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Red line vecto

Nota di regia

Fin dalla sua prima edizione, nel 1907, generazioni di lettori hanno riso e si sono commossi con “I ragazzi della Via Pál”. Trasporre quindi in un nuovo film, (altri 4 ne sono stati realizzati in precedenza, fino all’ultimo di Zoltan Fabri del 1968), le avventure di Nemecsek, Boka, Csonakos, Ats e tutti gli altri non è stata un’impresa semplice.

Ma, come in tutte le professioni, anche nel cinema c’è un modo, una strada per avvicinarsi ad ogni impresa senza subire troppi danni: affidarsi al proprio istinto. Per questo motivo, più che rileggere il romanzo di Molnar, ho cercato di richiamare alla memoria quello che, dopo trentasei anni dalla prima lettura, (il libro mi fu regalato durante un’influenza quando ero adolescente), mi era rimasto impresso.

Stranamente, più che le epiche gesta dei protagonisti, ecco riaffiorare le atmosfere struggenti degli ambienti: la segheria abbandonata, la minuscola casa di Nemecsek, il misterioso orto botanico, la scuola… e quella città, Budapest, così sconosciuta e lontana, dall’altra parte del muro, per un ragazzino quale io ero negli anni ’60.

E poi i personaggi.
Chi mi era rimasto più simpatico? Chi mi aveva fatto ridere o piangere? Chi avevo odiato? E chi amato?
Tutto sull’onda del filo della memoria, tutto molto ad istinto.

Maurizio Zaccaro

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