo pubblico era, è sempre stato, ed è ancora, un pubblico diverso da quello, ad esempio, del Teatro Manzoni. Ed è un bel viaggio perché a raccontarci la sua storia ci sono persone come il compianto Tullio Kezich, storico critico cinematografico, nonché produttore e autore teatrale, e Maurizio Porro, uno dei più preparati e garbati tra i critici cinematografici italiani.

Ci si commuove a vedere Kezich sul grande schermo. E ci si diverte, perché il critico triestino si dimostra ancora un grande narratore di aneddoti. È spassoso il racconto delle sere passate a casa di Strehler, dopo che dal mattino alla sera avevano parlato di teatro: una sera, alle undici, mentre Kezich voleva solamente dormire, Strehler bussò alla sua stanza per continuare a parlare, e gli fece una lezione su Goldoni, con una grande interpretazione. C’è una grande umanità, una grande arte, dentro alla storia del Piccolo. È un posto che ha un’atmosfera senza pari: quando si entra si sentono i fantasmi, e i silenzi sono ricchi di presenze, come racconta Mariangela Melato a Maurizio Porro.

È un documentario piacevolissimo, Il Piccolo, che si segue come se a raccontarci la storia del teatro ci fosse un gruppo di amici. Più che interviste quelle che vediamo nel film sono chiacchierate. Ci sono Branciaroli, Giuseppe Battiston, Paolo Rossi (che suggerisce di vendere i biglietti del teatro in edicola, come si faceva un tempo), Leo Gullotta. E poi Toni Servillo. Allora, per chi ama il cinema, questo film può servire per capire da dove arrivano le interpretazioni dei nostri più grandi attori. E Servillo è ancora una volta straordinario, quando ci parla della maschera, e ci racconta come l’attore cambi i propri gesti quando deve riferirsi a questa. Perché la maschera non sopporta la concretezza del gesto reale. La maschera è rituale. Lo vediamo anche in quel successo mondiale che è stata la Trilogia della villeggiatura di Goldoni.

Parlare del Piccolo significa parlare di Milano. E guardare inevitabilmente indietro. Ed è bellissima la scena in cui, in una via del centro, si accendono tutte le insegne dei cinema che c’erano e non ci sono più. E l’insegna del Piccolo riluce ancora. Nel film c’è tutta la Milano del Piccolo, la Milano intorno al Piccolo. Ed è una Milano bellissima.

Da vedere perché: Il Piccolo è la storia del teatro in Italia. E anche del cinema (vedi Servillo). Ed è come se ce la raccontassero un gruppo di amici.

Maurizio Ermisino

Red line vecto

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Il “Piccolo”Ha messo in scena 2000 recite, percorso 75 mila chilometri e visitato 40 Paesi. Per festeggiare questo «Arlecchino» dei record, di ritorno da diciotto mesi di tournée trionfale in America (40 rappresentazioni con il tutto esaurito), ieri al Teatro Strehler c’era una bella festa organizzata a sorpresa dal Piccolo. Coriandoli, calici di vino alzati e il pianoforte di Enrico Intra. Ma soprattutto tanti giovani, quelli della Scuola di Teatro del Piccolo, orgogliosi di festeggiare l’ «Arlecchino» Ferruccio Soleri che ieri, tra abbracci e applausi, ha anche brindato al diploma di benemerenza che riceverà il prossimo 14 dicembre dal Presidente della Repubblica. «Queste cose mi commuovono», ha detto Soleri circondato dalle sue primedonne Valentina Cortese e Giulia Lazzarini, «e mi fanno sentire eternamente debitore del genio di Giorgio Strehler». Il personaggio di Arlecchino, Strehler glielo cucì addosso più di 40 anni fa, e da allora Soleri ha girato il mondo con quel costume variopinto. «A volte discutevamo, io e Strehler», ha ricordato Soleri. «Gli chiedevo di “liberarmi” da quel personaggio. E lui rispondeva: “In effetti potrei, ma il mio Arlecchino non sarebbe più lo stesso”». (M. Porro – Corriere delle Sera.)

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NOTA DI REGIA

Che cosa possiamo fare noi gente di teatro? Alla mortificazione di non poter opporre, in momenti simili, un qualsiasi gesto utile, di fronte alla dolorosa impotenza del teatro, o piu’ ampiamente dell’arte, di fronte alla violenza e alla follia, l’artista puo’ solo sforzarsi di continuare a fare bene il proprio lavoro’ Questa riflessione di Strehler, scritta in occasione della strage di Piazza Fontana ha dato il via all’idea di questo film sul Piccolo Teatro di Milano la cui storia si completa con le vicende della citta’ che lo ospita. Tutto ha inizio con la ristrutturazione del teatro di via Rovello. Un cantiere multietnico. Un’atmosfera da set di Tarkovskji. Nella vecchia sala aleggiano i fantasmi. E se fosse un racconto gotico? Si dice sempre che il teatro e’ pieno di ectoplasmi, ma li’, tra i buchi di Fontana, sono visibili e ci portano memorie straordinarie. Un refolo d’aria scuote il cellophane sul palco, un raggio di sole sembra renderlo incandescente sta di fatto che su quel telo, affiorano strane ombre in movimento. E’ Marcello Moretti quell’Arlecchino? E quello con la bicicletta non e’ forse l’acquaiolo del Sezuan? E gli altri alle sue spalle, chi sono? Il cellophane non ci permette di capire ma le ombre si muovono, danzano, recitano, volano perfino… E’ l’inizio di una magia, di uno svelarsi del mistero teatrale che ci portera’ avanti e indietro nel tempo.

Maurizio Zaccaro

La memoria di un Grande Piccolo Teatro di Giancarlo Zappoli

Sullo schermo scorrono immagini, interviste, scene di teatro che hanno fatto la storia della cultura in Italia. I protagonisti di quel rilancio dalle macerie della seconda guerra mondiale furono Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Sempre fianco a fianco anche quando litigavano furiosamente lanciandosi contro oggetti contundenti. Ma il documentario di Maurizio Zaccaro non è solo celebrativo (anche se non può a tratti sfuggire all’elegia). Perché la ricerca si fa via via più profonda proprio perché necessitata dal bisogno di conservare una memoria. Proprio mentre si procede a una ristrutturazione dell’edificio che fu sede storica e che viene fatto visitare a un Leo Gullotta attento a cogliere ogni elemento di un percorso complesso ma fondamentale per la storia del teatro. Non quella polverosa degli studiosi d’antan ma quella sporcata dalla polvere delle assi dei palcoscenici. Melato, Branciaroli, Soleri, Graziosi, Jonasson, Lazzarini, Branciaroli, Fo raccontano, ricordano, conversano parlando del passato ma non dimenticando il presente. A loro si aggiungono le voci nuove o, comunque, non ‘storiche’: Servillo, Rossi, Battiston. Non dimenticandone una, a cui il documentario è dedicato: quella di Tullio Kezich amichevolmente sollecitato da Maurizio Porro al ricordo. Il montaggio mai retorico di Babak Karimi favorisce una visione che va oltre l’omaggio d’occasione per trasformarsi in documento importante. Importante anche perché segna un riconoscimento che inverte quella che è sembrata essere una tendenza della 66^ Mostra di Venezia.: la destra economica che ha ormai così soggiogato la cultura di sinistra da divenirne produttore cinematografico. Qui invece vedere Luca Barbareschi tra i produttori offre un’immagine diversa e positiva. L’attore Barbareschi non dimentica la propria appartenenza politica ma la sua cultura teatrale è così avanzata da consentirgli di promuovere la memoria di un patrimonio che non è di destra o di sinistra ma di tutti. Con buona pace di chi vede ‘ismi’ dietro ogni ombra.

NOTA DI REGIA 2 – 29 DICEMBRE 2020

Questo documentario sulla storia del Piccolo Teatro di Milano, realizzato nel 2009, ha ormai dodici anni. Prodotto da Rai Cinema e Casanova Entertainment , proiettato un’unica volta al Festival di Venezia dello stesso anno, poi misteriosamente ignorato da tutti, scomparso nel nulla, mai distribuito, mai pubblicato in Dvd, mai mandato in onda è così diventato uno dei tanti prodotti invisibili del cinema italiano. Peccato che sia costato fatica e denaro. La fatica e’ un fattore personale, passa. Il denaro invece era pubblico. Alla conferenza stampa per la presentazione del documentario al Festival di Venezia avevo dedicato il lavoro a tutti i Teatri d’Italia, a tutti gli artisti, ai tecnici, agli amministrativi e ai dirigenti che lavorano per allestire gli spettacoli. “Il Piccolo” racconta semplicemente la grande passione di tutti questi uomini e artisti che con il loro costante impegno divulgano la cultura, il fare cultura, lo stesso vivere con cultura nella bellezza e nella semplicità delle cose, non nell’ignoranza e nel degrado sociale e morale. Oggi, alla fine di questo terribile anno con i teatri, i cinema, le sale da concerto ancora sbarrate per la pandemia mi auguro che questo documentario possa essere un vessillo da issare sulle macerie di quello che resta delle nostre vite di lavoratori dello spettacolo, sul nostro essere artisti al servizio della comunità. L’arte e il talento italiano che il Piccolo Teatro di Milano ha prodotto ed esportato nel mondo deve continuare ad esistere. Facciamo quindi nostra la famosa riflessione di Giorgio Strehler scritta in occasione della strage di Piazza Fontana:  “Che cosa possiamo fare noi gente di teatro? Alla mortificazione di non poter opporre, in momenti simili, un qualsiasi gesto utile, di fronte alla dolorosa impotenza del teatro, o più ampiamente dell’arte, di fronte alla violenza e alla follia, l’artista può solo sforzarsi di continuare a fare bene il proprio lavoro…”  Parole stranamente attuali perché, anche se non ci sono bombe, stiamo combattendo una durissima battaglia contro un nemico antico quanto il mondo stesso. Benvenuto sia quindi il vaccino che ci porrà, dopo un anno di sofferrenze i, al sicuro. Dopodichè saremo pronti a riprendere il nostro lavoro, a riaccendere i riflettori da troppo tempo spenti e di risalire sul palco con ancora più determinazione e gioia. C’è in gioco la nostra dignità di uomini e di artisti, la nostra libertà d’espressione e, soprattutto, il futuro delle nuove generazioni la cui vita senza cultura, come diceva Catone, è l’immagine stessa della morte.

Maurizio Zaccaro – 29 dicembre 2020

ESTRATTO DAL PALINSESTO DELLE RIPRESE

Valentina Cortese signora indiscussa della scena teatrale italiana, da sempre interprete sensibile di grandi successi del Piccolo Teatro, da Nina in “El nost Milan” di Carlo Bertorazzi, a Liuba Andreevna Ranevskaja in “Il giardino dei ciliegi” di Anton Pavlovič Čechov.

Il suo nome evoca subito il vezzo dei foulard di chiffon sulla fronte, centinaia di foulard, cento per ogni colore. Il primo gennaio 2009 Valentina ha compiuto 84 anni ma, vestita interamente di bianco, è ancora diafana e iperborea come l’indimenticabile Ilse nel dramma incompiuto di Luigi Pirandello “I giganti della montagna”.

“Alla fine delle recite de El nost Milan, è lì che ci siamo conosciuti io e Strehler, lui mi ha chiesto qual era il mio fiore, io gli ho risposto ‘la rosa’ . Ed eccola qui, la prima, in ordine di tempo, di tutte queste medagliette: d’oro, con una rosa, color rosa, di smalto. A ricordo di quello spettacolo…La Nina di El nost Milan è stato un viaggio nella mia infanzia… Io sono stata a balia per sette anni in Lombardia, dai contadini…Sono così grata ai primi passi che ho fatto fra di loro, nella miseria, nella fame: è lì che mi sono fatta una base, è da quella gente che ho imparato tutto… E’ con il pensiero a quell’ infanzia, alla mia adorata balia, che ho costruito il mio personaggio teatrale: una povera ragazza disperata, che finalmente decide, costi quel che costi, di mangiare… E’ stata una delle più belle regie di Strehler… Allora io ero assolutamente affascinata da lui… Ero stata scritturata per un altro spettacolo, lo vidi, capii subito l’ attrazione che esercitava su di me, e decisi di scappare: ero appena uscita da una crisi matrimoniale… Avevo già mio figlio Jackie, un bambino di estrema sensibilità, quasi sensitivo. Invece non scappai: rimasi lì, inchiodata a quello che doveva essere evidentemente il mio destino, la mia storia con Strehler, che è durata quindici anni. Giorgio era poesia, canto, dolcezza, follia! Era il teatro. Con lui tutto sembrava prendere il volo: io lo ascoltavo incantata, rapita dalle sue parole…. Mi ha insegnato a pretendere da me stessa il 100% per riuscire a dare almeno l’80, così che al pubblico arrivi il 60, affinchè si ricordi il 30.  Questo, come diceva Giorgio, è il dramma di noi attori: scrivere sull’acqua, e proprio per questo dover lottare come se scrivessimo sul marmo…Anche se a volte c’erano fra di noi delle piccole burrasche, non cambiava nulla. Ci volevamo troppo bene perchè avessero importanza. Poi ci siamo dovuti dividere, ma ci siamo detti che non ci saremmo lasciati mai… Dopo, mi ha proposto di riprendere il Giardino Dei Ciliegi. In quel periodo soffrivo, vivevo in clinica, venivano a prendermi e mi portavano in teatro, poi tornavo dentro a fare la flebo. Ma l’abbiamo fatto, ed è stato bellissimo. Alla fine Giorgio mi ha mandato una lettera….”

Valentina adorata!

Ed eccoci arrivati alla fine del Giardino. Il nostro lavoro finisce qui. Tristemente come finiscono tutti i lavori di teatro ma forse più questa volta. C’è un male dentro di me così profondo, così scuro da non riuscire a definirlo. E in te, certo, c’è anche di più.

L’unica cosa che può salvare da questo è la certezza che il teatro va avanti e noi con lui. Credimi: non c’è altro, solo il pensare che anche questo Giardino è solo un momento di una storia di palcoscenico che ha avuto altre storie prima e avrà altre storie dopo…

…Tu invece, assegni altri valori, lo vuoi far diventare “la fine di tutto” e questo, la fine di ogni nostro futuro, la fine di ogni altro lavoro di teatro, insieme, tu e io. Ma così non è, Valentina. Vorrei, non so in quale modo, potertene dare la certezza anche se penso che deve bastare ciò che continuo a dirti da sempre. Le mie promesse “nel teatro” valgono, non le ho mai smentite e tu dovresti saperlo, per prima.

Sul resto non si può nemmeno incominciare a parlare perché tutto è così crudele, così confuso, così fondamentalmente ingiusto da lasciarmi sbalordito… Meglio il silenzio, un silenzio grave in cui io non mi ritrovo quasi. Non è ancora venuto il momento, credo, per poter parlare e capire fino in fondo. Ma qualcosa sì, debbo scriverti, perché lo penso, perché lo sento: non credere che io non sappia “cosa” ti è costato questo Giardino.

La maggior parte di questo sapore amaro che ho sulle labbra nasce dal sentimento preciso di averti fatto del male non volendolo. Io ho fatto il Giardino non per me ma per te, perché ero convinto che questo spettacolo, pur nelle condizioni terribili in cui è nato, pur nella lacerazione inevitabile sarebbe stato come la sublimazione di un nostro dolore, mio come tuo o più tuo che mio, sarebbe stato una specie di lancinante raggio di luce nel tuo male, sarebbe stata la possibilità di darti la parte migliore di me, a te e a te sola come a nessuno! Mi sono accorto invece, da subito, che così non poteva essere: il prezzo ti era troppo alto. Ho continuato a provare cercando di dare, dare, dare al tuo personaggio un amore una tenerezza, una pienezza di sentimenti che forse non ha o non merita. Ho costruito, assai prima di uno spettacolo, assai prima di un testo, una figura umana che in parte ti corrisponde, in parte ci corrisponde, in parte no, perché è più grande probabilmente di noi, una figura umana che tu, alle prime prove, hai violentemente rappresentato con una umanità, una coerenza di sentimenti, una pienezza di arte da sbalordire. E qui, ho di nuovo creduto di avere scelto giusto. Liuba era qualcosa che dovevi fare e fare adesso, subito. Si doveva mettere tra noi, per legarci, questa misura di poesia inalterabile, decantata, pura e poi… Ci sono state ore in cui ti ho seguita e amata con un tale abbandono, con una tale ammirazione quale mai ho provato nella mia vita. Ed ecco che qualcosa improvvisamente si è spezzato in te e tra noi, al massimo della parabola ascendente, mentre tu stavi per fare forse la cosa più bella e compiuta che io ho visto a teatro, ecco che ti sei fermata e hai cominciato a scendere. Non ti ho ritrovata più intera. Ti ho ritrovata qua e là in certi toni, in certi momenti. Non in una continuità incredibile, in una violenza di amore e poesia fatta di dolore, di infanzia, di incredulità, di abbandono, di incoerenza anche. Quello che resta è tanto Valentina, credimi, è qualcosa di prezioso, di grande. Ma non grande come era, non grande come puoi essere, non grande come io ero riuscito a costruirti. Questo il mio sordo rimpianto, questo il mio rimprovero. E mi domando cosa c’è stato, dopo quelle lacerazioni positive, che ci ha nuovamente divisi. Sì, divisi perché in quei momenti eravamo insieme, come forse non lo siamo stati mai, per lo meno in questi ultimi anni. Qualcosa che mi è sfuggito…

…Qualcosa di cui sono responsabile io. Ma solo io, Valentina? Solo mia è la colpa? Vedi, se non fosse successo il miracolo di tanti giorni e ore io oggi non starei qui a ferirmi nella memoria e nella ricerca di un perché… Ma quel miracolo era successo. Cosa l’ha fatto diventare un’altra cosa?

Liuba era e può essere, se tu questa sera spezzi di nuovo il tuo involucro di lacrime e di pena privata per proiettarla nella tua arte, una straordinaria creazione d’amore di due esseri che saranno sempre una cosa ineguagliabile l’uno per l’altro, fino alla fine. Liuba è il nostro bene di ieri e di oggi, Liuba è la prova viva di ciò che vali umanamente e di ciò che ci possiamo dare sempre. Credimi, amore mio caro, unico è così. Ma occorre che succeda qualcosa, qualcosa che non so indicarti perché non lo conosco, non riesco a finirlo…Allora Liuba Andreievna ritornerà a essere una grande figura d’amore ricca di altro amore, il nostro, oltre quello di cui l’ha riempita l’autore, ritornerà a essere qualche altra cosa dal teatro: brandello di vita e di anima, fuoco incandescente e perenne, suono incontrollabile nella sua vibrazione… Non solo teatro, no, Valentina, assai di più o meno, non so. Altra cosa. Quella che mi aveva, ci aveva travolti per settimane.

Si tratta di un problema d’arte ma prima ancora di un problema umano.

L’altra sera io sono fuggito per tanti motivi, anche per questo. Ma non perché non recitavi bene, non perché non sei giusta. Cerca di capire: qui si tratta di altro. Come attrice la tua Liuba è bellissima, non ci sono dubbi, devi esserne sicura. Come essere umano che può tanto, Liuba è al di sotto del tuo amore. Ma non lo fu per molto tempo, magari con squilibri e pause. Questo il punto fondamentale. Come riuscire a comunicarti quello che provo e sento: l’ammirazione che ho per te e l’accusa che ti faccio sordamente di non essere ancora di più perché puoi essere mille volte di più? Ma ora, Valentina, è il momento di non abbandonarsi troppo a tutto ciò. È l’ora di fare quello che si può per realizzare te stessa.

Era questo però che volevo dirti ai margini del nostro Giardino? Certo no. Forse ecco: non mi perdonerò mai di averti fatto soffrire tanto. Oggi sono quasi sicuro che non dovevo fare questo Giardino. Né per me né per te. Sono sicuro che tu avevi ragione. Che non bisognava sottoporti a questo dolore quotidiano, quotidianamente rinnovato, in quel palcoscenico, tra quei muri, in quel “luogo”… Avevi ragione e io sono stato involontariamente mostruoso e crudele. Ma non volevo. Mi giustifico così. Non avevo nessun bisogno di fare il Giardino, io! Avrei dovuto non farlo per salvare la mia salute ormai tanto compromessa. E facendolo ho distrutto ancora altro di te. Posso dunque darmi pace e ragione? Anche questo sta al fondo del mio lavoro, in queste ore in cui aspetto ormai impotente che si realizzi una parte solo e piccola di ciò che volevo e sapevo. Ti prego solo di perdonarmi perché ciò che è avvenuto è avvenuto in purità di cuore e non per incoscienza. Per errore, niente altro.

Solo ciò che ti ho detto, quel miracolo poteva assolvermi e dare un senso a questo enorme tuo male al quale fa riscontro un altro mio enorme male. Così chiudo queste mie righe disperate, più disperate di quello che paiono. Sono qui, ormai senza forze, né parole, stanco stanco stanco…ti bacio teneramente, il tuo Giorgio.

“Il teatro non nasce dove la vita è piena,
il teatro nasce dove ci sono delle ferite”
Jacques Copeau

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