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PICTURES AND WORDS

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Un guscio di noce come carena, mollica di pane per il ponte, stecchini per alberi e carta per le vele. Un gioco semplice , infantile, ma al tempo stesso evocativa: un galeone immaginario per raggiungere l’isola che non c’è, una meta che per molti non esiste , eppure sta da qualche parte là avanti. Il vascello è quindi l’immagine metaforica del mezzo per raggiungere quell’isola che non è segnata su nessuna carta, sperduta nell’oceano delle nostre esistenze , ma che potrebbe svelare il vero senso di una vita attraverso le parole scritte in questo blog libero e confidenziale come nessun altro.

Maurizio Zaccaro, 2019

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IL PIPPISTRELLO CICLISTA

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Dopo i casi Yates, Kruijswijk, Matthews e il ritiro di due squadre adesso si scopre che anche 17 poliziotti della stradale adibiti al servizio d’ordine del Giro d’Italia sono risultati positivi al Covid 19. Il che vuol dire che, nonostante tutto, c’è ancora chi pensa che la pandemia sia una cosa da comuni mortali, non da campioni, o da “gloriose” manifestazioni sportive. Eppure, come si è visto, nemmeno Ronaldo, Ibrahimovic e tanti altri uomini d’acciao ne sono immuni.

Siamo nel 2020, proiettati in un futuro che ben presto ci porterà nuovamente sulla Luna, poi su Marte, poi chissà dove. Siamo storditi di ipertecnologia, ubriachi di realtà virtuale, fagocitati dal potere della scienza, sorpresi dai geni che si tagliano e incollano e fanno vincere il Nobel ma, guarda un pò, non siamo in grado di porre fine all’imprevedibilità della vita attraverso il progresso. Ecco perchè nessuno di noi può ignorare le antiche paure di infezione. Viviamo una delusione davvero immensa per colpa di uno sfigatissimo incrocio tra esseri viventi ( un pipistrello e un umano). In men che non si dica, tutte le nazioni del mondo si ritrovano gambe all’aria, spinte ai confini del default economico, nessuna esclusa.

Intanto sport e tutto il resto vanno avanti, forse per scacciare le nostre ansie di fronte all’ignoto e alla morte, ma fino a quando? Non siamo fatti d’acciaio, nelle nostre vene non scorre lubrificante, le menti non hanno alcuna scheda madre come quella installata nella testa di Robocop. Siamo invece fragili come mai prima d’ora, così come è sorprendentemente fragile la nostra ridicola “civiltà”.

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NEMONTE NENQUIMO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2013)

La leader del popolo Waorani Nemonte Nenquimo scrive ai presidenti dei nove Paesi dell’Amazzonia e a tutti i leader mondiali che condividono la responsabilità del saccheggio della foresta.

“Mi chiamo Nemonte Nenquimo. Sono una donna Waorani, una madre e una leader del mio popolo, e l’Amazzonia è la mia casa. Vi scrivo questa lettera perché gli incendi continuano a bruciare la nostra foresta. Perché le compagnie stanno sversando petrolio nei nostri fiumi. Tutto questo succede perché meno sai di una cosa, meno valore ha per te ed è quindi più facile da saccheggiare. E questo è esattamente ciò che state facendo a noi indigeni, ai nostri territori della foresta pluviale e anche al clima del nostro pianeta. Ma non ci arrenderemo. Continueremo a lottare. Siamo guerrieri. Prima combattevamo con le frecce. Adesso lo facciamo con la penna. Anzi, il pc.”

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AFGHANISTAN: IL RITORNO DELLE TENEBRE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2009)

Leggo che dopo quasi vent’anni di guerra e il ritiro delle forze americane previsto da Supertrump per Natale, “I can end the war in Afghanistan in a week, but it would require killing 10 million people.” (posso vincere la guerra in Afghanistan in un a settimana ma vorrebbe dire uccidere dieci milioni di persone), gli integralisti talebani già cantano vittoria e si apprestano a tornare a Kabul come forza di governo.

“Il Talebno agisce in nome “della virtù e della lotta contro il vizio”.- ha scritto Tahar Ben Jellun – ma è in contraddizione con lo spirito del Corano e dell’Islam, che postula l’acquisizione del sapere e il rispetto della cultura altrui. Inoltre, essendo un leader politico, non può erigersi a capo religioso, nella misura in cui il sistema delle gerarchie è proscritto dall’Islam. I testi dicono infatti che nell’islam non esiste “sacerdozio”. Gli Sciiti hanno una concezione divergente dal retaggio di Maometto.
Tutto questo non solo nuoce all’immagine dell’Islam e dei musulmani, ma è considerato dalla maggioranza di questi ultimi (i sunniti) come un’interpretazione caricaturale e fortemente riduttiva del pensiero islamico. Ancora una volta, l’ignoranza, l’oscurantismo e il fanatismo si impossessano di una religione e la stravolgono barbaramente. La separazione tra religione e politica diventa più che mai una necessità, per lottare contro l’ideologia delle tenebre.”

Tenebre che entro una manciata di settimane caleranno inesorabilmente sui liberi cittadini afghani, sulle donne costrette a rimettersi il famigerato burka, e sulla vita di tutti i giorni, senza più musica, barbieri, antenne paraboliche, film, fumetti, tavoli da biliardo, sale da ballo, alcool, computer, internet, e perfino lo smalto per unghie. Sarà nuovamente vietata ogni tipo di educazione che non sia religiosa e alle bambine non solo sarà proibito andare a scuola e praticare ogni tipo di sport, ma soprattutto di giocare con riproduzioni di cose animate: le bambole.

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VAROSHA – TURKISH REPUPLIC of NORTHERN CYPRUS

(photo by Maurizio Zaccaro © 2017)

Il pirotecnico sultano, l’inarrestabile “uomo forte” della Turchia, Recep Tayyip Erdogan non ha alcuna intenzione di chiudere il Risiko nella scatola. Dopo aver avviato l’ennesima guerra fratricida fra Armenia e Azerbaijan per le aree del Nagorno Karabakh (la Turchia è alleata da decenni con l’Azerbaijan), dopo aver mosso le sue pedine strategiche in Libia a favore del governo di Unità Nazionale di Fayez al Serraj, dopo aver sfidato apertamente i russi che in Siria sostengono il governo di Bashar al-Assad, dopo aver spostato intere divisioni di carri armati al confine con la Grecia per convincerla a desistere dal perlustrare il Mar Egeo e in generale tutto il Mediterraneo orientale alla ricerca di gas e petrolio,  come se non bastasse ora Erdogan si diverte con Cipro aprendo, dopo ben 46 anni di blocco totale, la zona militarizzata di Famagosta chiamata Varosha che le truppe turche invasero nel 1974 deportando tutti i suoi abitanti nella parte settentrionale dell’isola., quella greco-cipriota.

Ankara afferma che la sua invasione era semplicemente per “garantire” i diritti dei turco-ciprioti. Tuttavia, l’espulsione dei greci e il loro impedimento a tornare in aree come Varosha sono da sempre state contrarie a tale affermazione. La politica turca di espulsione delle minoranze a Cipro è legata alla sua storica espulsione di armeni e greci e alla sua recente invasione di Afrin, dove ha espulso le minoranze curde. Il Guardian ha intervistato i greci che erano stati espulsi dalla zona e una donna ha descritto la sua riapertura come un “dolore”.

Il leader di Cipro Nicos Anastasiades ha detto che la mossa è “illegale” ed è stata condannata dalla Russia e dall’UE, e le Nazioni Unite hanno espresso la solita “preoccupazione”, il che significa che redigeranno dichiarazioni e non faranno nulla. In testa a tutti il governo italiano. Aveva infatti rilevato Franco Venturini de Il Corriere della Sera poco tempo fa: “La partita italo-turca, e la credibilità reciprocasi giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l’Italia balbetta, non crea proposte che non siano inutili conferenze, e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. Silvia Romano ci ha aiutati a sollevare un coperchio che la politica estera italiana preferiva tenere chiuso. Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola”

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RIMINI

(photo by Maurizio Zaccaro @ 2020)

“Rimini è rappresentativa di una certa Italia industrializzata, l’Italia dei ceti medi, l’Italia del boom economico, dell’impresa familiare che si arricchisce per poi sprofondare nella crisi degli anni Settanta. Per queste ragioni, per questa sua rappresentatività ho scelto Rimini come contenitore facendovi confluire storie che succedono nel resto dell’anno in altre parti d’Italia, facendo accadere lì storie che sarebbero potute accadere altrove. Voglio che Rimini sia come Hollywood, come Nashville, un luogo del mio immaginario, dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa o crepa. Voglio una palude bollente di anime che vanno in vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. È Rimini è l’Italia del ‘sei dentro o sei fuori’ …”

Diceva cosi Pier Vittori Tondelli ( 1955- 1991) in un’ intervista rilasasciata all’epoca del lancio del suo romanzo più famoso “Rimini” (Bompiani, 1985).

Sono passati ben 35 anni da allora. Rimini non è diventata né Nashville, né Hollywood, è solo una città-spiaggia dove, nonostante gli sforzi delle varie amministrazioni comunali e provinciali, governa “il grande commercio”.

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GIOVANNI VANNUCCI

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Ogni uomo è una zolla di terra, di terra atta a dare la vita ai tuoi germi divini, o Dio (Giovanni Vannucci, Respiro eterno).

Giovanni Vannucci (1913 – 1984) è stato un grande monaco, un esploratore sempre in cammino nei territori dello spirito. Mistico della parola e del silenzio senza perdere di vista la quotidianità del vivere, sacerdote aperto all’incontro con ogni essere umano di qualsiasi estrazione, provenienza o credo religioso, a padre Giovanni per anni non fu perdonata l’irriducibile libertà di pensiero e di azione ispirata al Vangelo.

Il sogno di padre Giovanni si può leggere ancora oggi sulla soglia dell’eremo nel Chianti, San Pietro alle Stinche, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita: «In questo piccolo spazio vorrei che ogni uomo si sentisse a casa sua e, libero da costrizioni, potesse raggiungere la conoscenza di se stesso e incamminarsi nella sua strada forte e fiducioso. Vorrei che fosse una sosta di pace, di riflessione per ogni viandante che vi giunge, un posto dove l’ideale diventa realtà e dove la gioia è il frutto spontaneo

Io sono ateo, mi è sempre stato difficile se non impossibile credere nell’esistenza di un Dio fatto uomo, tantomeno credo nella resurrezione, alla vita dopo la morte, credo invece nelle persone come padre Giovanni Vannucci e tanti altri come lui per i quali la terra e soprattutto la vita sono sacre.

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LA PROFEZIA DI PIER PAOLO PASOLINI

(photo by Maurizio Zaccaro© 2014)

 

Alì dagli Occhi Azzurri, uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi. Saranno con lui migliaia di uomini coi corpicini e gli occhi di poveri cani dei padri sulle barche varate nei Regni della Fame.                                                                           Porteranno con sé i bambini, e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.  Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.    Sbarcheranno a Crotone o a Palmi a milioni, vestiti di stracci asiatici e di camicie americane

Subito i Calabresi diranno, come da malandrini a malandrini: ” Ecco i vecchi fratelli, coi figli e il pane e formaggio!” Da Crotone o Palmi salirannoa Napoli, e da lì a Barcellona, a Salonicco e a Marsiglia, nelle Città della Malavita.

Anime e angeli, topi e pidocchi, col germe della Storia Antica voleranno davanti alle willaye. Essi sempre umili, essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi , essi sempre colpevoli, essi sempre sudditi, ssi sempre piccoli,, essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo, essi che si costruirono leggi fuori dalla legge, essi che si adattarono a un mondo sotto il mondo. essi che credettero in un Dio servo di Dio, essi che cantavano ai massacri dei re, essi che ballavano alle guerre borghesi, essi che pregavano alle lotte operaie…

 Pier Paolo Pasolini, 1976

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U NIGRU

(photo by Francesca Marchi © 2016)

Eccomi signor vicepresidente e assessore alla Cultura della Regione Calabria Nino Spirli’, oggi anch’io ho la faccia nera. Con due pennellate sono diventato come dice lei U nigru, magari pure U frocio. E sa una coosa? Mi piaccio! Scherzi a parte, sono certo che Lei, nel suo intervento al convegno sull’identità culturale calabrese, avrà cercato la battuta facile per strappare una risatina a chi la stava ascoltando, tuttavia le sue parole sono inequivocabili sia per la loro crudezza, sia per la sconsideratezza con cui sono state pronunciate.

Per giustificarsi con chi glielo ha fatto notare ha rincarato pure , diciamo inconsapevolmente, la dose: “Non ci vogliono far dire più ‘negro’. Ma in calabrese io non ho altri modi per dirlo, in dialetto calabrese u nigru è u nigru, non c’è altro modo per dire negro. Nessuno mi può impedire di usare questo termine”. E ha perfino continuato con una certa sopavalderia definendo gli omossessuali una “lobby frocia”. E ancora: : “Questi son capaci di prendere la bibbia e bruciarla. Sono nazisti che cancellano le parole. Io userò le parole negro e frocio finché campo. Noi siamo l’ultima generazione che potrà dire ai ragazzi di oggi quali sono i pilastri della nostra tradizione. Quando mi chiedono se sono sposato, io rispondo che in natura non ci sono coppie omosessuali che hanno dei figli”.

Caro signor Nino, nei limiti del buon gusto e soprattutto del rispetto umano, può pensare e dire ciò che vuole, ci mancherebbe altro, ma appunto per questo non dimentichi mai le parole di Eminem, un rapper da lei sicuramente molto amato, quando dice: “Hitler non è morto. Hitler è in ogni uomo che discrimina un uomo gay, uno di colore o uno di un’altra religione.”

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UOMINI E RONDINI

(photo by Leonardo Casali per “Nour” © 2017)

La data del 3 ottobre ricorda una delle più gravi stragi di migranti del Mediterraneo: il naufragio, davanti a Lampedusa, di un’imbarcazione con a bordo oltre 500 persone, 366 dei quali annegarono. Da quel 3 ottobre 2013 ad oggi altri 17.900 migranti e rifugiati sono morti o risultano dispersi nel mar Mediterraneo.

Nel 2016 sono state 5.096 le persone che in questo mare hanno perso la vita nel disperato tentativo di trovare salvezza in Europa.

Al 3 ottobre 2018 risultano morte o disperse nel Mediterraneo 1.720 persone, un costo umano inaccettabile. Tra gennaio e luglio 2018 ogni 18 persone che hanno attraversato il Mediterraneo Centrale dirette in Europa, una ha perso la vita.

Nel 2019 alla data della Giornata della memoria e dell’accoglienza si stimavano 637 morti in mare sulla rotta Libia Italia e complessivamente 1.041 vittime nel Mediterraneo.

Chiusi a doppia mandata nella nostra fortezza facciamo il conto dei morti senza renderci conto che migrare è un evento “normale”, motivato da necessità primarie: come le rondini si spostano per mangiare così fanno gli uomini per avere cibo, lavoro e dignità.

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L’EGITTO , DOVE TUTTO HA AVUTO ORIGINE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2014)

Per molti “l’affaire Patrick Zaki” (giovane attivista per i diritti umani e ricercatore presso l’Egyptian Initiative for Personal Rights) è una vicenda oscura e lontana. In Italia al massimo si conosce, per lo scalpore che ha fatto, quella di Giulio Regeni ma Zaki chi è? Se Il governo egiziano lo tiene ancora in galera dopo ben otto mesi per “motivi di sicurezza”  qualcosa deve pur aver fatto, potrebbe pensare la gente. Ebbene, questi  fantomatici “motivi di sicurezza” sono solo parole, pensieri: in pratica una decina di post pubblicati su Facebook poco prima del 7 febbraio 2020, giorno del suo arresto con l’imputazione  di  “diffusione di notizie false, l’incitamento alla protesta e l’istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”, reati per i quali, in Egitto, sono previsti fino a 25 anni di carcere.

Uno di questi post dice:  “L’Egitto non è affatto un Paese stabile, ne’ dal punto di vista socio-economico ne’ delle libertà fondamentali. La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso. Ogni giorno la popolazione subisce violazioni di ogni tipo.”

Ai lacché del generale-presidente Abdel Fattah Al-Sisi devono essere girate un po’ le scatole, e così Patrick Zaki è finito dentro, a far compagnia ad altri 60mila oppositori del regime.

In un altro post il ragazzo scrive:  “Mi baso su ciò che vedo intorno a me. Tutti cercano di lasciare il Paese. Raggiungere l’Europa è quasi impossibile, quindi la gente guarda all’Asia, dove in molti Paesi non è richiesto il visto”.

L’Egitto, con il processo che andrà in scena il 7 ottobre, può confermare la pena a Patrick Zaki e tenerlo dentro per il resto della sua vita ma la verità è sotto gli occhi di tutti, le statistiche ufficiali sono impietose: la disoccupazione e’ ormai ben oltre il 10 per cento. I giovani sono i piu’ colpiti, con il 75,2 per cento tra i 15 e i 29 anni che risultano senza impiego. Per l’ Organizzazione mondiale della Sanità, sono oltre 3.799 gli egiziani (soprattutto ragazzi) che si tolgono la vita ogni anno, circa 4,4 ogni 100mila abitanti. Il numero più alto dell’intero mondo arabo. Da quando il generale Al Sisi è al potere il numero di persone in difficoltà è in costante, drammatico aumento.

Ma certe cose, al Cairo, è meglio non dirle. Ci pensano faraoni e piramidi, la sfinge, il museo egizio, le crociere sul Nilo e la valle dei Re a raccontare un altro, più affascinante Paese. “Egypt Where It All Begins” ( l’Egitto, dove tutto ha avuto origine) dice un suggestivo slogan turistico.

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TRUMP-BIDEN

(Photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Nel 1782 l’aquila testabianca fu scelta dal congresso degli Stati Uniti d’America come simbolo nazionale perché simboleggiava forza, coraggio, libertà e immortalità. A vedere il primo dibattito presidenziale fra Donald Trump e Joe Biden a entrambi i candidati sembrano proprio mancare  forza (fisica),  coraggio (politico),  libertà (mentale)  e, ovviamente, l’immortalità.

Pietosamente abbrancati ai loro podi, uno cerca di screditare l’altro come può ma sono tutti e due decrepiti, privi di empatia, sfiniti dalla vita, schiavi di un’epoca ormai passata, in poche parole “out of touch”, troppo “fuori dalla realtà” rispetto al clima politico e sociale attuale, non solo americano ma mondiale. Candidare due personaggi del genere è l’immagine del declino inarrestabile dell’America.

Una volta gli USA erano sia dal punto di vista militare che politico “il più grande paese del mondo”.  Nella loro storia hanno eletto presidenti giovanissimi: Abrahm Lincoln a 50 anni, Theodore Roosevelt a 42, John Fitzgerald Kennedy a 43, Bill Clinton a 46, Barack Obama a 48. Perchè ora il popolo americano dovrebbe eleggere Biden o Trump e farlo così diventare il Presidente più vecchio di sempre?

L’aquila testabianca nel frattempo si mangia la coda dalla vergogna.

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RUE NICOLAS APPERT

eiffel

(photo by Maurizio Zaccaro © 2016)

E’ risaputo: spesso la realtà batte di gran lunga la stitica fantasia degli sceneggiatori.

A Parigi, oltre al forsennato mannaiatore Zaheer Hassan Mahmood , era stato arrestato anche un 33enne algerino che, verso mezzogiorno, si trovava nei paraggi di rue Nicolas Appert, vicino alla vecchia sede della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. L’algerino, dopo aver sentito una donna urlare si era precipitato verso l’assalitore rincorrendolo fino alla stazione della metro Bastille per fermarlo. Qui Zaheer Hassan Mahmood, dopo aver lasciato cadere la mannaia insanguinata, era riuscito però a prendere il primo treno e a dileguarsi. L’ algerino si era quindi diretto alla vicino commissariato di polizia per testimoniare quanto avvenuto, ma invece di essere ascoltato era stato arrestato come principale sospettato e rinchiuso in cella. La sua scarcerazione è avvenuta solo dopo che la polizia aveva visionato i filmati delle telecamere di sorveglianza della metro.

Ma non è finita, come la trama di un film fra il giallo e la commedia (purtroppo) Zaheer Hassan Mahmood, arrestato poco dopo , stando a fonti della sicurezza, avrebbe confessato che il suo obiettivo era quello di fare un’incursione punitiva alla sede del giornale (che aveva ripubbliato le vignette su Maometto) convinto che si trovasse ancora in rue Nicolas Appert, mentre invece è stata spostata da tempo in un luogo tenuto rigorosamente segreto. Riportando fonti della polizia, vari quotidiani hanno scritto inoltre che che Zaheer Hassan Mahmood aveva già perlustrato la zona per capire dove compiere l’attacco. Le Parisien scrive anche che l’uomo avrebbe inizialmente pensato di dare fuoco all’edificio, come dimostrerebbe una molotov trovata nel suo zaino dopo l’arresto. Insomma, tutto fa pensare a una grande organizzazione terroristica, non c’è che dire, oppure a un brutto film.

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DISINCARNAZIONE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2018)

Ha scritto il filosofo Jean Baudrillard (1929-2007):”L’ossessione di diventare sempre più magri è quella di diventare immagine, dunque trasparenti, della stessa idealità disincarnata tipica delle star. La disincarnazione è il prezzo pagato per l’immortalità – essendo l’estrema magrezza il solo modo per passare attraverso la morte.”

Nel micro star system nostrano, la disincarnazione tirata in ballo da Baudrillard esiste relativamente. Non ho mai lavorato con attrici o attori in guerra con il cibo. Sono soprattutto in lotta con se stessi, con l’immagine di sé, con i loro pensieri, i loro sogni e le loro paure, con un male che affiora più dalla loro insicurezza che da un’ossessiva cura del corpo.

A volte, durante la pausa, li ho visti mangiare solo un frutto, o uno yogurt, per poi rompere le scatole durante le riprese perché “avevano bisogno di zuccheri”.

Il nostro, come dicevo, è solo un micro star system e come tale si rapporta anche con il cibo: non mangia il catering della troupe, con la troupe, si chiude invece nel suo camper dove gli viene servito cibo in abbondanza. I nostrI attori possono avere mille difetti ma non soffrono certo di anoressia, tantomeno ambiscono a diventare immortali perché sanno che lì è fatica: o sei una vera star come Meryl Streep o Antony Hopkins oppure sei un comune mortale come tutti. Non a caso, in una delle sue rarissime interviste, la più grande interprete che il cinema italiano abbia mai avuto , Anna Magnani, diceva: “Ma io non so nemmeno se la sono un’attrice, sa? Perchè cosa vuol dire essere un’attrice? Io una sera sono in un modo e una sera in un’altra. Un’attrice dovrebbe essere tutte le sere uguale”. E così, senza la scarnificazione del corpo, senza atteggiarsi a star ma restando sempre e solo se stessa, diventò, lei sì, immortale.

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I DOLCI LIMONI DI CIPRO

(Photo by Maurizio Zaccaro © 2018)

E’ da tempo ormai che l’Unione Europea pianifica nuove sanzioni al governo autoritario della Bielorussia accusato con prove inconfutabili di brogli elettorali alle ultime presidenziali e violenze nei confronti dei propri oppositori politici. i 27 paesi dell’Unione sono d’accordo nel congelare i beni e vietare l’ingresso nel territorio dell’Unione a 40 persone vicine al governo bielorusso, tranne uno, fra i più piccoli: Cipro.

E’ da tempo ormai, esattamente dal 2011, che la magistratura italiana indaga su quei circa 49 milioni di euro di cui la Lega avrebbe usufruito grazie ad una presunta truffa ai danni dello Stato sui rimborsi elettorali. Recentemente I pm hanno scoperto che parte di quel denaro è stata trasferita con investimenti a Cipro.

“La stagione invernale ti ha stremato? Le scadenze di fine anno ti hanno tenuto incollato al computer e non hai potuto concederti un viaggio esotico? L’isola di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, ti attende. E’ tempo che tu venga a Cipro.”

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CATTEDRALI NEL DESERTO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2016)

Dal DCPM del 4 marzo 2020: “Sono sospese le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro”

Il 4 marzo è passato da un pezzo. Il lockdown che ha congelato tutto anche, eppure i teatri, come i cinema, ancora soffrono se non una chiusura totale, il drammatico l’abbandono del loro pubblico. La gente ha paura a infilarsi in un luogo chiuso, soprattutto ora con la seconda ondata di una pandemia che sembra invincibile.

Cosa avrebbe detto Luca Ronconi nel vedere un teatro chiuso, con il palcoscenico abbandonato e il buio che incombe su platee deserte?

La sua timeline di lavoro, è scandita da tanti spettacoli ineguabliabili, sia per bellezza che per profondità. Regie che hanno radicalmente trasformato il linguaggio e la funzione del teatro: lo straordinario allestimento dell’Orlando Furioso (1969) ; l’Orestea (1972); Le Baccanti (1978) dove l’attrice, Marina Fabbri, guidava gli spettatori per le stanze del Laboratorio di Prato, ma anche l’indimenticabile Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus (un testo a detta di molti “irrapresentabile”) e messo in scena con grande acume e gusto al Lingotto di Torino nel 1990, e tanti altri ancora.
Tutti spettacoli realizzati fuori dai teatri, in spazi molto diversi dalle sale all’italiana, vellutate e dorate, a cui siamo abituati.

Forse per salvare il teatro dovremmo fare come Ronconi. Uscire dallo spazio chiuso, liberarsi insomma dalla quarta parete con la sua visione unicamente frontale e celebrare l’arte della messa in scena all’esterno, magari anche in un cortile, una piazza o, in mancanza d’altro, perfino in un parco, su un prato.
Ronconi voleva ridefinire gli spazi dell’esperienza teatrale, liberandola dai suoi naturali limiti. In parte c’era riuscito. La pandemia ci offre l’occasione per cavalcare la sua splendida utopia. L’alternativa è l’inevitabile declino di un arte della quale non possiamo fare a meno. ____________________________________________

RELAZIONI TOSSICHE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

In “Uno, nessuno e centomila – I quaderni di Serafino Gubbio operatore” Luigi Pirandello scrive: Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.

Ci sono persone che questa maschera la usano quotidianamente ma non è difficile accorgersene perché, ogni qualvolta le incontriamo, ci lasciano addosso una tangibile sensazione di disagio per non dire di vera e propria nausea: sono quelle che la sociologia e la psicologia definiscono come persone tossiche.

La caratteristica principale di questi individui è la capacità di manipolare gli altri, di renderli succubi alle loro volontà, fino a plagiarli e renderli servili nei loro confronti. Ma come si riconosce una persona tossica? Dai comportamenti prima di tutto perché agiscono in maniera tale da fare provare emozioni negative e dannose alle persone che le circondano.

Purtroppo, e lo dico per esperienza, nella film industry questi personaggi abbondano, forse perfino di più di qualsiasi altro posto di lavoro: sono i lacchè dei padroni del vapore, quelli che un giorno ti lusingano e il giorno dopo ti bastonano. Meglio liberarsene subito prima che la propria autostima evapori come una goccia d’acqua nel deserto.

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PATRICIA GUALINGA

(photo by Maurizio Zaccaro © 2013)

Ho conosciuto Patricia durante le riprese in Ecuador per “Adelante Petroleros”. Aveva attraversato la foresta pluviale con il marito e la figlioletta per raggiungerci a Puyo dove dovevamo girare una sua intervista ambientata a Radio Pastaza.

Patricia Gualinga è una difensora dell’ambiente e dei popoli indigeni, e una delle leader del popolo Kichwa di Sarayaku, comunità indigena dell’Amazzonia in Ecuador. Con la sua comunità si oppone all’appropriazione indebita delle loro terre da parte di imprese estrattive, in palese violazione dei diritti umani dei popoli indigeni. Recentemente, a causa del suo attivismo, Patricia ha spesso subito minacce ed attacchi anche violenti. Nonostante ciò il governo ecuadoriano reputa non necessario metterla sotto protezione.

A proposito della pandemia globale, che sta aggravando ancora di più la situazione già complessa dei popoli amazzonici, Patricia Gualinga ha dichiarato:

«L’Amazzonia vive moltissime emergenze, il coronavirus è l’ultimo anello di una catena di sofferenze. Ci sono le inondazioni che hanno colpito le abitazioni e le coltivazioni degli indigeni; c’è la contaminazione con la rottura continua di oleodotti usurati che instillano sostanze tossiche nei raccolti o nell’acqua; c’è il dengue, il paludismo, l’abbandono dello Stato. Noi stiamo cercando di agire grazie a volontari, alleati, amici. La Chiesa si “mischia” in questo gruppo: la Repam lavora duramente, come pure gli Episcopati locali. Quello che stiamo facendo è affrontare di petto l’emergenza ed ottenere risposte dal governo che non si è preso le sue responsabilità. Anzi, non credo che neppure ci abbia mai pensato! Siamo stati lasciati in una condizione di abbandono. Ma l’Amazzonia è molto grande e ha bisogno di tante risposte, diverse e immediate».

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HEZBOLLAH MUSEUM OF RESISTANCE

Video by Maurizio Zaccaro © 2020)

A Mlita, in Libano, lontano solo una cinquantina di chilometri dalla frontiera con Israele e settanta da Beirut, c’è il Museo della Resistenza dell’organizzazione paramilitare islamista Hezbollah. Il museo , costruito nei pressi di una ex base operativa sotterranea, sembra un parco tematico modello Disneyland è stato creato (e inauguarato nientemeno che da Noam Chomsky) per onorare la lotta degli Hezbollah contro l’occupazione israeliana ed espone tutto quello che i militanti del “Partito di Dio” hanno sottratto nel tempo all’ IDF, Israel Defence Forces: carriarmati, cannoni, blindati, armi di ogni genere, postazioni radio , missili terra aria, elicotteri abbattuti.

La strada che sale verso Mlita attraversa le brulle colline adiacenti la valle della Bekaa. Fra un tornante e l’altro, è tutto un tripudio di bandiere gialle e poster dei martiri morti in combattimento.

Nato una quarantina d’anni fa come piccolo movimento di guerriglia ( e finanziato direttamente dall’Iran) per contrastare l’occupazione israeliana del Libano meridionale, Hezbollah è cresciuto fino a diventare, oggi, una delle forze più importanti del Paese, se non dell’intero scacchiere medio-orientale. Non a caso è uno dei più importanti alleati di Assad nella guerra civile siriana , a cui partecipa con un suo contingente.

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EQUINOZIO D’AUTUNNO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2016)

Per dare il benvenuto all’autunno, alcuni lo festeggiano stando alzati tutta la notte dell’equinozio, proprio per rendere onore alle stesse ore di luce e di buio: quasi un rito di buon auspicio per i progetti futuri e per ritrovare la pace interiore. Leggende a parte, c’è un film memorabile che ci porta a questo periodo dell’anno : Sinfonia d’autunno (1978) di Ingmar Bergman. Un film sontuoso, recitato magnificamente da Liv Ulmann, e Ingrid Bergman nell’unica sua collaborazione col maestro svedese. Peccato che da un po’ di tempo Ingmar Bergman sia entrato nel cono d’ombra degli autori dimenticati. Il suo era un cinema nobile, profondo, un cinema che pochissimi oggi saprebbero fare.

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SONG OF MYSELF

(video by Maurizio Zaccaro © 2016)

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AGONIA

(photo by Murizio Zaccaro © 2017)

Mario Monicelli diceva: “Il cinema non produce arte, ma crea cultura.” Oggi queste parole suonanano purtroppo lontane, quasi ironiche se rapportate al momento storico e sociale che stiamo vivendo . Le sale cinematografiche sono perlopiù ancora chiuse. Qualche timida riapertura c’è stata ma gli incassi registrano un flop senza precedenti. Così, lentamente, sta calando il sipario anche sulla cultura perché il cinema, quello vero, non è mai stato solo svago, divertimento, intrattenimento, ma qualcosa di più.

La crisi provocata dalla pandemia, il contagio che impaurisce il pubblico, stare seduti per un paio d’ore con una mascherina in faccia, la riduzione dei posti , stanno eliminando non solo le piccole realtà locali di tutte le città, ma anche le multisale delle grande catene distributive. In questo distopico scenario, non si può ignorare l’avanzamento del progresso tecnologico. Tv satellitari, l’avvento delle piattaforme come Netflix, Amazon Prime, Chili, Disney + e tante altre, provocano una costante, inarrestabile emorragia di spettatori, il che vuol dire che fra qualche decennio (per essere ottimisti) le sale saranno solo un vago ricordo, una nostalgia d’altri tempi. Del resto, insistere sulla loro forzata sopravvivenza sarebbe come dire che l’unica possibilità che abbiamo per produrre energia sono, e saranno per sempre, i combustibili fossili.

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IL SULTANO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2015)

Non è Mehmet II, detto Fātiḥ, “Il Conquistatore”, che a soli 21 anni pose fine, con la conquista di Costantinopoli (1451), all’Impero Romano d’Oriente dopo 1058 anni di esistenza. Però vorrebbe essere come lui , se non ancora di più, peccato che alla stessa età di Mehemet II, al posto di assediare Costantinopoli , facesse solo il calciatore in una squadretta semi-professionale di Istanbul.

Ormai quasi settantenne, Recep Tayyip Erdogan, dopo una vita spesa ai vertici del potere turco a forza di colpi di stato, stragi di curdi, repressioni interne, continue violazioni delle libertà di stampa e guerre varie (vedi la Siria, e ora la Libia) e altre prodezze, quasi ce l’ha fatta a emulare, almeno in popolarità, Mehmet II.

Oggi che è diventato uno degli uomini più temibili del Medio Oriente, il suo interesse è rivolto più alla riesumazione del glorioso, invincibile Impero Ottomano che al benessere della sua gente. Vedi la trasformazione di Santa Sofia in moschea. Ma se fosse solo questo non ci sarebbero problemi: che Erdogan giochi col passato è nella sua natura.

La vera minaccia è nel presente, con una sempre più probabile dichiarazione di guerra alla Grecia, e quindi all’Unione Europea, per appropriarsi “di ciò che è già suo”, cioè le risorse energetiche che giacciono sui fondali del mar Egeo e del Mediterraneo attorno a Cipro: “La Turchia è determinata a fare tutto ciò che serve per ottenere il riconoscimento dei propri diritti nell’Egeo, il Mar Nero e il Mediterraneo. Non accettiamo compromessi su ciò che è nostro e non ci saranno concessioni” dice il nuovo sultano.

E l’Europa? Il Governo di Atene sta premendo affinché tutta l’Unione tenga conto degli atteggiamenti di Erdogan nella politica dei negoziati. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha più volte inviatato Ankara a porre fine alle “provocazioni nel Mediterraneo orientale”. Tutto qui.

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NOUR

“NOUR” CONQUISTA MARZAMENI: MIGLIOR FILM E PREMIO DEL PUBBLICO.

Cala il sipario sulla XX edizione del Festival internazionale Cinema di Frontiera

Premio Bcc a Michela Occhipinti per “Il corpo della sposa” 

Il miglior “corto” è “Roberto” di Carmen Còrdoba Gonzàlez

Marzamemi, Pachino 20 settembre 2020  

La storia di Nour, la ragazzina siriana sbarcata a Lampedusa alla ricerca della madre, ha conquistato Marzamemi. È il lungometraggio di Maurizio Zaccaro a fare incetta di premi alla XX edizione del Festival internazionale del Cinema di Frontiera. Il film tratto dal libro “Lacrime di sale”, scritto dal medico di Lampedusa Pietro Bartolo e Lidia Tilotta, ha vinto il Premio Speciale 2020  assegnato non da una giuria ma direttamente dal Festival e anche quello di gradimento decretato dal pubblico. 

 “Un film che per noi ha un significato particolare – ha dichiarato il direttore artistico Nello Correale – che rappresenta in pieno le motivazioni e la filosofia del nostro Festival. Nour ci ricorda che le frontiere, che cerchiamo di raccontare da 20 anni non sono solo geografiche, ma che quelle più difficili da superare sono interne, quelle che ci portiamo appresso. Il film di Zaccaro ci fa capire che, anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, rimarrà ancora da confrontarsi con un’ altra grande vicenda, che è quella dell’immigrazione. E la soluzione non la si potrà trovare in un vaccino, ma nella nostra coscienza e con la consapevolezza di affrontarla”. 

Il premio della Banca di credito cooperativo di Pachino è stato assegnato al film “Il corpo della sposa”, a ritirare il premio la regista Michela Occhipinti. La pellicola descrive la pratica del “gavage”, a cui devono sottostare in Mauritania le donne in procinto di sposarsi, secondo cui la futura sposa deve ingrassare decine di chili per rispondere al canone estetico imposto dalla tradizione. 

La giuria dei corti, formata dagli attori David Coco ed Ester Pantano e dal regista Diego Ronsisvalle, ha assegnato il premio di miglior cortometraggio al corto di animazione spagnolo “Roberto” di Carmen Còrdoba Gonzàlez “attraverso una delicata declinazione di sentimenti come la timidezza, la paura, la sorpresa, la fiducia e su tutti l’amore, filmicamente racconta, con efficacia assoluta, un tema drammatico come l’anoressia”.

Il premio speciale va ad “Amal” di Matteo Russo e Antonio Buscema per la forza di rappresentare “un immaginario probabile che ci narra di viaggi, di migrazioni o forse solo di fughe” e due menzioni speciali sono andate a “Tonino” di Gaetano Di Mauro e “Influencer” dello spagnolo Rubén Barbosa. 

Un premio speciale è andato anche a Babak Karimi per il focus “Corti Iran”. 

La serata finale, condotta dall’attrice e regista Gisella Calì, ha regalato emozioni e lacrime durante l’omaggio al compianto Sebastiano Gesù, critico cinematografico e vicedirettore del Cinema di Frontiera, a cura del Centro Studi Cinematografici:  l’attrice  Elisa Di Dio ha letto il suo testo  “L’arcano Sicilia”. Gran finale con l’evento speciale “Safety last (Preferisco l’ascensore)” di Fred C. Newmeyer e Sam Taylor, con Harold Lloyd Usa 1923, 74’, film muto con accompagnamento musicale dell’Ensemble Darshan. 

Il Festival ha confermato di essere uno straordinario volano per un futuro sostenibile del turismo a Marzamemi – ha dichiarato il presidente della Pro Loco Marzamemi, Nino Campisi -, che deve puntare su eventi di qualità anche al di fuori dei periodi di maggiore afflusso. Sono state superate innumerevoli difficoltà grazie al sostegno delle realtà economiche e sociali locali e al lavoro entusiasta di tanti volontari”. 

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AGUAS CALIENTES

(photo by Maurizio Zaccaro © 1990)

Sono passati trent’anni esatti dal mio viaggio in Perù. A quel tempo avevo una reflex analogica, una Pentax SP 1000 nella quale caricavo rullini in bianco e nero, (di solito Ilford fp4 plus da 125 Asa). Con quella tecnica, ancora molto lontana dal digitale di oggi, ho scattato centinaia di fotografie durante quel viaggio. Fra tutte, quelle fatte alla stazione ferroviaria di Aguas Calientes, un piccolo paese adagiato sulle rive dell’Urubamba, proprio sotto Il Machu Pichu, mi sono particolarmente care. Non ho mai saputo come si chiamava la ragazza che vendeva ninnoli d’argento ai turisti ma quelle poche parole che ho scambiato con lei, io appoggiato al finestrino del treno in partenza per Cusco, lei giù che cercava di convincermi a comprare almeno un anellino per la mia “guapa”, non le ho mai dimenticate, come il suo sorriso e la sua contagiosa simpatia. Se un giorno, navigando in rete, la “venditrice di ninnoli” capiterà su questa pagina, forse si riconoscerà e questa è la magia, quella pura di uno scatto fotografico che, come dice Denis Curti nel suo bellissimo libro “Capire la fotografia contemporanea” (Marsilio/Cartabianca) “…racconta una storia, politica, sociale, umana, indelebile nel tempo.”

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REFERENDUM COSTITUZIONALE

Al posto di tutto sto casino era sufficiente fare una legge che riduceva le generose retribuzioni dei parlamentari in modo da ottenere un significativo risparmo. E invece, calcolando in 160.000 euro annui all’incirca la retribuzione netta per ciascun parlamentare, il taglio di 300 parlamentari comporterebbe un risparmio di soli 50 milioni.

Di Maio sa bene che il risparmio di 50 milioni per le casse dello Stato, non farebbe presa sull’opinione pubblica allora cosa dice? Spara ai quattro venti che il risparmio sarà di 500 milioni, ma poi aggiunge senza ritegno: … in dieci anni!

E’ da una vita che i cinque stelle pensano che gli italiani siano un popolo d’imbecilli tant’è che mi stupisco come Di Maio non tenti il tutto per tutto dicendo che con il taglio dei parlamentari si ottiene un risparmio di 50 miliardi, non di 50 milioni … in mille anni.

Ecco perchè io voto un bel NO , e non è detto che non serva.

p.s. del 21 settembre 2020

Io voto, voto, ma non vinco mai niente!

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L’ORO DELL’ UZBEKISTAN

(photo by Maurizio Zaccaro © 2009)

A differenza di quello che avviene in Italia dove 49 MILIONI si dissolvono nel nulla, la Svizzera e l’Uzbekistan hanno raggiunto l’accordo secondo il quale Berna potrebbe rendere a Tashkent i circa 131 milioni di dollari sequestrati alla figlia dell’ex presidente Islam Karimov.

Nel corso del tempo, Gulnara Karimova ha nascosto quasi un miliardo di dollari in Svizzera, fondi che secondo i pubblici ministeri provengono da tangenti che tre operatori mobili stranieri le hanno pagato per ricevere licenze operative in Uzbekistan. Oltre ai quei 131 milioni di dollari ce ne sono altri 700 ancora congelati che potrebbero un giorno essere messi a disposizione del nuovo governo di Tashkent. La caduta in disgrazia di Gulnara Karimova è iniziata ancor prima che suo padre morisse nel settembre 2016.

Arrestata a Tashkent nell’agosto 2015 con accuse tra cui corruzione ed evasione fiscale è stata condannata a 10 anni di “libertà limitata”, cioè agli arresti domiciliari. Intanto la Karimova, per farsi ridurre la pena, si è impegnata per recuperare anche altri fondi acquisiti in modo improprio. Nel 2019, tuttavia, il tribunale ha ordinato il trasferimento in prigione di Karimova dopo aver scoperto che aveva violato i termini dei suoi arresti domiciliari.

Come se non bastasse la Karimova è stata incriminata inoltre lo scorso anno per cospirazione e riciclaggio di denaro a New York, dove “è accusata di aver sfruttato la sua posizione ufficiale per sollecitare e accettare più di 865 milioni di dollari in tangenti da tre società di telecomunicazioni quotate in borsa, e poi riciclare quelle tangenti attraverso il sistema finanziario degli Stati Uniti” – secondo il comunicato del Dipartimento di Giustizia.

Bel personaggino la Karimova, non c’è che dire. Magari un giorno scopriremo che qualcuno , in Italia, è andato a lezione da lei.

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IL CANTO DELLE SIRENE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Il canto delle Sirene è una melodia che crea dipendenza in chi lo ascolta, che stordisce con la sua dolcezza e il suo calore, ma è pericoloso perché non porta a compimento il viaggio di Ulisse. Così come certe relazioni che scandiscono sistematicamente la nostra vita, che ci ‘uncinano’ e con le quali colludiamo, impotenti nel tirarcene fuori, nell’uscire dai ‘giochi’ che ci allontanano da noi stessi. Ma se tentiamo anche noi di legarci all’albero maestro forse ce la possiamo fare. Come dice Fernando Pessoa: Siediti al sole. Abdica, e sii Re di te stesso. Alla fine non è così difficile, credetemi.

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IL POTERE DEL BASILICO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Gli alchimisti conoscevano bene il “potere magico del basilico”, ne hanno studiato per secoli le proprietà occulte visto che era considerato una delle piante sacre del Paradiso: infatti il basilico era in grado di favorire il recupero, da parte dell’uomo, del potere e della felicità perdute dopo la cacciata dall’Eden: un talismano efficace. In questo senso il basilico è considerato uno dei migliori tonici del sistema nervoso, è in grado di attenuare la fatica mentale e di liberare la mente, favorendo vigore e chiarezza, e allontanando l’indecisione e le idee negative. Ecco perchè sono convinto che fra i padroni del vapore dello spettacolo, a cominciare da certi produttori malandrini e maleducati, ben pochi sanno che per vivere meglio e magari essere più gentili basterebbe una foglia di basilico.

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PRIMA REGOLA AUREA PER GIOVANI REGISTI

(disegno di Emanuele Luzzati)

Quando incontrate un produttore non dimenticate che il suo fine non è quello di acchiappare statuette ma fare soldi. Allora fategli brillare davanti agli occhi l’oro con le parole. I grandi registi sono sempre stati ipnotici  affabulatori.

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IL JINN

(Photo by Maurizio Zaccaro © 2016)

In una notte davvero torrida, in piazza Jamaa el Fna a Marrakech, Mohamed mi fece notare una donna che indossava una strana veste a corde intrecciate di canapa tinta di rosso. Giovane, bella come una dea, con un segno blu che le divideva in due il mento, si aggirava fra la folla come se stesse cercando qualcuno.

“E’ una Jinn… ” disse Mohamed, poi mi spiegò che i jinn sono spiriti intelligenti, mortali, sessuati, con corpi trasparenti e l’abilità di assumere diverse forme in modo da essere visibili all’osservatore solo in certe condizioni: per portare a termine terribili punizioni per i peccatori, ma anche compiti difficili per aiutare gli eroi.

“E noi chi siamo, peccatori o eroi?” chiesi a Mohamed. Lui , smorzando un sorriso ironico replicò: “Parla per te peccatore infedele…parla per te!”

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LA FAME

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

«Conosciamo la fame, siamo abituati alla fame: abbiamo fame due, tre volte al giorno. Nelle nostre vite non esiste niente che sia piú frequente, piú costante, piú presente della fame – e, al tempo stesso, per la maggior parte di noi, niente che sia piú lontano dalla fame vera». Per comprenderla, per raccontarla, Martín Caparrós ha viaggiato attraverso l’India, il Bangladesh, il Niger, il Kenya, il Sudan, il Madagascar, l’Argentina, gli Stati Uniti, la Spagna. Lí ha incontrato persone che, per diverse ragioni – siccità, povertà estrema, guerre, emarginazione – soffrono la fame. La fame è fatto delle loro storie, e delle storie di coloro che lavorano in condizioni molto precarie per mitigarla e di coloro che vi speculano sopra, affamando tanta gente. La fame intende, soprattutto, svelare i meccanismi che fanno sí che quasi un miliardo di persone non mangino quanto è necessario. Un prodotto ineludibile dell’ordine mondiale? Il frutto della pigrizia e dell’arretratezza? Un affare di pochi? Un problema in via di soluzione? Il fallimento di una civiltà? Un libro scomodo e appassionato, una cronaca che riflette e un saggio che racconta, un pamphlet che denuncia una vergogna intollerabile e cerca vie di uscita per eliminarla con urgenza. /da Einaudi)

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LE API

(video di Maurizio Zaccaro © 2020)

“Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero più di quattro anni di vita”, suona in maniera davvero cupa la celebre frase attribuita ad Albert Einstein, soprattutto a fronte del fatto che stiamo vivendo un’emergenza ambientale senza precedenti nella storia dell’uomo. Non c’è soltanto una causa dietro alla moria delle api, ma una concatenazione di motivi facenti tutti capo ad uno scellerato uso dei sistemi industriali che hanno inesorabilmente cambiato il modo di allevarle. Gli apicoltori di ieri non avevano certo problemi derivati da pesticidi, acari e antibiotici, perché in contatto con un equilibrio naturale oggi del tutto assente, da cui derivano le covate acide o la nascita di insetti killer.
Niente api niente ciliegie. Niente ciliegie, niente bambini” dice un bimbo nel documentario di Ermanno Olmi, “Terra Madre”. A volte la purezza dei bambini batte di gran lunga l’intuizione di un genio come Einstein

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LA FORZA

(photo by Maurizio Zaccaro – © 2020)

“Il vero eroe è la forza. La forza adoperata dagli uomini, la forza che piega gli uomini, la forza dinanzi alla quale si ritrae la carne degli uomini. L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti con la forza: travolta, accecata dalla forza di cui crede disporre, si curva sotto l’imperio della forza che subisce. La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere. C’era qualcuno, e un attimo dopo non c’è nessuno. ” Simone Weil

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I GIRASOLI

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Un nuovo studio ha confermato che quando i girasoli diventano adulti, smettono di muoversi alla ricerca del sole e restano fissi rivolti a est. La stessa cosa succede all’uomo: ad una certa età è inutile correre dietro il sole, basta e avanza quello che ognuno ha dentro di sè. L’altro è solo un astro malefico che brucia, incenerisce senza ritegno ogni libertà. Un carnefice che riduce la vita a servitù, che obbliga a cercare l’ombra nella quale stare nascosti, invisibili e soprattutto innocui, sottoposti alle leggi della sopraffazione. Guarda caso, la stessa strategia dei “padroni del vapore” che ho sempre detestato e combattuto. E continuerò a farlo anche da fermo, con lo sguardo rivolto ad est, come un vecchio girasole che sta perdendo i suoi preziosi semi.

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IL CANE DI PABLO NERUDA

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Il cane mi domanda e non rispondo. Salta, corre per i campi e mi domanda
senza parlare e i suoi occhi sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano e io non rispondo, non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.

In campo aperto andiamo uomo e cane. Brillano le foglie come se qualcuno le avesse baciate a una a una, sorgono dal suolo tutte le arance a collocare piccoli planetari su alberi rotondi come la notte, e verdi,e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio, nella campagna cilena, fra le limpide dita di settembre.

Il cane si ferma, insegue le api, salta l’acqua trepida, ascolta lontanissimi latrati,
orina sopra un sasso, e mi porta la punta del suo muso, a me, come un regalo.
È la sua freschezza affettuosa, la comunicazione del suo affetto, e proprio lì mi chiese con i suoi due occhi, perché è giorno, perché verrà la notte, perché la primavera non portò nella sua canestra nulla per i cani randagi, tranne inutili fiori, fiori, fiori e fiori.

E così m’interroga il cane e io non rispondo. Andiamo uomo e cane uniti
dal mattino verde, dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi
esistiamo, questa unità fra cane con rugiada e il poeta del bosco, perché non esiste l’uccello nascosto, né il fiore segreto, ma solo trilli e profumi per i due compagni: un mondo inumidito dalle distillazioni della notte, una galleria verde e poi un gran prato, una raffica di vento aranciato, il sussurro delle radici, la vita che procede, e l’antica amicizia, la felicità d’essere cane e d’essere uomo trasformata in un solo animale che cammina muovendo sei zampe e una coda con rugiada.

Pablo Neruda

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SECONDA REGOLA AUREA PER GIOVANI REGISTI

(disegno di Emanuele Luzzati)

innanzitutto cercare sul volto dei produttori i motivi per fidarsi di loro: se vedete occhi opachi, labbra contratte in un indecifrabile sorriso e un’espressione vacua state certi che non saranno mai i paladini della vostra idea, ma della loro.

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GLI ARGONAUTI

Rivedere su Netflix GLI ARGONAUTI di Don Chaffey (1963) è stato come salire sulla macchina del tempo e tornare ragazzino, quando andavo al cinema Alpi in via Ricciarelli a Milano a vedere ben due film alla volta al prezzo di uno. Credo di non aver più visto GLI ARGONAUTI da allora ma ricordo che all’epoca mi impressionò molto per gli effetti speciali in stop motion di Ray Harryhausen, che sono di una bellezza struggente e disincantata nonostante siano passati quasi sessant’anni dalla loro realizzazione: il celebre duello di Giasone con gli scheletri nati dai denti di Idra, per esempio. Una magia assoluta, altrochè mondi digitali, body double e chroma key di oggi.

Don Chaffey, che non aveva a disposizione la nostra attuale tecnologia per i visual effects, ha realizzato GLI ARGONAUTI con mano felice e un ritmo a dir poco invidiabile, lo dimostra il fatto che, visto nel 2020, il film non annoia per niente, anzi.

DON CHAFFEY

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AFFARI DI CASA NOSTRA

“Lombardia Film Commission promuove la realizzazione di film, fiction TV, spot pubblicitari, documentari e di ogni altra forma di produzione audiovisiva sul territorio lombardo.”

Detto, fatto. Poi se qualcuno è così gentile da spiegarmi a cosa sarebbe servito, quel capannone a Cormano (un teatro di posa?) mi fa un favore.

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BOLOGNA – 2 AGOSTO 1980 – ORE 10,25

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(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

PER NON DIMENTICARE CHE IL FASCISMO E’ UNA BRUTTA BESTIA CHE GIRA PER IL MONDO E NON SI FERMA MAI.

“Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare… il ‘fascismo eterno’. È ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimè, la vita non è così facile. …Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo” Umberto Eco

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IL CAMPO DI CIPOLLE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Lo spettacolo della natura si rinnova ogni giorno quando i campi di cipolla sono in fiore. La fioritura inizia tra la fine di maggio e l’inizio di giugno e prosegue anche per un mese. Le piante di cipolla sono lasciate germogliare per ottenere i preziosi semi che permetteranno nuovi raccolti. Ma è il lavoro degli insetti pronubi come le api, che trasportano il polline da un fiore all’altro permettendo l’impollinazione e la conseguente formazione del frutto, a rendere tutto possibile. Un omaggio alla vita che riunisce piante ed esseri viventi.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
(Wislawa Szymborska)

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SANTARCANGELO DI ROMAGNA

( photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

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MINIFILM SUL LOCKDOWN

´video di Maurizio Zaccaro © 2020`

Dal momento in cui la peste aveva chiuso le porte della città, non erano più vissuti che nella separazione, erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto dimenticare. Con gradazioni diverse, in tutti gli angoli della città, uomini e donne avevano aspirato a un ricongiungimento che non era, per tutti, della stessa natura, ma che, per tutti, era egualmente impossibile
(Albert Camus, La peste)

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TERZA REGOLA AUREA PER GIOVANI REGISTI

(disegno di Emanuele Luzzati)

Se ambisci a lavorare per la televisione devi sapere che non potrai fare quello che vuoi (altrimenti gli autori, quelli che diceva  Flaiano, s’incazzano e il network pure)  ma sarai comunque responsabile di quello che farai.

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ACQUA E ISLAM

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Tra l’acqua e il mondo islamico esiste un rapporto intimo e antico, che le ragioni climatiche possono spiegare solo in parte. Vi è infatti alla base un’eredità di tradizioni e civiltà, un senso religioso profondo, complesse ragioni sociali e culturali.
L’acqua appartiene ai nostri sogni più profondi, evoca la maternità, la pulizia, la purezza, la sensualità, la nascita e la morte. E se questo vale naturalmente per ogni civiltà, nell’Islam tali idee hanno trovato un senso più profondo, facendo dell’acqua un fulcro tanto spirituale quanto sociale ed estetico. L’acqua è stata domata con i qanat, resa rito con i hammam, venerata come dono celeste e temuta come castigo divino.

Da“Acqua, Islam e Arte” Silvana Editore 2019

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ANGELO

(photo by Maurizio Zaccaro – © 2015)

Si dice che i vecchi siano come i bimbi. A quest’uomo che ho conosciuto e amato, Angelo, che nel momento in cui ho scattato questa fotografia era ormai prossimo al traguardo della vita ma con la stessa meraviglia di un bimbo guardava alla finestra i primi fiocchi di neve che quel giorno stavano cominciando ad imbiancare il paese, voglio dedicare questa semplice poesia di Marino Moretti (Cesenatico, 18 luglio 1885 – Cesenatico, 6 luglio 1979

Il bimbo guarda alla finestra i fiocchi
taciti ch’empion turbinando l’aria;
guarda la strada bianca e solitaria
che non ha che un ombrello e due marmocchi,
e guarda la casina dirimpetto
che è agghiacciata dal vento e dalla bruma,
ma che pur nel silenzio algido fuma
con la pipa del suo comignoletto.
Sorride il bimbo nel suo caldo covo,
ed è stupito, perché i fiocchi a un tratto
d’un paesello nero e vecchio han fatto
un paesello tutto bianco e nuovo.

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TRAMONTI

(photo by Maurizio Zaccaro – © 2019)

Quando la nostra vita si avvicina al tramonto, riemerge con forza una questione essenziale – “Per quale ragione ho vissuto, per quale motivo vivo ancora?” Risuona così un ultimo appello per imparare a vivere, a tralasciare il superfluo per il necessario e, soprattutto, a selezionare con parsimonia gli ultimi amici scartando così una volta per tutte gli imbonitori da fiera, gli speculatori, i falsi, i traditori, i corrotti, tutti coloro insomma che per tanti loro loschi interessi sono pronti a farci del male e continuano a farcelo. Solo così credo, almeno per i giorni che ci restano, si può ritrovare il giusto senso del vivere quotidiano.

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OPERAZIONE ODYSSEUS

(photo by Maurizio Zaccaro – © 2017)

In questo Paese, devi fare la grana prima. E quando hai fatto la grana, c’hai il potere. E quando hai il potere, c’hai tutto pure le donne. È per questo che bisogna muoversi.” No, non è un intecettazione ambientale dell’operazione “Odysseus” (2017/2020) condotta dalla Guardia di finanza, in collaborazione con la polizia locale sui fatti e misfatti della caserma dei Carabinieri Levante, di Piacenza. E’ solo una battuta tratta da “Scarface” diretto dal Brian De Palma (1983) con Al Pacino nel ruolo di Tony Montana.

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IL CINESTUDIO OBRAZ

Le lezioni, alla Scuola di Cinema di Milano, duravano dalle 19 alle 22. Tutte le sere. Poi si andava alla svelta da Corso Italia all’Obraz Cinestudio di Largo La Foppa dove Enrico Livraghi (che l’aveva fondato nel 1976) ci aspettava prima di dare il via all’ultima proiezione. Ho visto così, in quella minuscola sala da 100 posti quasi mai piena, i più grandi film del cinema mondiale: americani, inglesi, giapponesi, tedeschi, tutto Bergman e Sjoman, tutto il neorealismo italiano, e tutti i russi ovviamente, ma proprio tutti! Da Kulešov a Vertov, da Eizenštein a Pudovkin, a  Dovženko… e i francesi? E lì che ho visto non so quante volte Jules et Jim, tutti i film con Jean Gabin…Sono stati anni caldi e indimenticabili quelli dell’Obraz, grazie ad Enrico, al suo amore per il bel cinema, per l’arte, per la cultura. Ho lasciato Milano nel 1997, ma quando torno trovo sempre il tempo per passare in Largo La Foppa e resto lì come un ebete a guardare un negozio di ottica: una volta, lì dentro, c’era l’Obraz. Non è malinconia quella che provo quando sono di fronte a quelle vetrine piene di occhiali griffati, solo sbigottimento, incredulità e rabbia, sì, rabbia! Com’è stato possibile, mi chiedo, che una città come Milano abbia, il 10 giugno 1990, sfrattato Livraghi e il suo tempio, spento uno schermo davvero magico, sprangato le porte a chi era assetato di Cinema? Meglio non fare domande alle quali non si può dare alcuna logica risposta. Certo, la maggior parte di quei film oggi sono facilmente reperibili sul Web ma l’Obraz Cinestudio era un’altra cosa: era la nostra vita, il nostro posto, i nostri occhi, i nostri sogni. Tutto.

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QUARTA REGOLA AUREA PER GIOVANI REGISTI

(disegno di Emanuele Luzzati)

Fate in modo che uno sceneggiatore sia degno della vostra regia, mai il contrario. Comunque sia, la miglior sceneggiatura è sempre quella che regala al regista la massima libertà d’espressione.

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LA MOVIOLA

Negli anni “ruggenti” in cui frequentavo la Scuola del Cinema di Milano vivevo in due piccoli locali ( il cesso fuori, sul ballatoio) di una vecchia casa di ringhiera che si affacciava sul Naviglio Pavese, all’altezza della Conca Fallata. In quei due minuscoli locali, arredati alla buona grazie alla generosità degli amici c’erano però due cose particolari: una camera oscura con un buon ingranditore Diamond e una pesantissima Prevost “ a tre  piatti “ per montare i film in 16 mm.

Oggi, in un mondo dove l’analogico fa ormai parte del nostro remotissimo passato, quell’ingranditore e quella moviola mi mancano enormemente. Non è una banale questione di nostalgia per “i bei tempi della gioventù”, non è nemmeno una tardiva rivolta contro i pixel ma, più semplicemente, la crescente necessità di tornare a una dimensione più umana del lavoro. Sia in camera oscura che in moviola mi piaceva stare con gli amici,  e quasi mai da solo. Si scoprivano così, insieme, tante cose, si ragionava, si discuteva, ci si confrontava. Questo era importantissimo e , soprattutto, straordinariamente creativo. Certo, c’era l’ingombro dei materiali che si usavano. Solo la moviola per esempio occupava l’intera metà di una delle due stanze, la camera oscura, separata dal resto della casa con dei pannelli di cartongesso, altrettanto. Restava giusto lo spazio per un letto singolo, un tavolo per quattro, un frigorifero e nient’altro. Eppure era tutto quello che serviva per vivere e lavorare.  L’Era Meccanica, insomma, era decisamente più sociale dell’Era Digitale.. Quindi nessuna nostalgia, solo una grande solitudine. Oggi per montare un film basta un Pc, un programma di montaggio, un capiente hard disk e basta. Si può fare tutto il lavoro anche da soli. Ma poi che film esce, parlando unicamente con pixel e gigabite? Accendere quella Prevost 16 mm, sentire il rumore dei rocchetti che trascinavano la pellicola, vedere l’immagine traballante sul piccolo visore, tagliare e incollare la pellicola con la “Pressa Catozzo” non era un lavoro ma un rito che pochi, allora, praticavano. Eravamo come i sacerdoti di un tempio dove, solo ed esclusivamente agli amici più intimi era concesso l’ingresso. Si montava quasi al buio e questo rendeva l’atmosfera ancora più sacrale. Oggi invece si monta con la luce, davanti a un monitor, fra cellulari che squillano, mail in arrivo e in uscita, facebook sempre attivo, gente che entra ed esce dalla “moviola” (perché ci ostiniamo ancora a chiamarla così è un mistero insondabile) come se nulla fosse. Una barbarie senza fine che nuoce alla qualità stessa del lavoro, che destabilizza la concentrazione necessaria alla selezione dei materiali, al loro amalgamarsi con grazia e bellezza.       

 Il montaggio è l’essenza di tutto il lavoro cinematografico. Per praticarlo con eccellenza non ci vuole solo padronanza tecnica (quella la si acquisisce in un lampo), occorre invece imporre a se stessi una ferrea disciplina di vita. Entrare in moviola vuol dire entrare in una chiesa dove nient’altro esiste tranne la fede nell’opera alla quale stiamo dedicando un frammento unico e irripetibile della nostra vita. Montare un film è un modo di vivere, non un modo di lavorare. Per questo il montatore cinematografico dovrebbe essere innanzitutto onesto con se stesso e chiedersi, ogni volta che da un ammasso caotico di materiale girato deve scegliere una scena al posto di un’altra, se la sua scelta è dettata dall’esperienza o, soprattutto, da una visione del mondo che lo rende, in quel preciso momento, più vicino a un vero artista che a un tecnico. Ho letto una volta una bella frase di San Francesco d’Assisi, che non ho mai dimenticato: – Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. – A volte, a un montatore ogni regista chiede esattamente questo: l’impossibile. E l’impossibile è raggiungibile solo con la disciplina interiore, non con una vita dissoluta. Solo così si mette in evidenza il talento perché il vero artista non è, come spesso si dice -maledetto – ma, più semplicemente consapevole del proprio ruolo, e quindi delle sue capacità e dei suoi limiti.

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EMMANUEL CARRERE

Scrive Emmanuel Carrere in una delle prime pagine del suo romanzo IL REGNO (Adelphi)

“Ho collaborato alla sceneggiatura di una serie televisiva, “Les revenants”. E’ un pezzo che non scrivo un vero romanzo ma so riconoscere un meccanismo narrativo efficace quando me ne propongono uno, e questo era di gran lunga il più efficace che mi fosse stato proposto da anni nella mia carriera di sceneggiatore. Per quattro mesi ho lavorato tutti i giorni, dalla mattina alla sera, insieme al regista Fabrice Gobert, con un entusiasmo misto spesso a sbalordimento davanti alle situazioni che creavamo e ai sentimenti che maneggiavamo. Poi per quanto mi riguarda i rapporti con i produttori si sono guastati. Ho quasi vent’anni in più di Fabrice e sopportavo meno bene di lui il fatto di essere messo continuamente sotto esame da un manipolo di fighetti con la barba di tre giorni che potevano essere miei figli e prendevano un’aria di sufficienza davanti a quello che avevamo scritto. La tentazione di dire “ragazzi, se sapete così bene cosa bisogna fare, fatevelo da soli” era forte. E vi ho ceduto. Contro i saggi consigli di mia moglie Helene, e di Francois, il mio agente, me ne sono andato sbattendo la porta a metà della prima stagione.”

Direi che ha fatto bene.

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46

(photo by Alessandra Gori © 2010)

Questo scatto risale a qualche anno fa quando sono andato a Tavullia con Ermanno Olmi per girare uno spot per Dainese, quello dell’abbigliamento per motociclisti. Quel giorno mi sono reso conto che Valentino Rossi non era poi così lontano da quei capitani di ventura che fra I colpi d’artiglieria che sovrastavano il fracasso del metallo delle armature, rischiavano ogni giorno la vita. Come loro Valentino non ha paura di niente, nelle sue vene scorre sangue combattivo e fiero. La sua insegna non è uno stendardo di una casata nobiliare, ma un numero, il 46. Il campo di battaglia sono gli anelli della pista che a volte può diventare un inferno. Custode di una sapienza antica, Valentino si affida quasi sempre al suo impareggiabile istinto, quello che l’ha portato a vincere ben nove volte il titolo mondiale. Con la sua cadenza schiettamente romagnola si racconta e ci racconta i sacrifici, il dolore, il male, la felicità di un moderno condottiero esattamente come, in quel passaggio di secoli a cavallo fra ‘400 e ‘500, che fu uno tra i momenti più tumultuosi d’Italia, Giovanni De’ Medici, Sigismondo Malatesta e altri come loro avrebbero potuto raccontare la loro storia incarnando il loro tempo. Valentino Rossi oggi, incarna perfettamente il suo.

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HAL ROACH

(disegno di Emanuele Luzzati)

Dietro la scrivania di Hal Roach, produttore dei titoli più famosi di Stanlio e Ollio, un cartello ammoniva: “Se un incapace si mette in testa di fare lo sceneggiatore allora vuol dire che anche Oliver Hardy potrebbe fare Re Lear. Il problema è che Shakespeare non fa ridere. I buoni a nulla invece sono capaci di tutto.”

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TRE PORZIONI DI CILIEGIE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Attorno alle ciliegie aleggiano diverse leggende, si dice infatti che dichiarare il proprio amore sotto a un ciliegio crei un legame così profondo che la storia sarà poi destinata a essere eterna! Oppure, al contrario, che regalare tre porzioni (ma solo tre, non una di più) di ciliegie a chi ci ha fatto del male, a chi ci ha tolto lavoro e serenità, a ci ha usato la sopraffazione per i suoi interessi, a chi insomma ha abustato del suo potere, sarebbe come inoculargli nel sangue il più potente dei veleni, altrochè il Novichok propinato a Alexsejj Navalnj , dissidente russo.

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RIMINI

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Sembra un mare limpido da bandiera blu ma è solo un’illusione fotografica. Come se non bastasse la pandemia, a tenere lontano i turisti di mezzo mondo è l’acqua della riviera adriatica, piena di escherichia coli ed enterococchi. Soprattutto nei giorni in cui il tempo si fa inclemente, arrivano i temporali (ormai sempre più devastanti) e si aprono gli impianti di sollevamento della rete fognariaria facendo scattare, da Comacchio a Cattolica, i divieti di balneazione. Nonostante ciò Federalberghi, Confesercenti, Confcommercio, Cooperativa Bagnini, Confartigianato e Cna sono scesi in acqua per dimostrare che il mare è pulito. Ormai il negazionismo è la vera pandemia globale. Guai a portare la mascherina che il virus è una grande palla, guai a dire che il mare fa schifo, che nel pesce che mangiamo non c’è alcuna traccia di mercurio, che l’agricoltura si pratica senza veleni, che il cambiamento climatico non esiste.

Ecco, il cambiamento climatico.

Studi ineccepibili, fatti dai dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano, non da un manipolo di pirlacchioni come i negazionisti, informano che, andando avanti così, entro il 2050 buona parte degli ecosistemi terrestri collasserà, dall’Artico all’Amazzonia alla Barriera corallina. Il 35% della superficie terrestre, dove vive il 55% della popolazione mondiale, verrà investita per almeno 20 giorni l’anno da ondate di calore letali. Il 30% della superficie terrestre diventerà arida: Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interma e sud-ovest degli Stati Uniti diventeranno inabitabili. Una crisi idrica colossale investirà circa due miliardi di persone, mentre l’agricoltura globale imploderà, con raccolti che crolleranno del 20% e prezzi che andranno alle stelle, portando ad almeno un miliardo il numero dei “profughi climatici”. Di conseguenza guerre e carestie porteranno a una probabile fine della cività umana così come la intendiamo oggi. Ve ne frega niente? Buon bagno a Rimini!

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SANT’ORSOLA

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Nel più antico ospedale d’Europa ora diventato il museo Memling a Bruges, c’è un’opera considerata una delle sette meravigle dell’arte fiamminga. Si tratta del “Reliquiario per i resti di Sant’Orsola” di Hans Memling. La teca è decorata lungo i sei scomparti dei lati lunghi con le scene della storia della Santa.

Nei primi mille anni di storia cristiana, Sant’orsola è stata la più celebre e più amata delle sante ispirando numerose composizioni letterarie e opere d’arte, fra le quali, quella di Memling. Secondo i racconti che ci sono stati tramandati , Orsola era una principessa d’Inghilterra, cristiana e figlia di un Re cristiano. Fanciulla di eccezionale bellezza, venne chiesta in sposa da un Principe pagano. Orsola, che si era consacrata segretamente a Dio, non disse di no, ma chiese tre anni di tempo, per meglio conoscere la volontà del Signore. Chiese anche la conversione del futuro sposo, e mille compagne per sé e per ciascuna delle dieci ancelle del suo seguito.

Si formò così una schiera di undicimila fanciulle che, guidate da Orsola, attraversò il mare tra l’Inghilterra e il continente su una flotta di undici navi. Poi risalì il corso del Reno fino alla Svizzera, dove proseguì fino a Roma, in pellegrinaggio. Nel viaggio di ritorno, sempre per la stessa via, le undicimila fanciulle trovarono la città di Colonia assediata dagli Unni.

La furia dei barbari si sfogò su quelle donne cristiane, che furono tutte martirizzate in un solo giorno. Tutte meno una: Orsola. Della sua bellezza si invaghì infatti Attila, il quale la chiese in sposa, promettendole salva la vita. Orsola rifiutò, e morì anch’essa, trafitta da innumerevoli frecce.

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LA CASSAFORTE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Ho trovato questa etichetta incollata dietro il pesantissimo sportello di un’antica cassaforte. Ho pensato quanti soldi e altre cose preziose deve aver contenuto nel tempo. C’è scritto perfino “sicura contro incendo e furto con scasso”.

Ho pensato ai 49 milioni della Lega, imboscati non in una ma in tante cassaforti come questa. Infine ho pensato alla vita, scoperta all’improvviso su Venere, anche se sotto forma di batteri anaerobici che producono fosfina.

Ed ecco che l’antica cassaforte austriaca Wertheim e Venere hanno qualcosa in comune: tutte e due custodiscono qualcosa che sfugge alla logica. Da una parte il denaro che scotta, dall’altra le scoregge ustionanti dei batteri visto che su Venere la temperatura raggiunge i 460 gradi centigradi. D’accordo è un paragone balordo, eppure se su Venere si scopre la vita, sulla Terra non dovrebbe essere così difficile scoprire dove sono finiti quei maledetti 49 milioni.

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HERNAN CORTEZ

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Narra un’antica leggenda che il dio Quetzalcoatl arrivò sulla Terra con un dono per gli uomini: un albero di cacao. Quetzalcoatl insegnò agli uomini a coltivarlo, a raccoglierne i frutti, e a macinarne i semi per creare una profumata bevanda, da insaporire con erbe e spezie. Molti secoli dopo, nel 1519, gli atzechi videro sopraggiungere sulla loro terra un uomo bianco, dalla lunga barba: quell’uomo era Hernàn Cortès, colui che, con spargimenti di sangue e cruente battaglie, avrebbe di lì a poco conquistato quelle terre con tutte le loro ricchezze, cacao compreso. Oggi, quando mangiamo il cioccolato dovremmo pensare almeno per un istante all’olocausto degli atzechi , al loro sacrificio. Di Hernàn Cortès, criminale stragista, assassino di un’intera popolazione innocente e disarmata ci sono in giro per il mondo diverse statue che lo celebrano come un eroe, ma non tutte rimangono intatte.

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IL CAPITANO VITTORIO BOTTEGO

Un altro esimio criminale di guerra fatto passare per eroe è stato il capitano Vittorio Bottego, come Hernàn Cortès celebrato con statue in varie città d’Italia, e francobolli. Ho tentato più volte di proporre la sua storia per farne un tv-movie o una piccola serie ma mi sono sempre scontrato con l’ipocrisia nazionale. “Se vuoi raccontare un eroe a tutto tondo, morto in Africa come il generale Custer a Little Big Horn , non ci sono problemi, possiamo mandare avanti il progetto. Se invece vuoi raccontare la storia di un criminale no.”

Non mi sono piegato a questa logica e ovviamente il film non l’ho mai fatto. Ma i tempi cambiano e spero davvero che qualcuno prima o poi riesca a portare in scena questo “capitano” per quello che era e che fece quando fu incaricato dalla Società Geografica Italiana di esplorare il bacino del fiume Giuba, arrivando fino alle sue misteriose sorgenti.

Come se si trovasse in battaglia quando nessuno gli aveva mai fatto una dichiarazione di guerra, privo di ogni scrupolo morale, armato di tutto punto, Bottego si lanciò nell’impresa senza la pur minima considerazione per la vita degli indigini che incontrava sul suo percorso, e praticò ogni genere di violenza, di cui parlò nei suoi stessi scritti. Raccontò senza pudore di saccheggi, uccisioni, stupri e incendi. Si sentì più che autorizzato a compiere crudeltà e massacri. Del resto, il famigerato “Bollettino della Società africana d’Italia” all’epoca scriveva: “Siate ricchi, forti e vi rispetteranno. Allora il negro, al quale pel più lieve gesto d’insofferenza voi avete assestato trenta colpi di frusta sulla schiena, verrà da voi con una pietra sul collo perché gli schiacciate la testa e vi bacerà i piedi e vi sarà grato che gli abbiate lasciato la vita”.

A Jellèm (Etiopia) la sua sanguinaria impresa fu definitivamente stroncata: mentre stava cercando di attraversare l’Etiopia fu fermato e circondato dagli uomini di Menelik, imperatore d’Abissinia. Invitato a disarmarsi per avere salva la vita, il capitano Bottego preferì combattere e morire. Era il 17 marzo 1897. Il luogo del suo grande “sacrificio”: una piccola collina chiamata Daga Roba, nei pressi di Ghidami.

Invito ai giovani registi: viviamo nel paese di Don Abbondio si sa, ma questa storia merita d’essere portata sullo schermo, piccolo o grande che sia. Io non ce l’ho fatta ma, per quanto mi riguarda sarò sempre dalla vostra parte per raccontarvela nei dettagli se ne avrete bisogno.

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IL MUSEO DEL FUMETTO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

A volte, viaggiando, ci si imbatte in sorprese inattese. Una di queste è il Museo del Fumetto, a Bruxelles. Situato in un edificio tempio dell’Art Nouveau progettato da Victor Horta, il museo è il regno di celebri eroi dei fumetti belgi: Tintin, i Puffi, Lucky Luke, Gaston Lagaffe, Blake et Mortimer, Marsupilami… Le esposizioni organizzate, la biblioteca e il centro di documentazione, non solo rendono il museo vivo e dinamico, ma sono veri e propri centri di documentazione sul fumetto il cui catalogo è accessibile on-line. Da non perdere se siete lì.

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THERESE SCHWARTZE

(photo by Martina Zaccaro © 2019)

In una sala del Rijksmuseum Amsterdam c’è un dipinto di Thérèse Schwartze intitolato “Ritratto di giovane donna con Puck, il cane”. La tela è stata dipinta nell’atelier della pittrice, a Parigi,fra il 1879 e il 1885. All’epoca, per una giovane donna come Thérèse lavorare a Parigi, avere un proprio studio,  era una scelta anticonvenzionale  per il perseguimento di una carriera fino allora riservata unicamente ai pittori maschi. Eppure, nata nel 1851 ad Amsterdam , Thérèse è riuscita a dipingere con successo quasi fino alla fine, avvenuta sempre ad Amterdam nel 1918.

“Ritratto di giovane donna con Puck, il cane” è uno dei suoi lavori meno famosi ma forse il più bello. Mi sono chiesto come mai abbia chiamato il cane proprio Puck, come il border collie con il quale convivo da quasi da dieci anni. Questa coincidenza  non solo mi rallegra ma  soprattutto annulla il tempo  trasportandomi in quell’atelier parigino nel momento in  cui Therese decise d’intitolare il suo dipinto così. Mi piace pensare che anche lei si sia ispirata a quel Puck, folletto irriverente e ingannatore, conosciuto anche come Robin Goodfellow, cantato da Shakespeare in “Sogno di una notte di mezza estate”

Tu, se dalle maniere e dal sembiante io non m’inganno, sei quel discolaccio,
quel folletto bugiardo e malizioso che tutti chiamano Robin Goodfellow.
Non sei tu quel bizzoso spiritello che al villaggio spaventa le ragazze,
che fa cagliare il latte dentro i secchi, che armeggia tra le pale del mulino,
e si rende molesto alle massaie vanificando la loro fatica a sbattere la crema nella zangola?
Ed altre volte a far schiumar la birra, o a far smarrire il cammino ai viandanti
di notte, e ridere del loro disagio? E t’adoperi, invece, premuroso,
ad aiutare nel loro lavoro, ed a portar fortuna a quelli che ti chiaman vezzeggiandoti, “mio caro diavoletto” e “dolce Puck”?

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

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BEIRUT

(photo by Maurizio Zaccaro© 2019)

Il 4 agosto 2020 a Beirut, in Libano, una immane esplosione ha distrutto il porto e i quartieri adiacenti. Dopo il difficile recupero delle numerose vittime dalle macerie centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alle rovine del porto definendo l’esplosione “il crimine del secolo”. Pochi giorni dopo un poeta che in Libano è nato e ha trascorso la sua infanzia, Khalil Gibran, ha scritto per il suo popolo:

Nulla impedirà al sole di sorgere ancora,
nemmeno la notte più buia.
Perché oltre la nera cortina della notte
c’è un’alba che ci aspetta.

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LA FORESTA DI HALLERBOS

(photo by Maurizio Zaccaro ©2019)

Nonostante il lockdown la natura ha continuato il suo straordinario ciclo vitale. Mentre noi eravamo chiusi in casa a combattre il coronavirus, come ogni primavera, da metà aprile al mese di maggio, la foresta di Hallerbos, in Belgio, si è tinta di blu grazie a una distesa di giacinti selvatici e campanule in fioritura. Quest’anno, a causa delle restrizioni per contenere l’epidemia, non c’è stata l’invasione di appassionati di fotografia che ogni anno affollano la zona per cercare di catturare le immagini più suggestive. Infatti la le immagini che vedete sono state scattate l’anno prima, durante un mio viaggio in Belgio.

Quello che ho visto quel giorno è qualcosa che difficilmente si dimentica: una foresta da far invidia a James Cameron e al suo film Avatar. Merito della miriade di Hyacinthoides non-scripta, piccole campanelle di giacinto che spuntano tutte insieme e regalano una visione davvero unica, soprattutto durante le prime ore del giorno e le ultime, verso il crepuscolo, quando i raggi caldi del sole entrano tra le chiome dei faggi.

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ETTORE MO

Per festeggiare gli ottant’anni di Ettore Mo, impareggiabile inviato speciale del Corriere della Sera, Milena Gabanelli ha mandato in onda su Report uno spezzone del documentario realizzato nel 1995 durante il viaggio che hanno fatto insieme in Cecenia.

Nel 1996 ero a Sofia per girare un film, Il Carniere, sulla guerra civile jugoslava. Avevo con me la cassetta di quel memorabile servizio di RaiTre che avrò visto decine e decine di volte. E proprio a Ettore Mo, a come si muoveva in zone di guerra pericolosissime, a come parlava, a come dettava i suo articoli da Grozny alla redazione esteri del Corriere, mi sono ispirato per la figura del mio giornalista interpretato nel film da uno straodinario Leo Gullotta che un po’ gli assomigliava pure e che, per quel ruolo, vinse il David di Donatello come miglior attore protagonista.

Non solo Milena Gabanelli quindi,ma anch’io sono riconoscente a questo grande giornalista per avermi aiutato a rendere credibili e autentiche scene che altrimenti, ne sono sicuro, avrei sbagliato.

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NEL CUORE DELL’INVERNO

(photo by Piergiorgio Gay © 1994)

Sta calando la notte nel villaggio di Cragaig. Tutt’intorno l’uomo ha lavorato giorno e notte nel corso dei secoli, silenziosamente, impercettibilmente, per rivendicare ciò che sapeva essere suo. Ora ne è rimasto uno solo: Alasdair Mòr. Il più forte, il più tenace, che si è aggrappato a questa terra e alla sua solitudine con una passione irremovibile e immobile. Per 45 anni la vita di Alasdair è stata una vita di pace, di piccoli piaceri della terra e soprattutto del mare dove pesca aragoste che solo lui sa trovare, e che rivende a buon prezzo ai percherecci che transitano da quelle parti. Ma un giorno, ecco che appaiono il male e l’odio, impersonati da un individuo, An Sionnach, che irrompe nella vita del protagonista e, senza apparente motivo, lo perseguita così malvagiamente da arrivare ad uccidere tutti i suoi animali. Ha così inizio il drammatico confronto tra il bene e il male, tra il cattivo che vuole scacciare il buono dall’isola e quest’ultimo che non vuole lasciare la sua terra. E, come spesso accade nella realtà, è il buono che alla fine soccombe.

Detta in poche parole questa è la trama di NEL CUORE DELL’INVERNO, un maestoso libro scritto dallo scozzese Dominic Cooper (che vedete nella foto con me durante i sopralluoghi). Nel 1993 avevamo opzionato questa libro pubblicato in Italia da Einaudi, abbiamo scritto la sceneggiatura, fatto tutti i sopralluoghi possibili immaginabili su e giù per la Scozia e le sue isole occidentali: Mull, Hulva, Skye, Stroma etc. Alla fine, nonostante il progetto fosse già ad un livello di preparazione avanzato ed esposto finanziariamente per svariati milioni di lire, saltò tutto per aria perchè “era disumano far morire il protagonista”, che avrebbe dovuto essere Rutger Hauer, all’epoca nello splendore dei suoi 50 anni e reduce dal Leone d’Oro a Venezia per “La leggenda del santo bevitore”.

Il dolore è temporaneo, il rimpianto è per sempre si dice. E infatti il rimpianto per non essere riuscito a mettere in scena questo capolavoro di scrittura e soprattutto di poesia non mi ha mai abbandonato nel tempo.

Ora, anche volendo e potendo, non sarei più in grado fisicamente di affrontare una messa in scena come quella che la storia richiede. Mi auguro però che qualche giovane regista segua le mie orme e, senza farsi condizionare dalla stupidità e dalla codardia di certi produttori, riesca finalmente a realizzare questo film. Come si deve.

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MEDITAZIONE

(photo by Maurizio Zaccaro © 2017)

Fino a poco tempo fa, in una piazzetta di Santarcangelo di Romagna, su un manto di erba rigorosamente sintetica faceva mostra di sè una fontana ispirata a una scultura di Tonino Guerra: “Il tappeto sospeso”. Sospeso purtroppo su una orrenda tinozza di plastica nera ideale per i pediluvi dei turisti di passaggio. Sul muro di fondo poi qualcuno ha pensato bene di scrivere, forse ispirandosi alla poesia , sempre di Guerra, dedicata alla vulva , il suo pensiero in merito. Si era creato così un luogo di profondo raccoglimento spirituale e la gente a volte sostava lì per ore cercando di dare un significato alla fontana, al graffito e soprattutto alla propria esistenza.

Ora la fontana è stata rimossa, il graffito cancellato, ma tanti altri orrori continuano a sfregiare Santarcangelo di Romagna, una volta tranquillo paese dell’entroterra romagnolo ora solo una distesa di tavolini all’aperto e cantieri dove i martelli pneumatici rimbombano per anni perché qui si deve dare spazio al commercio, ai bar, ai ristoranti, alle vinerie, alle piadinerie, ai bed and breakfast, ai B&B, ai venditori di ninnoli cinesi e via così.

E per fortuna che Tonino Guerra ha sempre detto e scritto : “Il nostro futuro è la bellezza.” Non aveva fatto il conto, poveretto, con i parvenu, i faccendieri, gli speculatori e, soprattutto un’amministrazione piegata in due dal ricatto di una società ormai votata alla bruttezza e al caos.

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LA LIRA

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Leggo che un italiano su tre auspica il ritorno della lira. Ebbene quell’italiano è convintissimo che con il ritorno alla lira le esportazioni italiane aumenteranno ed il PIL crescerà, che una volta recuperata la sovranità monetaria sarà possibile stampare tutta la moneta di cui abbiamo bisogno per sostenere il deficit pubblico e infine che la Lira ci ridarà l’autonomia e la libertà di manovra nelle scelte di politica fiscale. Questo Signore, che chiameremo Mr. X, scrive anche lettere demenziali nelle quali, sostiene che il governo ha versato ad Alitalia circa 1 miliardo e mezzo di euro ma non si sa che fine abbiano fatto i soldi, quanti siano stati già spesi e come.

Prima di parlare, Mr X pensi a come restituire quei famosi 49 milioni così abilmente sottratti alle casse dello Stato, cioè a noi.

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GIGI

(photo by Maurizio Zaccaro © 2012)

Fra non molto saranno passati due anni da quando Luigi Piero Cancellara (Gigi), il mio più vero e “antico” amico, è arrivato a destinazione. E ‘stata per me una grandissima perdita, un “fratello” che di punto in bianco, durante il sonno in una notte d’inizio novembre, non ha nemmeno capito che non si sarebbe più svegliato. Dicono che sia una delle morti più belle. Forse è vero, chissà. Fatto sta che la morte, anche se molti la paragonano a un viaggio, crea comunque un vuoto che non si colmerà mai più. Per oltre cinquant’anni, con Gigi, abbiamo fatto tante cose, perfino un piccolo film a quattro mani dal titolo canzonatorio: “Film Fetore” dove lui faceva anche l’attore insieme a un semi-debuttante Claudio Bisio.

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AEONIUM

(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

L’Aeonium, o semprevivo arborescente, è un a tenace pianta con foglie carnose e tendenti al viola che crescono a rosetta su steli abbastanza lunghi. I fiori sono gialli, anch’essi di forma stellata e crescono tutti vicini. E’ facile da coltivare e non richiede particolari cure, considerando che se ne trova molto allo stato selvatico.

Dice un’antica credenza che chi tiene questa pianta in casa o in giardino sarà protetto dalla tossicità di cibi avariati , così come da quella dei falsi amici e degli impiccioni che, non sopportandone la vista (un po’ come Dracula con il crocefisso) se ne guarderanno bene dal restare troppo a lungo nelle sue vicinanze. Per questo sui miei set ho sempre messo in un angolo un vasetto con questa magica piantina e , che ci crediate o no, non ho più visto un rompicoglioni aggirarsi attorno alla macchina da presa.

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I FIORI DEL MELOGRANO

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

Dalle prime notizie del’umanità, il melograno è il più antico dei frutti cresciuti in abbondanza in tutte le fertili terre del mondo arabo e del Mediterraneo. Il suo colore rosso cupo e scintillante  nei semi cremisi ha ispirato immagini di sangue e di morte. Non c’è mai stato un frutto così colmo di speranza e disperazione. Quello che potrebbe a prima vista sembrare un semplice cibo per il palato esotico è in realtà un legame storico tra antiche civiltà e culture.

Secondo molti studiosi della Bibbia, i fiori rossi del melograno, pianta originale del Giardino dell’Eden, rendono la rappresentazione di tutto ciò che è proibito. Basta guardarli e tutta la conoscenza della morte, del sesso e peccato sono improvvisamente chiari. Inoltre i fiori del melograno erano i favoriti di Era, un tempo dea della morte. L’iconologia ha evidenziato la connessione anche tra i fiori, a forma di campanella, e l’utero, e per tale motivo il melograno è considerato simbolo della fertilità e di potere.

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32° FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO – BASTIA (CORSICA)

Bastia. Le prix du public, renommé Prix René Viale depuis la disparition du président fondateur de ce grand Festival. C’est d’ailleurs sa fille, Michèle De Bernardi, qui vient remettre le prix à Nour, un film de Maurizio Zaccaro. La jeune actrice, Linda Mresy, visiblement émue, viens récupérer le trophée sur la scène du Théâtre qu’ont également rejoint l’ensemble des bénévoles de la manifestation.

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U.E. HORRORS

(Photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

A Bruxelles, nelle vicinanze del Parlamento Europeo, all’angolo fra Rue de la Loi e Chaussée d’Etterbeek sono sorti questi mostri d’acciao, cemento e cristallo che, a detta degli architetti del “prestigioso” studio B2Ai , rappresentano un “logico passaggio” per la riqualificazione del vecchio quartiere europeo, che era c osì:

In poche parole: quando il progresso è nemico di sè stesso, come diceva Seneca, il domani non sarà per niente migliore di ieri.

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LA FORTEZZA DI BEAUFORT

(photo by Maurizio Zaccaro © 2019)

A pochi chilometri da Nabatiye, nel sud del Libano, la fortezza di pietra di Beaufort ha una storia tormentata, come tutte gli avamposti militari a ridosso delle frontiere che sopravvivono alle fortune di eserciti, milizie, califfati e nazioni. Oggi le rovine di Beaufort sono una metafora sul disfacimento sempre più evidente del Libano, paese strategico nello scacchiere medio-orientale, ponte fra occidente e oriente, e per questo sottoposto a tensioni in ternazionali che ne negano perfino l’identità e la sovranità territoriale.

Scrive il giornalista Munir al-Rabi’, di Al-Modon

“Il Libano è come una stanza in cima ad una collina, con una sola finestra che guarda verso il mare. Alle sue spalle monti e vallate. È isolato e solitario, e nella solitudine sta la chiave della sua immaginazione e della sua delusione. Il Libano oggi infatti è isolato in questa solitudine, alla ricerca delle forze per sopravvivere. È circondato; dietro di lui vige la legge della giungla, mentre nel mare di fronte lo aspettano i pirati.”

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QUINTA REGOLA AUREA PER GIOVANI REGISTI

(disegno di Emanuele Luzzati)

Diceva Marco Ferreri:

“A un giovane che mi chiedeva come fare del cinema ho detto questo: prendi una telecamera video-8 o magari il nuovo super-8 digitale, metti un annuncio sul giornale “Si filmano battesimi, comunioni e matrimoni a prezzi modici” e comincia a girare quelli. Intanto ti guadagnerai da vivere e dopo due anni potremo vedere tutto quel che hai messo insieme e fare un film che potresti intitolare Il mondo.“

Oggi avete un I-phone. Girate con quello il vostro “Mondo” ma non umiliatevi mai davanti a un produttore cinematografico, tantomeno davanti a un funzionario di network. Voi valete molto di più e, rispetto a loro, avete molte più cose da dire.

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GABRIELE GALLONI (1995 -2020)

(Photo by Maurizio Zaccaro © 2018)

Aveva scritto poco prima di suicidarsi il giovane poeta Gabriele Galloni: “Poesia come sopravvivenza? È una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

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SRI LANKA : AFFARI DI FAMIGLIA

MARCO(photo by Maurizio Zaccaro © 2001)

Il 7 agosto 2020 il clan familiare dei Rajapaksa (unico caso al mondo) è tornato in grande stile a governare lo Sri Lanka vincendo la stragrande maggioranza dei voti, 146 seggi, e ora occuperà assieme agli alleati che ne ottengono 5, i due terzi delle 225 poltrone del Parlamento di Colombo.

Con una maggioranza così schiacciante sarà un gioco da ragazzi stravolgere la costituzione e affidare tutti i poteri alla presidenza creeando così una sorta di dittatura politica e amministrativa che preoccupa tutto lo scacchiere asiatico a cominciare dal premier indiano Narendra Modi che è comunque stato diplomaticamente il primo a fare gli auguri per il risultato ai 9 fratelli (e sorelle) Rajapaksa.

Tra le temute modifiche costituzionali ci sono gli emendamenti che limitano a due mandati l’eleggibilità del Presidente, che revocano inoltre la sua immunità dall’azione penale sfuggendo così al controllo parlamentare. Da qui i timori dei gruppi per i diritti umani che già accusano il governo di ampie censure e intimidazioni agli oppositori.

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MARCO ANTONIO CAMOS

P1022739(photo by Maurizio Zaccaro © 2020)

Chi transita dalle parti di della Sardegna nord occidentale, la Nurra, non può non notare le numerose torri costiere erette dagli aragonesi fra il 1400 e il 1500.  Il capitano di Iglesias, Marco Antonio Camos (che vantava competenze di tipo geografico-economico e politico-militare)  è stato l’ideatore  di questa strategia di difesa territoriale,  in pratica un argine imposto dall’occidente all’Impero Ottomano ed alla sua espansione durante il XVI sec olo, indispensabile per la sicurezza degli abitanti e per  il commercio.

Per torri  si intendevano costruzioni di ridotte dimensioni da collocare in luoghi difficilmente raggiungibili, ma dall’ampia visuale, con funzioni di avvistamento e di allarme, che si servivano dei fuochi (di notte) e del fumo (di giorno) per segnalare un incombente pericolo ai paesi limitrofi o alle torri corrispondenti; erano dotate in genere di un solo pezzo di artiglieria e, se attaccati, potevano difendersi soltanto ritirando la scaletta di corda che permetteva l’accesso alla torre aspettando i soccorsi.

Non so se ho fatto bene a raccontare questa storia. Non vorrei che a qualcuno venisse in mente di affidare a un collega di Marco Antonio Camos la costruzione di torri simili lungo le coste di Lampedusa e armarle di bombarde puntate verso i barchini dei  nuovi “moros y turcos” che cercano di raggiungere il nostro Paese.

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TWIN TOWERS & LENNY BERARDO

tow(photo by Maurizio Zaccaro © 1990)

Ho scattato questa fotografia in un torrido giorno di giugno del 1990 mentre ero a New York per la preparazione di “Un eroe borghese” di Michele Placido. In quel momento non mi interessava tanto la skyline della città quanto la presenza di quei due grassocci, stanchi impiegati che, in maniche di camicia, si stavano prendendo una pausa seduti su un muretto accanto alla stazione di Hoboken.

Le torri gemelle , che svettano sul fondo, sono sopravvissute altri 11 anni dal giorno dello scatto poi, come nella visionaria profezia che Nostradamus scrisse nel 1654 “Nella città di Dio ci sarà un grande tuono, / due fratelli verranno straziati dal caos…. “ crollarono sotto gli attacchi dell’11 settembre. Ma perché la città di Dio? Tutto può essere New York, tranne una città santa, o di dio.

Ma veniamo all’anno in corso. Il più grande jellatore della storia avrebbe predetto, per il 2020, grandi catastrofi geologiche, tra un brusco innalzamento del livello del mare a causa dello scioglimento dell’Antartide, inondazioni e il verificarsi di uragani micidiali, la fine del regno della regina Elisabetta II, l’uccisione di Putin, una malattia misteriosa quanto fatale per Trump (e qui quasi ci siamo) e infine, sempre nel 2020, anche il successore di papa Bergoglio, che sarà un giovane Papa, che porterà scandalo in Vaticano, e resterà in carica fino al 2029.

Probabilmente questo portasfiga cosmico, Nostradamus, avrà avuto fra i suoi cosceneggiatori gente che se ne intendeva parecchio anche di tv,  a cominciare dalla creazione di un personaggio come Lenny Belardo, il giovane New Pope.

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