“LA SCELTA” – l’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi
7 maggio 2021.
Quattro anni fa morì Ermanno Olmi, il 7 maggio 2018. Questo libro di Maurizio Zaccaro, uscito di recente per Vallecchi con l’introduzione di Emanuela Martini, avventura di set, formazione, poesia e “pudore lombardo”, ha la misura centrata del risarcimento che ogni giovane artista, diventato indipendente e maturo, sente per la fortuna di avere incontrato un grande maestro. Non solo. La vicenda artistica di Ermanno Olmi intrecciata alla crescita di un cadetto, un alfiere con lo stendardo della casata d’autore che diventa autonomo scoprendo il mestiere delle armi e poi indispensabile supporter, ci racconta un’esperienza umana e comunitaria di autentico rispecchiamento, appartiene cioè profondamente ai valori di Ermanno. Raccolti e condivisi da Maurizio anche nei suoi film: “La valle di pietra”, “L’articolo 2”, “Il carniere”, “Un uomo perbene”, “Nour”. Da leggere.
Silvio Danese – Critico cinematografico, scrittore
Four years ago Ermanno Olmi died, on May 7, 2018. This book by Maurizio Zaccaro, recently released by Vallecchi with an introduction by Emanuela Martini, an adventure of set, training, poetry and “Lombard modesty,” has the centered measure of the compensation that every young artist, who has become independent and mature, feels for the good fortune of having met a great master. Not only that. Ermanno Olmi’s artistic story intertwined with the growth of a cadet, a standard bearer with the banner of the authorial lineage who becomes autonomous by discovering the craft of arms and then an indispensable supporter, tells us a human and community experience of authentic mirroring, that is, it belongs deeply to Ermanno’s values. Collected and shared by Maurizio also in his films, “The Stone Valley,” “Article 2,” “The game bag,” “A respectable man,” “Nour.” To read.
Silvio Danese – Film critic, writer

PRESENTAZIONI ALLA RADIO
GR1 del 28 marzo 2021 ore 19 – di Baba Richerme

_____________________________________________
Maurizio Zaccaro
“La scelta”
L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi
Vallecchi Editore
Maurizio Zaccaro “La scelta”
di Livio Partiti, 12 marzo 2021
È il 1978 quando Maurizio Zaccaro inizia a lavorare con Olmi. Da quel momento si instaurerà un rapporto di collaborazione e amicizia che durerà quattro decenni. Questo libro è una traccia molto intima di quegli anni, scritta da un testimone sincero e fedele che pagina dopo pagina disegna il ritratto del proprio “maestro”.
It was 1978 when Maurizio Zaccaro began working with Olmi. From that moment a relationship of collaboration and friendship was established that would last four decades. This book is a very intimate trace of those years, written by a sincere and faithful witness who page after page draws the portrait of his own “master.”


_____________________________________________



con Enrico Magrelli e Dario Zonta
_____________________________________________

Libri & Editori
Giovedì, 10 giugno 2021
Intervista al regista Maurizio Zaccaro a tre anni dalla morte di Ermanno Olmi, a cui ha dedicato il libro “La scelta”
Di Oriana Maerini per AffariItaliani.it
Certi incontri, è inevitabile, ci segnano in modo indelebile e determinante. Chissà come sarebbe stata la vita del regista Maurizio Zaccaro – autore di lungometraggi per il grande schermo (tra gli altri, Dove comincia la notte e Un uomo perbene sulla vicenda del presentatore Enzo Tortora) e serie Tv (Cuore, I ragazzi della via Pal, Il sindaco pescatore, etc.) – se non avesse incontrato il grande collega Ermanno Olmi. Dalla loro amicizia è nato La scelta, edizioni Vallecchi. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi, nel quale Zaccaro racconta il loro quarantennale legame, professionale ma soprattutto affettivo. “A volte avviene tutto per caso e così è stato anche il mio incontro con Ermanno. All’epoca il cinema inteso come regia pensavo fosse una cosa inarrivabile. Mi interessava molto di più la scenografia per esempio, o la fotografia” ci dice il regista milanese, vincitori di tanti premi prestigiosi, e già autore di un romanzo dal titolo Bleu.
Di solito si dice di lui è stato un grande maestro. Cosa lo ha reso tale dal punto di vista cinematografico?
Più che un regista nel senso classico del termine, Olmi è sempre stato un grande artigiano del cinema e questo l’ha reso unico nel panorama degli autori italiani. Per questo Olmi non ha mai fatto “lo stesso film” ma ogni volta ha voluto raccontare storie diverse, con attori diversi, magari anche non professionisti purché autentici e soprattutto credibili nel ruolo.
Umanamente com’era?
Amava la convivialità. Stare con gli altri, parlare, soprattutto ascoltare quello che avevano da dire, da proporre. Oggi invece si tende sempre più a farsi ascoltare, a gridare, a imporre la propria idea anche se palesemente sbagliata. Uno dei più importati insegnamenti di Olmi è stato proprio questo: “Lasciate parlare prima gli altri, poi fate vostro quello che hanno detto e infine, se avete qualcosa da dire, ditelo.”
Cosa è orgoglioso di aver mutuato dal suo modo di fare cinema?
Pur avendo lavorato molti anni con lui ho sempre cercato di evitare di emularne lo stile. Sarebbe stato terribile essere dal punto di vista stilistico “un piccolo, incompiuto Olmi”. Questo non vale solo per il cinema ma per tutti i mestieri.
Olmi ha dovuto affrontare la prova dura della malattia, è stato d’esempio anche in quello?
La malattia di Ermanno è stata un prova durissima non solo per lui ma anche per tutti quelli che gli erano vicino. Purtroppo per questo motivo , ad appena tre giorni dall’inizio delle riprese di un film “Ragazzo della Bovisa” ci siamo dovuti fermare e il film poi non si è più fatto. Un vero peccato perché sarebbe stato un altro capolavoro. Ora è diventato libro. Ma la letteratura è un’altra cosa.
L’amicizia è il fulcro del suo libro dedicato al grande collega, è un sentimento più forte dell’amore. Si sentirebbe di affermarlo alla luce delle sue esperienze di vita?
La mia amicizia con lui, durata più di quattro decadi, non solo è stata importante dal punto di vista professionale ma anche determinante per come poi si sono sviluppate certe scelte fatte. Stare vino a Olmi non voleva dire solo stare alla bottega di un grande maestro ma soprattutto sviluppare insieme molti, bellissimi progetti. A volte li abbiamo realizzati, altri no ma anche quelli è come se esistessero: splendidi viaggi nell’utopia.
Olmi provò a dissuaderla dall’accettare i lavori di regie televisive, per sventare l’ipotesi che la fagocitassero. Si è pentito di non aver accolto quel consiglio?
Per me non c’è mai stata una marcata differenza fra fare cinema o televisione. Diciamo che questo è un pregiudizio tipicamente italiano anzi, decisamente provinciale se confrontato con quello che succede all’estero, soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti. Del resto cosa deve fare un regista se non fare appunto il regista? A questo proposito c’è una lucida dichiarazione di Orson Welles “Io sono un pendolare. Vado dove c’è del lavoro, come un raccoglitore di frutta. Tutto ciò di cui ho bisogno sono un sorriso d’incoraggiamento ed una proposta, ed arrivo subito, col primo aereo.”
I progetti non realizzati insieme contano come quelli realizzati?
A volte i progetti non realizzati portano con sé un valore incommensurabile. Quello di un’idea che vivrà per sempre nella nostra mente. Non averli realizzati non è mai colpa dell’autore ma dei cuori aridi chi non credono nelle potenzialità del progetto. Purtroppo il cinema deve fare i conti con troppa gente, con troppi interessi. Tutte cose che limitano la libertà d’espressione.
A Olmi pensa di aver detto tutto quello che doveva mentre era in vita?
A tre anni dalla sua scomparsa ogni tanto mi viene voglia di fargli una telefonata. Da qualche parte il telefono dovrebbe pur suonare, un po’ come l’inizio di “C’era una volta in America “. Ecco, più o meno così. E dopo tanto squillare m’immagino Ermanno che avvicinandosi all’apparecchio dice: “Chi è che rompe le scatole fin quassù, si può mai stare in pace” E allora sorrido, come abbiamo sempre fatto insieme, perché quello che non è mai mancato è stato appunto il reciproco divertimento, sia sul lavoro che nella vita.
Pensando all’al di là, all’ipotesi che non troverà nessuno, lei come si sente?
C’è quella bellissima scena nel film dei Coen “La ballata di BusterScruggs” dove al pistolero colpito a morte spuntano le alucce e vola in cielo a suonare l’arpa. Ecco, io l’al di là me lo immagino così, come un cartone animato. Olmi invece diceva sempre: “Sono proprio curioso di vedere chi incontrerò una volta passato il confine.” Chissà se ha mai incontrato chi ha sempre desiderato incontrare. In ogni caso spero di sì.
Interview with director Maurizio Zaccaro three years after the death of Ermanno Olmi, to whom he dedicated the book “The Choice”
By Oriana Maerini for AffariItaliani.it
Certain encounters, it is inevitable, mark us in an indelible and decisive way. Who knows what life would have been like for director Maurizio Zaccaro – author of feature films for the big screen (among others, Dove comincia la notte and Un uomo perbene on the story of presenter Enzo Tortora) and TV series (Cuore, I ragazzi della via Pal, Il sindaco pescatore, etc.) – if he had not met his great colleague Ermanno Olmi. From their friendship was born La scelta, Vallecchi editions. Friendship, cinema, the years with Ermanno Olmi, in which Zaccaro recounts their 40-year bond, professional but above all emotional. “Sometimes everything happens by chance and so was my meeting with Ermanno. At the time, cinema understood as directing I thought was something unattainable. I was much more interested in set design for example, or photography,” the Milanese director, winner of many prestigious awards, and former author of a novel entitled Bleu, tells us.
It is usually said of him he was a great master. What made him so from a cinematic point of view?
More than a director in the classical sense of the term, Olmi has always been a great craftsman of cinema, and this has made him unique among Italian filmmakers. This is why Olmi never made “the same film” but each time he wanted to tell different stories, with different actors, perhaps even non-professionals as long as they were authentic and above all believable in their roles.
Humanly what was he like?
He loved conviviality. Being with others, talking, especially listening to what they had to say, to propose. Today, on the other hand, there is an increasing tendency to be heard, to shout, to impose one’s own idea even if it is obviously wrong. One of Olmi’s most important teachings was precisely this: “Let others speak first, then make what they said your own, and finally, if you have something to say, say it.”
What are you proud to have borrowed from his way of filmmaking?
Although I worked many years with him, I always tried to avoid emulating his style. It would have been terrible to be stylistically “a small, unfinished Olmi.” This applies not only to cinema but to all professions.
Olmi had to face the hard test of illness, was he an example in that as well?
Ermanno’s illness was a very hard test not only for him but also for everyone who was close to him. Unfortunately for this reason , just three days before the start of the filming of a movie “Boy from Bovisa” we had to stop and the movie then was not made. A pity because it would have been another masterpiece. Now it has become a book. But literature is something else.
Friendship is the focus of your book dedicated to your great colleague; it is a stronger feeling than love. Would you feel to affirm this in light of your life experiences?
My friendship with him, which lasted more than four decades, was not only important professionally but also instrumental in how certain choices made later developed. Being wine to Olmi meant not only being in the workshop of a great master but above all developing many, beautiful projects together. Sometimes we realized them, sometimes not but even those are as if they existed: beautiful journeys into utopia.
Olmi tried to dissuade her from taking television directing jobs, to foil the possibility that they would engulf her. Did you regret not taking that advice?
For me there has never been a marked difference between doing film or television. Let’s say that this is a typically Italian prejudice indeed, definitely provincial when compared with what happens abroad, especially in England and the United States. After all, what is a director to do if not to be precisely a director? In this regard there is a lucid statement by Orson Welles “I am a commuter. I go where there is work, like a fruit picker. All I need is an encouraging smile and a proposal, and I arrive right away, on the first plane.”
Do unrealized projects together count as realized ones?
Sometimes unrealized projects carry immeasurable value. That of an idea that will live forever in our minds. Not having them realized is never the fault of the author but of the dry hearts who do not believe in the potential of the project. Unfortunately, cinema has to deal with too many people, too many interests. All things that limit freedom of expression.
To Olmi do you think you have said all you needed to while he was alive?
Three years after his passing I sometimes feel like giving him a call. Somewhere the phone would have to ring, kind of like the beginning of “Once Upon a Time in America.” That’s it, kind of like that. And after a lot of ringing I imagine Ermanno approaching the device and saying, “Who’s the one who’s been bugging me all the way up here, can you ever be at peace” And then I smile, as we have always done together, because what has never been lacking is precisely mutual fun, both at work and in life.
Thinking about the beyond, the assumption that you will find no one, how do you feel?
There’s that beautiful scene in the Coen film “The Ballad of BusterScruggs” where the gunman shot to death sprouts wings and flies into the sky to play the harp. There, I imagine the beyond that way, like a cartoon. Olmi, on the other hand, used to say, “I’m really curious to see who I’ll meet once I cross the border.” I wonder if he ever met who he always wanted to meet. In any case, I hope he has.
_____________________________________________



La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi di Maurizio Zaccaro
Vallecchi, 2021 – Maurizio Zaccaro racconta i quarant’anni di collaborazione e amicizia con Ermanno Olmi, tramite aneddoti, dialoghi, retroscena, paesaggi, progetti e sogni, compresi quelli mai realizzati e rimasti come sospesi per impedimenti vari.
Annalisa Fuso Pubblicato il 29-03-2021

La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi
- Autore: Maurizio Zaccaro
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2021
A tre anni dalla scomparsa di Ermanno Olmi, grande protagonista del cinema italiano e internazionale, Maurizio Zaccaro ripercorre i quarant’anni trascorsi al suo fianco. La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi (Vallecchi Firenze, 2021) non è una semplice biografia, ma è la storia di due vite intrecciate, quelle di Olmi e del suo “discepolo” Zaccaro. In questo libro, corredato di foto che li ritraggono sui set, l’autore riporta aneddoti, dialoghi, retroscena, paesaggi, progetti e sogni, compresi quelli mai realizzati e rimasti come sospesi per impedimenti vari.
Il giovane Maurizio Zaccaro iniziò la sua avventura con Olmi nel 1978, quando, come portantino di casse e attrezzature, partì entusiasta col regista e la sua troupe a bordo di una vecchia Opel Blitz blu, che a fatica raggiungeva i cento all’ora, alla ricerca di luoghi e volti per le loro riprese.
Dopo il prologo, l’autore riporta, accanto a una foto di Olmi, anche quella della dedica da lui scritta sulla prima pagina del suo libro Ragazzo della Bovisa:
“Ti ricordi, Maurizio, i nostri sopralluoghi? Tu eri allora un collaboratore, ora sei un alfiere! Bravo! Ermanno, 11 agosto 2004”.
Mentre Olmi lo definiva il suo alfiere, Zaccaro vedeva in lui il maestro, un artigiano del cinema, al quale, come facevano una volta i garzoni delle botteghe, aveva scelto di affiancarsi per imparare il mestiere che tanto lo appassionava. Così, da allievo, diventò col tempo aiuto operatore, collaboratore e, soprattutto, amico di Ermanno Olmi. Moltissime sono le cose che, spiega, ha imparato da lui. Fra tutte,
“La capacità, che difficilmente si può insegnare, di cogliere l’essenziale dalla realtà, essere cioè in grado di assimilare, attraverso l’occhio della macchina da presa, le emozioni che la vita ci offre per poi restituirle allo spettatore nella loro integrità, senza bisogno di alcuna manipolazione, per cui ancora più potenti”.
I capitoli ripercorrono in successione cronologica l’esperienza di Zaccaro con Olmi, e si aprono tutti con citazioni che ne anticipano il contenuto. La narrazione è fluida, allo stesso tempo vivace e commossa. Ogni pagina è densa di quell’entusiasmo che li aveva sempre animati.
L’immagine che emerge di Olmi è quella di un uomo energico che più che ottantenne andava ancora sui set, di un tipo simpatico, sempre con la battuta pronta, di una persona colta, che anche prima dell’avvento di internet sapeva ogni volta dove e cosa studiare per reperire informazioni utili, e che era sempre disposto a mettere il suo sapere a disposizione degli altri.
Come regista, autore e sceneggiatore era sempre stato attento agli umili, al quotidiano, alle realtà territoriali, agli aspetti più semplici della vita. Zaccaro ricorda quando lui e Olmi, per i documentari, i lungometraggi e i film, andavano alla ricerca, magari in mezzo alla nebbia con la macchina da presa in braccio, di immagini di vita autentica, di persone comuni. Racconta poi aneddoti sui set, ad esempio quelli dei film Lunga vita alla signora! o Camminacammina, dove recitavano attori dilettanti, spesso giovanissimi, o comunque persone prese dalla strada che nella vita facevano tutt’altro.
In più occasioni, inoltre, Zaccaro riporta lo spirito comunitario che accomunava chi collaborava o studiava con Olmi. In primis, la troupe con la quale anche lui viaggiava: si trattava infatti non soltanto di un gruppo di individui che lavoravano allo stesso progetto, ma di una vera e propria comunità, di un insieme di persone che erano come una famiglia perché condividevano esperienze, mangiavano e dormivano insieme, si aiutavano a vicenda. Quello stesso spirito comunitario animò anche Ipotesi Cinema, il fortunato progetto di “scuola non scuola” fondata da Ermanno Olmi e Paolo Valmarana nel 1982, dove al posto dell’insegnante “in cattedra” a trasmettere nozioni c’era un laboratorio collettivo, un continuo flusso di idee, un gruppo solidale che imparava facendo.
Il racconto dell’amicizia fra Zaccaro e Olmi passa anche attraverso la malattia di quest’ultimo, colpito a cinquantaquattro anni dalla sindrome di Guillain-Barré, e il progressivo aggravarsi della sua salute, che però non gli impedì di continuare a lavorare e riempire la vita con le sue passioni. Era più che ottantenne, infatti, scrive l’autore, durante le riprese del suo ultimo film Torneranno i prati, ambientato in una lunga notte di paura nel 1917 nelle trincee sull’Altopiano di Asiago, dove i soldati sono in attesa dell’ordine di uscire, cioè di morire. Nonostante l’età e la malattia, Olmi aveva rivissuto con gli attori e la troupe il gelo e la neve che non smetteva di scendere, proprio come un secolo prima. E ancora una volta aveva messo davanti ai riflettori le testimonianze delle persone più umili e autentiche, i soldati con le loro paure.
Olmi morì nel 2018 all’età di ottantasei anni. L’amico Zaccaro, che leggiamo essere andato tante volte a trovarlo durante gli ultimi anni di vita nella casa di Asiago, quel giorno era a Lampedusa sul set del suo Nour. Le ultime parole che aveva sentito poco tempo prima pronunciare da lui, e che ci riporta, suonano come un testamento morale:
“Mau… ogni film ha la sua dignità… e tu questa dignità la devi difendere a tutti i costi… sempre”.
La scelta. L’amicizia, il cinema, gli anni con Ermanno Olmi è un libro scorrevole, piacevole e coinvolgente, per l’affetto e la gratitudine che trapelano da ogni pagina, e perché ci insegna che le direzioni che diamo alle nostre vite dipendono sì dalle attitudini e dalle passioni, ma anche da chi abbiamo la fortuna di avere accanto e di decidere di seguire. Una lettura sicuramente consigliata non solo agli appassionati di cinema ma anche agli amanti delle storie vere e di amicizia.
_____________________________________________








_____________________________________________
Ordinalo ora. Venduto e spedito da Amazon.

«La scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro»
RITA LEVI-MONTALCINI
_____________________________________________

Tra il 26 maggio e il 2 giugno 2023 si è tenuto nella splendida cornice di Palazzo Cominelli in San Felice del Benaco la sedicesima edizione del FilmFestival del Garda. Un’organizzazione rodata che ha visto la proiezione di decine di pellicole e si è ispirata al motto “cinema come cura” – che oltre a essere il sottotitolo di un esaustivo studio di Roberto Lasagna sull’opera dell’autore di Caro diario, è anche uno dei temi focali per Bergamo Brescia Capitale della Cultura.
Coerentemente alla tematica, in quest’ultima edizione ha trovato spazio anche la filmografia di Ermanno Olmi, oggetto di una retrospettiva diffusa allestita in collaborazione con FIC (Federazione Italiana Cineforum) e parte del progetto Cinema al cuore. Per l’occasione il FilmFestival del Garda ha proposto Torneranno i prati – ultimo lavoro del grande regista – e Terra Madre – documentario sull’emergenza alimentare che vede anche i contributi di Franco Piavoli e Maurizio Zaccaro. Proprio quest’ultimo – intervistato da Emanuela Martini, direttrice di Cineforum Rivista – ha inaugurato l’ultimo giorno del Festival. Zaccaro ha presentato per l’occasione La scelta. L’amicizia, il cinema e gli anni con Ermanno Olmi, edito da Vallecchi.
Verso un’ipotesi di cinema

Già regista, Maurizio Zaccaro comincia a lavorare con Ermanno Olmi agli inizi degli anni Ottanta con il film visionario Camminacammina – progetto pensato dopo l’irripetibile successo de L’albero degli zoccoli. Seguono anni di collaborazione e profonda amicizia, consolidatisi con vari progetti tra cui – ad esempio – La valle di pietra del 1992, ispirato a una novella dell’austriaco Adalbert Stifter. Proprio in occasione di questo progetto Zaccaro ne La scelta ricorda come:
QUEI GIORNI PASSATI INSIEME A SCRIVERE CREDO SIANO STATI DETERMINANTI NON SOLO PER IL MIO LAVORO DI REGISTA, MA ANCHE PER QUELLO DI SCENEGGIATORE. SENZA QUELLE STRAORDINARIE “LEZIONI PRIVATE”, LA SCENEGGIATURA (INTESA COME LAVORO) SAREBBE RIMASTA PER ME UNA CHIMERA IRRAGGIUNGIBILE.
Un continuo dialogo che permane tanto sul set quanto nelle sale della scuola sui generis fondata da Olmi e Valmarana, Ipotesi cinema. È proprio in Ipotesi cinema che aspiranti registi e sceneggiatori – si pensi a Mario Brenta, Giorgio Diritti, Rodolfo Bisatti – trovano professionisti pronti ad ascoltarli senza volere un corrispettivo economico in cambio:
IPOTESI CINEMA ERA ANCHE QUESTO, UN PO’ GOLIARDICA, MA, SOPRATTUTTO, ERA UN GRUPPO UNITO, SOLIDALE. NON SAREBBE STATO LO STESSO IN UNA SCUOLA DI NOME E DI FATTO. ERAVAMO COSÌ PERCHÉ NON C’ERANO DOCENTI, NÉ LEZIONI, C’ERA SOLO UNA GRANDE VOGLIA DI FARE, DI LAVORARE, DI CREARE QUALCOSA INSIEME. INUTILE NASCONDERE CHE NON ERA TUTTO ROSE E FIORI, SI LITIGAVA, A VOLTE CI SI INSULTAVA COME IN TUTTE LE CASE DEL MONDO, MA ALLA FINE QUELLO CHE CONTAVA DI PIÙ ERA ANDARE AVANTI, FAR VEDERE ALLE ISTITUZIONI CHE IN QUEL MOMENTO CI STAVANO SOSTENENDO CHE NON ERANO SOLDI BUTTATI, TANTOMENO TEMPO SPRECATO.
Ermanno Olmi, il cantore degli emarginati

Nel cinema di Ermanno Olmi sussiste il confronto con i suoi allievi, la provocazione, per ingenerare domande sul senso dell’arte e sull’importanza della storia che si intende raccontare. Olmi è il regista del necessario, capace di catalizzare l’attenzione dello spettatore sui dettagli imperituri della vita umana, con le sue inevitabili nevrosi ingenerate da una società spesso concitata, aggressiva.
Un Olmi pronto a reagire alle angherie dei potenti per porre la propria attenzione sugli umili, gli ultimi. Il regista pone il suo obiettivo empatico e misericordioso sulle vicende degli emarginati, senza preoccupazioni di eventuali censure e senza farsi intimidire da tagli, ristrettezze o commenti che possono – almeno di primo impatto – vanificare anni di lavoro. Così Zaccaro discorre della censura che colpì Camminacammina – per il suo ritratto dei Re Magi – oppure di Milano ’83 – sequenza contraddistinta da un montaggio virtuoso per mostrare l’altro volto della “Milano da bere”.
Certamente una generazione di interi cineasti deve molto a Ermanno Olmi, che contraccambiando l’hanno sempre riconosciuto e omaggiato come uno dei più grandi registi italiani del secondo Novecento. Un uomo, innanzitutto, capace di convogliare in sé l’amore e il rispetto di collaboratori che con gli anni, immancabilmente, sono divenuti compagni d’avventura e amici.
Zaccaro – soprannominato affettuosamente il suo “alfiere” – racconta con sincera partecipazione emotiva il processo artistico di Olmi, immortalato anche nel documentario Un foglio bianco. Con fare discreto Zaccaro riprende il maestro durante la realizzazione de Il villaggio di cartone. L’amico collaboratore restituisce un testamento spirituale sul come Olmi intendeva fare cinema. Il talento registico e umano si palesa in maniera indelebile, partendo anche dai provini che compie con i singoli attori. Vere sedute psicologiche che, ancora una volta, mirano a sollecitare l’attore a sempre nuove domande e risposte:
DI QUESTO PERCORSO COMPIUTO INSIEME, DALLA PREPARAZIONE ALLE RIPRESE, DURATO BEN CINQUE MESI, CERCAI DI COGLIERE GLI ASPETTI PIÙ MISTERIOSI E INTIMI DEL LAVORO DI UN REGISTA, MA NON SOLO. QUELLO CHE MI INTERESSAVA NON ERA DOCUMENTARE LA “MACCHINA CINEMA”, BENSÌ TUTTO QUELLO CHE LA NUTRE, A COMINCIARE DAGLI INCONTRI CON I PERSONAGGI CHE OLMI ANDAVA INFATICABILMENTE CERCANDO PER IL CAST DELLA SUA OPERA. DONNE, UOMINI E BAMBINI PROVENIENTI DI PAESI PIÙ POVERI DEL MONDO. MIGRANTI, RIFUGIATI, ESULI, DISPERATI APPENA SBARCATI SULLE NOSTRE COSTE, SOPRAVVISSUTI AI NAUFRAGI IN MEZZO AL MEDITERRANEO. PER TUTTI COSTORO OLMI NON ERA UN REGISTA, MA UN AMICO COL QUALE DIALOGARE (GRAZIE A UN INTERPRETE) SENZA SOGGEZIONE, IN TOTALE LIBERTÀ E SERENITÀ.
Come rimanere fedeli a sé stessi

La scelta diventa un libro utile per comprendere la filmografia, la filosofia e l’arte di Ermanno Olmi. Più che sulle nozioni tecniche, Zaccaro si concentra sul rapporto umano e – oltre all’intento aneddotico – vuole fissare nella mente del lettore le innovazioni operate da Olmi in ambito cinematografico. Apparentemente fuori contesto rispetto a una società forsennata, il regista de Il mestiere delle armi rimane sempre fedele a se stesso (quest’ultimo film, inoltre, sarà proiettato all’Eden d’estate a Brescia il 27 giugno nel complesso museale Santa Giulia).
Il cinema di Ermanno Olmi rimane un personale atto d’amore mirato alla comprensione dell’altro. Un inno alla paziente ricerca e comprensione dell’uomo e del suo rapporto sia con l’altro sia con la natura. Con Olmi le storie del passato acquisiscono forma e plasmano le chiavi di lettura per comprendere e anticipare il futuro. «Ogni film ha la sua dignità» dice Olmi nell’ultima telefonata a Zaccaro «e tu questa dignità la devi difendere a tutti i costi … sempre».
Lorenzo Gafforini, “Frammenti Rivista”


_____________________________________________
Prefazione di
EMANUELA MARTINI
Ti ricordi, sull’Opel Blitz, col Torri?
Quando si gira, bisogna sempre lasciare una porta aperta sul set, perché non si sa mai chi o cosa può entrare.
(Jean Renoir)
Un giorno del 1980, verso sera, un regista italiano nel pieno della maturità artistica e un trentenne da poco promosso aiuto operatore, si avventurano su una jeep lungo la mulattiera che porta in cima al Monte Vetraio nei pressi di Volterra dove, vicino ai ruderi di una fortezza medicea, è stato allestito il set principale di un film sui Re Magi. Sta diventando buio.
“Arrivati in cima, lo spettacolo del tramonto con gli ultimi raggi del sole che illuminavano i ruderi della fortezza e, più giù, una distesa di colline brulle come solo la Toscana sa offrire, toglieva letteralmente il fiato”.
“Monta la macchina, dai, su… disciulles!” poi, afferrati i pali con le teste di montone era corso a infilarli attorno al recinto già allestito, quello del pastore, segno inequivocabile che oltre non si poteva andare pena la stessa fine di quelle teste che ora, negli ultimi lucori del giorno, brillavano sinistramente come tanti fantasmi.
“Pronta la macchina…” urlai.
“Apri tutto…(il diaframma) … dai che ce la facciamo. Và, c’è anche la luna… “
D’un tratto, mentre la macchina girava, un grosso masso si staccò da un muro diroccato e, lentamente, rotolò verso il recinto. Sempre con l’occhio alla macchina, Ermanno non fece una piega e continuò girare finché il masso non urtò un palo con il teschio, facendolo cadere a terra. Sembrava una scena preparata a regola d’arte e invece era solo pura casualità, ma in queste cose Ermanno credeva molto, tant’è che al ritorno disse: “Impara… eravamo solo io e te e quel pietrone ha voluto fare la sua parte, se c’era tutta la troupe mica la faceva”.
Il film era Camminacammina, il suo autore Ermanno Olmi, che nel 1978 con L’albero degli zoccoli aveva vinto la Palma d’oro a Cannes e molti altri premi nazionali e internazionali, l’aiuto-operatore alle prime armi Maurizio Zaccaro, che aveva cominciato a lavorare con Olmi caricando casse e attrezzature sulla Opel Blitz con cui il regista lombardo andava in giro per l’Italia alla ricerca di set e volti e che sarebbe diventato il suo fedele discepolo e poi, come diceva Olmi, il suo “alfiere”. Camminacammina non ebbe l’esito unanime del film precedente. Forse era un film troppo insolito e scomodo, aspro e inaspettato: troppo lungo, fu ridotto dall’autore a una versione di 171 minuti, fu presentato fuori concorso, nel 1983, al festival di Cannes e, imprevedibilmente, nonostante fosse ispirato al Vangelo di Matteo, fu vietato, da noi, ai minori di 14 anni. Forse perché, come scrisse indignato Lino Miccichè: “Ai censori non deve essere piaciuto il fatto che, in Camminacammina, il presepe non è una decorazione per il panettone”. D’altronde, Olmi di “presepi”, ossequiosi ed edulcorati, non ne aveva e non ne avrebbe mai fatti, nemmeno quando dirigeva film industriali, nemmeno quando, nel 1983, fu incaricato dal Comune e dagli imprenditori milanesi di realizzare un film che cantasse l’ascesa della “Milano da bere” (e Milano ’83 cantava, eccome, ma la musica olmiana della vita vera e non quella luccicante immaginata dai committenti), nemmeno quando nel 2014 celebrò il centenario della Prima guerra mondiale con l’amarissimo, dolente Torneranno i prati.
Ma quella sera, sul Monte Vetraio, il cinema reclamava la sua libertà, il film si faceva sotto gli occhi dei suoi artefici. Come diceva ancora Olmi: “I film a un certo punto si fanno da soli”. Una percezione dell’occhio, una lezione dell’istinto che tutti i registi davvero bravi conoscono: un pietrone che cade, una nuvola che passa, un temporale in arrivo, un pensiero imprevisto che attraversa gli occhi di un interprete, un colpo di vento che scompiglia una tenda, tutto quello che la vita vera ti regala e che la sceneggiatura non può immaginare. Afferrarli al volo, distillarne la poesia, ma soprattutto essere abbastanza liberi da permettere alla loro libertà di interagire con la nostra.
Sono solo alcune delle tante lezioni o, forse meglio, dei tanti consigli di vita e di lavoro che un personaggio tanto libero (di dentro, di testa e di cuore) come Ermanno Olmi suggerisce a chi lo ascolta attraverso le pagine di La scelta, diario o, come preferisce l’autore e come direbbero gli inglesi, “chronicle”, senza fronzoli e troppi attaccamenti al passato, che Ermanno avrebbe sinceramente detestato. Stare con lui non era un lavoro ma, ogni volta, per ogni film, uno straordinario balzo nel futuro. “Un viaggio nell’utopia, cioè in nessun luogo reale, tranne quello, alla fine, dello spazio fisico senza tempo di una sala cinematografica che con la sua grande luce conforta la nostra inguaribile solitudine.”
Così, senza fronzoli, ma con un senso preciso della scansione narrativa e della fisionomia dei personaggi, Maurizio Zaccaro racconta un’amicizia e una collaborazione durate quarant’anni, dal 1978 al 2018, quando Olmi morì, e Zaccaro non c’era perché era a Lampedusa, impegnato a girare 35° parallelo (oggi intitolato Nour), tratto da Lacrime di sale del medico dell’isola Pietro Bartolo, anche questo un soggetto delicato, censurabile e censurato, che, come tutti i film, non si poteva fermare, perché, come dicono, ancora, gli inglesi, “The show must go on”.
Zaccaro non lo dice, ma si capisce che Olmi non avrebbe voluto che abbandonasse il suo set. Si erano visti qualche mese prima quando, nella sua casa di Asiago, malato, Olmi stava preparando il trattamento del film che non avrebbe mai girato, K 23. La pianista e il despota, sulla storia della pianista russa Marja Judina. Lavorando insieme a lui, Zaccaro ricevette “L’ultima, grande, impareggiabile lezione di sceneggiatura”. Poi, a maggio del 2018, si erano parlati al telefono, uno a Lampedusa e l’ altro in ospedale ad Asiago. Gli aveva detto, quasi per consolarlo pudicamente di non essere là: “Mau… ogni film ha la sua dignità… e tu questa dignità la devi difendere… a tutti i costi… sempre”. Ed è senza venir meno a questo pudore e a questa dignità, all’amore sconfinato per il cinema e per la sua inventiva e artigianalità, per tutti quelli che, stretti tra istinto creativo e richieste dell’industria, non hanno mai smesso di farlo, il cinema, è con il rispetto dovuto a ogni membro della troupe e a tutti gli eventi, casi, risate, dolori che si susseguono su un set e, prima, durante la sua preparazione, che Zaccaro ripercorre da testimone fedele, a volte un po’ svagato, spesso preso in contropiede dall’irruenza dell’interlocutore, momenti della storia di un autore tanto autore da aver voluto anche trasmettere la sua passione e il suo “metodo” a chi arrivava dopo, ai giovani che si avventuravano prima ad Asiago e poi a Bologna per iscriversi a Ipotesi Cinema, la scuola fondata con Paolo Valmarana.
Quando comincia il racconto, un anno dopo la morte di Olmi, non può non esserci malinconia nel rintracciare le fila di un rapporto tanto vivo, creativo e intenso; ma, nel libro di Zaccaro, oltre all’affetto sincero, sulla malinconia prevalgono l’umanità e l’energia di un “maestro” cui piace più ascoltare le storie degli altri che raccontare sé stesso e l’entusiamo maldestro di un “allievo” che non ha mai preteso di essere né delfino, né erede, ma solo “ragazzo di bottega”, poi collaboratore e, soprattutto, amico e complice. E tra i due, non c’è dubbio (e Maurizio non se ne offende di certo) che il più resistente, travolgente, inventivo, conviviale e vivacemente ilare sia proprio Olmi, quello che non si fermava mai, che non smetteva di indignarsi, che negava di essere un intellettuale anche se passava il tempo con amici come Kezich, Rigorni Stern, Antonioni, Magris, che parlava in dialetto, inseguiva i pietroni, la neve e le nuvole, che diceva che “c’è sempre corrispondenza tra il volto di una persona e i film che poi realizza. Dalla fisiognomica di un individuo si può intuire il tipo di cinema che costui farà. Antonioni parlava sempre sottovoce e ha fatto un cinema molto riflessivo, persino cerebrale. Fellini era lui stesso un clown. Rossellini era di incontenibile passionalità, procedeva per impulso: lo esaltava l’istante in cui scaturiva il lampo di un’idea. Poi girare il film lo annoiava”.
E cosa s’intuiva dal volto di Ermanno Olmi, che era arguto e acuto, e da giovane piuttosto bello e sempre aperto al sorriso? È difficile trovare una foto in cui Olmi non sorrida, dietro gli occhiali e, negli ultimi anni, dietro la barba. La sua è una faccia intelligente e aperta, una faccia che ti guarda, non una maschera di circostanza. La faccia di uno che non corre, ma si ferma per vedere e ascoltare davvero, e che trasmette alla macchina da presa la consapevolezza di questa umanità, si tratti di umani o animali o natura, di tranvieri, impiegati, operai o dei Re Magi sui generis o di Giovanni delle Bande Nere affogato nella sua sanguigna disperazione.
Dimenticare la malinconia. Accettare come regalo dalla vita uno scoiattolo che ogni mattina, d’estate, viene a far colazione sul terrazzo ad Asiago con un pezzettino di noce. E sognare, come fa Puck, il cane bellisssimo, shakespeariano e londoniano, che apre questo libro e che all’alba, al risveglio, travolto forse dal profumo del fieno appena tagliato, lo chiude, con la saggia naturalezza della vita che va avanti, come un fiume, come un film, sempre diverso, sempre appassionante, purché sia giusto, purché sia libero.
Emanuela Martini
_____________________________________________

_____________________________________________
“Un tracciato di vita nel cinema, il cinema che si sporca le mani e ha le idee nel sangue. La vicenda artistica di Ermanno Olmi intrecciata alla crescita di una cadetto (“Alfiere.”, con lo stendardo della casata dell’autore…) che diventa autonomo scoprendo il mestiere delle armi acquista un valore umano e comunitario di autentico rispecchiamento, appartiene cioè profondamente ai valori di Ermanno. La materia c’è, eccome. Ogni episodio invita a proseguire, dal lavoro sulla testa del montone, alle censure, alle confessioni (anche sulla malattia), e per un aneddoto che dice comunque il cinema (il salame al montatore, per dire) c’è sempre un senso di collettività, mentre si racconta l’ingegno artigianale dell’autore. nonché le scoperte di un giovane che poi va per la sua strada.”
Silvio Danese – Critico cinematografico QN
_____________________________________________
“E’ un testo molto, molto bello. La narrazione di una vocazione, di una grande amicizia, di un sistema, di un Paese con grandi talenti e altrettanta insopprimibile voglia di libertà ma anche capace di farsi del male, ora con la censura, ora con le ombre (con che delicatezza Zaccaro ha trattato le mene nei Festival, alla Rai … ), ora dimentico di quello che il mio amico Gian Antonio Stella battezzò “quando i migranti eravamo noi”. Le ultime pagine, a partire dal Villaggio di cartone, sino alla Lampedusa di “Nour”, al Monumento Porta d’Europa, al vagare per l’isola col rimorso del cellulare sul silenzioso, all’invito a Fabio Olmi di correre a casa. Alla luce di queste pagine, mi convinco sempre di più di ciò che sto dicendo da tempo agli amici (e forse l’ho anche scritto): è stato un autentico dono del Signore (io mi esprimo così) aver avuto l’opportunità di lavorare con Ermanno, di stare con lui, con Loredana, ad Asiago, con Betta, con Fabio. E mi fermo qui. Un libro è come una semina, (di nuovo un riferimento alla straordinaria esperienza di Ipotesi Cinema): alius seminat, alius metet. Per chi lavora è una grande consolazione diventarne consci e andarne orgogliosi, alfieri!”
Marco Garzonio, giornalista, scrittore, cosceneggiatore di “Vedete, sono uno di voi” di Ermanno Olmi
_____________________________________________
Amare il cinema, amare la verità, amare l’umanità, essere Olmi. Bellissimo libro scritto senza fronzoli ma con amore e rispetto, come si deve.
Valeria Cavalli, attrice
_____________________________________________
Un libro di grandi suggestioni, contenuti importanti e rara misura.
Lucia Tilde Ingrosso, giornalista, scrittrice
_____________________________________________
“La scelta”, storia di amicizia di altri tempi, ha il raro pregio di fare da spartiacque fra lealtà e ipocrisia, fra onestà e impostura.
Giovanna Morselli – Libraia
_____________________________________________
Un libro sincero e toccante, che ha il merito di svelare quanto la settima arte sia esposta agli umori del potere. Un testo fondamentale per tutti i giovani a cui, non a caso, l’autore dedica un pensiero di Rita Levi Montalcini: “La scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro”.
Antonio Losanna – Semiologo
_____________________________________________



“Un uomo solo, nella sua porzione di terra, ha vissuto qui, separato dal mondo, per più di 40 anni, non ha il telefono, la luce, non usa il gas, non possiede l’automobile e tuttavia non gli manca nulla per vivere. Quest’uomo ha vissuto la corruzione della nostra terra come un atto sacrilego e ha posto in salvo il suo piccolo mondo…”
dal film Terra Madre

Categorie
mauriziozaccaro Mostra tutti
Regista e sceneggiatore italiano.
Italian film director and screenplayer.