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IMMINENTE: “LA SCELTA” – quarant’anni di cinema con Ermanno Olmi

In uscita a metà novembre il volume è già prenotabile a questo link:

https://www.libroco.it/dl/Maurizio-Zaccaro/Vallecchi-Editore/9788882521141/La-scelta-1978-2018-Quarantanni-di-cinema-con-E-Olmi/cw684593690022102.html

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Prefazione di

EMANUELA MARTINI

Ti ricordi, sull’Opel Blitz, col Torri?

Quando si gira, bisogna sempre lasciare una porta aperta sul set, perché non si sa mai chi o cosa può entrare.

(Jean Renoir)

Un giorno del 1980, verso sera, un regista italiano nel pieno della maturità artistica e un trentenne da poco promosso aiuto operatore, si avventurano su una jeep lungo la mulattiera che porta in cima al Monte Vetraio nei pressi di Volterra dove, vicino ai ruderi di una fortezza medicea, è stato allestito il set principale di un film sui Re Magi. Sta diventando buio.

“Arrivati in cima, lo spettacolo del tramonto con gli ultimi raggi del sole che illuminavano i ruderi della fortezza e, più giù, una distesa di colline brulle come solo la Toscana sa offrire, toglieva letteralmente il fiato”.

“Monta la macchina, dai, su… disciulles!” poi, afferrati i pali con le teste di montone era corso a infilarli attorno al recinto già allestito, quello del pastore, segno inequivocabile che oltre non si poteva andare pena la stessa fine di quelle teste che ora, negli ultimi lucori del giorno, brillavano sinistramente come tanti fantasmi.

“Pronta la macchina…” urlai.

“Apri tutto…(il diaframma) … dai che ce la facciamo. Và, c’è anche la luna… “

D’un tratto, mentre la macchina girava, un grosso masso si staccò da un muro diroccato e, lentamente, rotolò verso il recinto. Sempre con l’occhio alla macchina, Ermanno non fece una piega e continuò girare finché il masso non urtò un palo con il teschio, facendolo cadere a terra. Sembrava una scena preparata a regola d’arte e invece era solo pura casualità, ma in queste cose Ermanno credeva molto, tant’è che al ritorno disse: “Impara… eravamo solo io e te e quel pietrone ha voluto fare la sua parte, se c’era tutta la troupe mica la faceva”.

Il film era Camminacammina, il suo autore Ermanno Olmi, che nel 1978 con L’albero degli zoccoli aveva vinto la Palma d’oro a Cannes e molti altri premi nazionali e  internazionali, l’aiuto-operatore alle prime armi Maurizio Zaccaro, che aveva cominciato a lavorare con Olmi caricando casse e attrezzature sulla Opel Blitz con cui il regista lombardo andava in giro per l’Italia alla ricerca di set e volti e che sarebbe diventato il suo fedele discepolo e poi, come diceva Olmi, il suo “alfiere”. Camminacammina non ebbe l’esito unanime del film precedente. Forse era un film troppo insolito e scomodo, aspro e inaspettato: troppo lungo, fu ridotto dall’autore a una versione di 171 minuti, fu presentato fuori concorso, nel 1983, al festival di Cannes e, imprevedibilmente, nonostante fosse ispirato al Vangelo di Matteo, fu vietato, da noi, ai minori di 14 anni. Forse perché, come scrisse indignato Lino Miccichè: “Ai censori non deve essere piaciuto il fatto che, in Camminacammina, il presepe non è una decorazione per il panettone”. D’altronde, Olmi di “presepi”, ossequiosi ed edulcorati, non ne aveva e non ne avrebbe mai fatti, nemmeno quando dirigeva film industriali, nemmeno quando, nel 1983, fu incaricato dal Comune e dagli imprenditori milanesi di realizzare un film che cantasse l’ascesa della “Milano da bere” (e Milano ’83 cantava, eccome, ma la musica olmiana della vita vera e non quella luccicante immaginata dai committenti), nemmeno quando nel 2014 celebrò il centenario della Prima guerra mondiale con l’amarissimo, dolente Torneranno i prati.

Ma quella sera, sul Monte Vetraio, il cinema reclamava la sua libertà, il film si faceva sotto gli occhi dei suoi artefici. Come diceva ancora Olmi: “I film a un certo punto si fanno da soli”. Una percezione dell’occhio, una lezione dell’istinto che tutti i registi davvero bravi conoscono: un pietrone che cade, una nuvola che passa, un temporale in arrivo, un pensiero imprevisto che attraversa gli occhi di un interprete, un colpo di vento che scompiglia una tenda, tutto quello che la vita vera ti regala e che la sceneggiatura non può immaginare. Afferrarli al volo, distillarne la poesia, ma soprattutto essere abbastanza liberi da permettere alla loro libertà di interagire con la nostra.

Sono solo alcune delle tante lezioni o, forse meglio, dei tanti consigli di vita e di lavoro che un personaggio tanto libero (di dentro, di testa e di cuore) come Ermanno Olmi suggerisce a chi lo ascolta attraverso le pagine di La scelta, diario o, come preferisce l’autore e come direbbero gli inglesi, “chronicle”, senza fronzoli e troppi attaccamenti al passato, che Ermanno avrebbe sinceramente detestato. Stare con lui non era un lavoro ma, ogni volta, per ogni film, uno straordinario balzo nel futuro. “Un viaggio nell’utopia, cioè in nessun luogo reale, tranne quello, alla fine, dello spazio fisico senza tempo di una sala cinematografica che con la sua grande luce conforta la nostra inguaribile solitudine.”

Così, senza fronzoli, ma con un senso preciso della scansione narrativa e della fisionomia dei personaggi, Maurizio Zaccaro racconta un’amicizia e una collaborazione durate quarant’anni, dal 1978 al 2018, quando Olmi morì, e Zaccaro non c’era perché era a Lampedusa, impegnato a girare 35° parallelo (oggi intitolato Nour), tratto da Lacrime di sale del medico dell’isola Pietro Bartolo, anche questo un soggetto delicato, censurabile e censurato, che, come tutti i film, non si poteva fermare, perché, come dicono, ancora, gli inglesi, “The show must go on”.

Zaccaro non lo dice, ma si capisce che Olmi non avrebbe voluto che abbandonasse il suo set. Si erano visti qualche mese prima quando, nella sua casa di Asiago, malato, Olmi stava preparando il trattamento del film che non avrebbe mai girato, K 23. La pianista e il despota, sulla storia della pianista russa Marja Judina. Lavorando insieme a lui, Zaccaro ricevette “L’ultima, grande, impareggiabile lezione di sceneggiatura”. Poi, a maggio del 2018, si erano parlati al telefono, uno a Lampedusa e l’ altro in ospedale ad Asiago. Gli aveva detto, quasi per consolarlo pudicamente di non essere là: “Mau… ogni film ha la sua dignità… e tu questa dignità la devi difendere… a tutti i costi… sempre”. Ed è senza venir meno a questo pudore e a questa dignità, all’amore sconfinato per il cinema e per la sua inventiva e artigianalità, per tutti quelli che, stretti tra istinto creativo e richieste dell’industria, non hanno mai smesso di farlo, il cinema, è con il rispetto dovuto a ogni membro della troupe e a tutti gli eventi, casi, risate, dolori che si susseguono su un set e, prima, durante la sua preparazione, che Zaccaro ripercorre da testimone fedele, a volte un po’ svagato, spesso preso in contropiede dall’irruenza dell’interlocutore, momenti della storia di un autore tanto autore da aver voluto anche trasmettere la sua passione e il suo “metodo” a chi arrivava dopo, ai giovani che si avventuravano prima ad Asiago e poi a Bologna per iscriversi a Ipotesi Cinema, la scuola fondata con Paolo Valmarana.

Quando comincia il racconto, un anno dopo la morte di Olmi, non può non esserci malinconia nel rintracciare le fila di un rapporto tanto vivo, creativo e intenso; ma, nel libro di Zaccaro, oltre all’affetto sincero, sulla malinconia prevalgono l’umanità e l’energia di un “maestro” cui piace più ascoltare le storie degli altri che raccontare sé stesso e l’entusiamo maldestro di un “allievo” che non ha mai preteso di essere né delfino, né erede, ma solo “ragazzo di bottega”, poi collaboratore e, soprattutto, amico e complice. E tra i due, non c’è dubbio (e Maurizio non se ne offende di certo) che il più resistente, travolgente, inventivo, conviviale e vivacemente ilare sia proprio Olmi, quello che non si fermava mai, che non smetteva di indignarsi, che negava di essere un intellettuale anche se passava il tempo con amici come Kezich, Rigorni Stern, Antonioni, Magris, che parlava in dialetto, inseguiva i pietroni, la neve e le nuvole, che diceva che “c’è sempre corrispondenza tra il volto di una persona e i film che poi realizza. Dalla fisiognomica di un individuo si può intuire il tipo di cinema che costui farà. Antonioni parlava sempre sottovoce e ha fatto un cinema molto riflessivo, persino cerebrale. Fellini era lui stesso un clown. Rossellini era di incontenibile passionalità, procedeva per impulso: lo esaltava l’istante in cui scaturiva il lampo di un’idea. Poi girare il film lo annoiava”.

E cosa s’intuiva dal volto di Ermanno Olmi, che era arguto e acuto, e da giovane piuttosto bello e sempre aperto al sorriso? È difficile trovare una foto in cui Olmi non sorrida, dietro gli occhiali e, negli ultimi anni, dietro la barba. La sua è una faccia intelligente e aperta, una faccia che ti guarda, non una maschera di circostanza. La faccia di uno che non corre, ma si ferma per vedere e ascoltare davvero, e che trasmette alla macchina da presa la consapevolezza di questa umanità, si tratti di umani o animali o natura, di tranvieri, impiegati, operai o dei Re Magi sui generis o di Giovanni delle Bande Nere affogato nella sua sanguigna disperazione.

Dimenticare la malinconia. Accettare come regalo dalla vita uno scoiattolo che ogni mattina, d’estate, viene a far colazione sul terrazzo ad Asiago con un pezzettino di noce. E sognare, come fa Puck, il cane bellisssimo, shakespeariano e londoniano, che apre questo libro e che all’alba, al risveglio, travolto forse dal profumo del fieno appena tagliato, lo chiude, con la saggia naturalezza della vita che va avanti, come un fiume, come un film, sempre diverso, sempre appassionante, purché sia giusto, purché sia libero.

Emanuela Martini

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“Un tracciato di vita nel cinema, il cinema che si sporca le mani e ha le idee nel sangue. La vicenda artistica di Ermanno Olmi intrecciata alla crescita di una cadetto (“Alfiere.”,  con lo stendardo della casata dell’autore…) che diventa autonomo scoprendo il mestiere delle armi acquista un valore umano e comunitario di autentico rispecchiamento, appartiene cioè profondamente ai valori di Ermanno. La materia c’è, eccome. Ogni episodio invita a proseguire, dal lavoro sulla testa del montone, alle censure, alle confessioni (anche sulla malattia), e per un aneddoto che dice comunque il cinema (il salame al montatore, per dire) c’è sempre un senso di collettività, mentre si racconta l’ingegno artigianale dell’autore. nonché le scoperte di un giovane che poi va per la sua strada.”

Silvio Danese – Critico cinematografico QN

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“E’ un testo molto, molto bello. La narrazione di una vocazione, di una grande amicizia, di un sistema, di un Paese con grandi talenti e altrettanta insopprimibile voglia di libertà ma anche capace di farsi del male, ora con la censura, ora con le ombre (con che delicatezza Zaccaro ha trattato le mene nei Festival, alla Rai … ), ora dimentico di quello che il mio amico Gian Antonio Stella battezzò “quando i migranti eravamo noi”. Le ultime pagine, a partire dal Villaggio di cartone, sino alla Lampedusa di “Nour”, al Monumento Porta d’Europa, al vagare per l’isola col rimorso del cellulare sul silenzioso, all’invito a Fabio Olmi di correre a casa. Alla luce di queste pagine, mi convinco sempre di più di ciò che sto dicendo da tempo agli amici (e forse l’ho anche scritto): è stato un autentico dono del Signore (io mi esprimo così) aver avuto l’opportunità di lavorare con Ermanno, di stare con lui, con Loredana, ad Asiago, con Betta, con Fabio. E mi fermo qui. Un libro è come una semina, (di nuovo un riferimento alla straordinaria esperienza di Ipotesi Cinema): alius seminat, alius metet. Per chi lavora è una grande consolazione diventarne consci e andarne orgogliosi, alfieri!”

Marco Garzonio, giornalista, scrittore, cosceneggiatore di “Vedete, sono uno di voi” di Ermanno Olmi

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