Vai al contenuto

LA FELICITA’ UMANA – HUMAN HAPPINESS

HAPP 2
DONlRC_W0AIdza4

Un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione e buona capacità di empatizzare con gli spettatori. Recensione di Anna Maria Pasetti – My Movies – giovedì 24 novembre 2016

A thematic “film essay” constructed with dedication, logic, rich documentation and good ability to empathize with viewers. Review by Anna Maria Pasetti – My Movies – Thursday, November 24, 2016

Vasto come l’oceano e mutevole come il cielo stellato, il concetto di “felicità umana” è diventato l’oggetto di indagine di Maurizio Zaccaro nel corso di una vita, da quando, da studente pendolare milanese, ricorda di aver divorato “il superpocket da 350 lire de La conquista della felicità di Bertrand Russell”. Per raccontare la quest verso la comprensione attuale di uno stato emozionale così indefinibile, il cineasta si è avvalso delle suggestioni e delle opinioni più disparate provenienti dall’attraversamento geografico, politico e culturale del pianeta: questo a implicita dimostrazione che il desiderio di felicità è forse uno dei rari aspetti che accomuna e ha accomunato chiunque nella corso della Storia.
Una barca a vela spezzata s’impone sulla locandina de La felicità umana, altrimenti tradotto in sottotitolo come Le Bonheur Humain – Human Happiness. Non è spiegato il motivo della scelta di un’immagine così apparentemente lontana dall’idea di “felicità” come da contemporaneo immaginario collettivo, eppure essa naviga in un senso di pertinenza giacché intimamente connessa con quanto lo stesso Zaccaro ha scelto quale logline del suo film. Si tratta di un intrinseco legame fra l’idea stessa di desiderio e quella di felicità che Seneca mirabilmente teorizzò sentenziando “Povero non è colui che possiede molto, ma colui che desidera di più”. Oggi la frase senechiana appare di un’attualità feroce e stringente, di portata rivoluzionaria quanto la necessità che lo stile di vita consumistico predominante capovolga i propri connotati affinché non solo si possa “immaginare la felicità”, ma addirittura la sopravvivenza del genere umano.
Il documentario di Zaccaro si appropria strutturalmente di questo paradigma e in virtù di esso inanella una serie di opinionisti interrogati sul tema, includendo esimi filosofi, economisti, attivisti, registi, attori, scrittori, sperimentatori, politici, suore e – sul finire – una semplice vecchietta. L’indagine trasporta il regista inizialmente nella Francia di due teorici “illuminati” come Serge Latouche e André Comte-Sponville, ai quali è affidata la spiegazione dell’imprescindibile connotazione tra economia e la percezione attuale di felicità umana, ormai non solo sradicata dall’astrattismo sacrale del Medio Evo ma anche mutata da collettiva a individuale. In altre parole, l’essere umano contemporaneo ha l’impressione di essere felice se vive nel benessere materiale e nella sicurezza dal pericolo: tutto il resto porta inesorabilmente all’infelicità. Tale lapalissiana premessa, ben strutturata nel pensiero dei due filosofi, apre il campo alle riflessioni successive su cui – in definitiva – poggia il capovolgimento di cui sopra già profetizzato da Seneca. Sono infatti le voci raccolte in vari Stati del mondo da Zaccaro a (di)mostrare quanto in realtà quell’idea di felicità non sia appunto altro che un’impressione e che, peggio ancora, può portare solo all’annientamento dell’umanità perché si nutre di sentimenti contrari all’umanesimo più profondo. Soprusi, guerre e violenze di ogni forma e natura orientate al “possedere sempre di più” hanno di fatto condotto a una gerarchia di poteri ben lontani se non opposti alla felicità.
La proposta di cui si fa carico il documentario attraverso le voci degli intervistati è dunque quella di interrompere tale circolo vizioso e indirizzarsi verso una sobrietà nei consumi che possa finalmente scollegare l’economia finanziaria e mercantile dal desiderio di felicità. Non è un caso che la Danimarca, ovvero il Paese “più felice del mondo” secondo il Rapporto Mondiale della Felicità 2016, sia abitato da cittadini che “sanno accontentarsi”. Non per ultimo, il film amplifica il discorso, testimoniando al suo pubblico che senza una vita di relazioni è impensabile essere felici: parola di diversi funzionari e manager di successo che hanno scelto di liberarsi dalla schiavitù di un lavoro che impediva loro di vivere le gioie famigliari. Rigoroso e ambizioso, La felicità umana manifesta la struttura e l’estetica di un “saggio cinematografico” a tema costruito con dedizione, logica, ricca documentazione ma anche con un buona capacità di empatizzare con gli spettatori.

As vast as the ocean and as changeable as the starry sky, the concept of “human happiness” has become Maurizio Zaccaro’s lifelong object of inquiry, ever since, as a commuter student from Milan, he remembers devouring “the 350-lira superpocket of Bertrand Russell’s The Conquest of Happiness.” To narrate the quest toward the current understanding of such an indefinable emotional state, the filmmaker made use of the most disparate suggestions and opinions from the geographic, political and cultural traversal of the planet: this as an implicit demonstration that the desire for happiness is perhaps one of the rare aspects that unites and has united everyone in the course of History.
A broken sailboat imposes itself on the poster of The Human Happiness, otherwise translated in subtitle as Le Bonheur Humain – Human Happiness. The reason for choosing an image so seemingly far removed from the idea of “happiness” as per contemporary collective imagination is not explained, yet it sails in a sense of relevance since it is intimately connected with what Zaccaro himself has chosen as the logline of his film. It is an intrinsic link between the very idea of desire and that of happiness, which Seneca admirably theorized when he sentenced, “Poor is not he who possesses much, but he who desires more.”

Today, the Seneca phrase appears to be of fierce and stringent relevance, as revolutionary in scope as the need for the predominant consumerist lifestyle to turn its connotations upside down so that not only happiness can be “imagined,” but even the survival of humankind.
Zaccaro’s documentary structurally appropriates this paradigm and by virtue of it channels a series of opinionated questioners on the subject, including eminent philosophers, economists, activists, filmmakers, actors, writers, experimenters, politicians, nuns and – in the end – a simple old lady. The investigation initially transports the director to the France of two “enlightened” theorists such as Serge Latouche and André Comte-Sponville, who are entrusted with explaining the inescapable connotation between economics and the current perception of human happiness, now not only uprooted from the sacred abstractionism of the Middle Ages but also changed from collective to individual. In other words, contemporary human beings have the impression that they are happy if they live in material well-being and security from danger: everything else leads inexorably to unhappiness. Such a lapidary premise, well structured in the thought of the two philosophers, opens the field to the subsequent reflections on which – ultimately – rests the aforementioned reversal already prophesied by Seneca.

Indeed, it is the voices collected in various states of the world by Zaccaro that (di)show how in reality that idea of happiness is precisely nothing more than an impression and that, even worse, it can only lead to the annihilation of humanity because it feeds on sentiments contrary to the deepest humanism. Abuses, wars and violence of all forms and natures geared toward “possessing more and more” have in fact led to a hierarchy of powers far removed from if not opposed to happiness.
The proposal the documentary makes through the voices of the interviewees is therefore to break this vicious cycle and move toward a sobriety in consumption that can finally disconnect the financial and mercantile economy from the desire for happiness. It is no coincidence that Denmark, that is, the “happiest country in the world” according to the World Happiness Report 2016, is inhabited by citizens who “know how to be content.” Last but not least, the film amplifies the discourse by testifying to its audience that without a life of relationships, it is unthinkable to be happy: the words of several successful civil servants and managers who chose to free themselves from the bondage of a job that prevented them from experiencing family joys. Rigorous and ambitious, Human Happiness manifests the structure and aesthetics of a thematic “film essay” constructed with dedication, logic, and rich documentation but also with a good ability to empathize with viewers.

La felicità umana: un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale

Human happiness: an impassioned, but by no means rosy, picture of the current emotional state of the world’s population

di Marco Paiano – Cinematographe

La felicità umana è un documentario di Maurizio Zaccaro, presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 34. Attraverso interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni, il film si prefigge l’obiettivo di riflettere sull’essenza più pura e vera della felicità, proponendo serie e profonde riflessioni sul modo di vivere e sulle scelte politiche ed economiche della società contemporanea.

Fra gli altri, sono presenti ne La felicità umana in varie forme il regista e attore Sergio Castellitto, il regista e disegnatore Bruno Bozzetto, il regista Ermanno Olmi e il filosofo André Comte-Sponville.

Che cos’è la felicità? Cosa possiamo fare per raggiungerla? Gli abitanti del mondo odierno stanno davvero facendo il meglio possibile per rendere e rendersi felici? A queste e altre domande cerca di rispondere La felicità umana, dando parola a un coro di voci variegate ed eterogenee, ognuna con proprie idee e la propria ricetta per vivere meglio. Assistiamo così a un continuo passaggio del testimone fra filosofi, artisti, economisti e persone della porta accanto, che come tante tessere di un puzzle apportano i loro contributi, spesso in antitesi fra loro, nel dipingere un quadro appassionato, ma non certo roseo, dell’attuale stato emotivo della popolazione mondiale. Maurizio Zaccaro è abile nel gestire con i giusti tempi e modi le diverse personalità a sua disposizione, senza lasciare che nessuna di esse diventi preponderante all’interno della narrazione. Inevitabile che con così tanta carne al fuoco qualche passaggio e alcune delle tante storie umane risultino meno centrate e azzeccate, soprattutto nella parte finale, ma il risultato è comunque un prodotto di grande sensibilità e profondità, che in poco più di un’ora ci mostra vizi e miserie della nostra società, con il discreto ma deciso accompagnamento delle musiche originali di Yo Yo Mundi e Andrea Alessi e di brani di Beethoven.

La felicità umana is a documentary by Maurizio Zaccaro, presented in the Festa Mobile section of Torino Film Festival 34. Through interviews with scholars, artists, religious people and ordinary people, the film aims to reflect on the purest and truest essence of happiness, offering serious and profound reflections on the way of life and the political and economic choices of contemporary society.

Among others, director and actor Sergio Castellitto, director and cartoonist Bruno Bozzetto, filmmaker Ermanno Olmi and philosopher André Comte-Sponville are featured in The Human Happiness in Various Forms.

What is happiness? What can we do to achieve it? Are people in today’s world really doing the best they can to make and make themselves happy? These and other questions Human Happiness seeks to answer, giving voice to a chorus of diverse and heterogeneous voices, each with their own ideas and their own recipe for better living. We thus witness a continuous passing of the baton between philosophers, artists, economists and people next door, who like so many pieces of a puzzle make their contributions, often in antithesis with each other, in painting a passionate but certainly not rosy picture of the current emotional state of the world’s population.

Maurizio Zaccaro is skillful in handling the different personalities at his disposal with the right timing and manner, without letting any of them become preponderant within the narrative. Inevitably, with so much meat on the fire, some passages and some of the many human stories turn out to be less centered and apt, especially in the final part, but the result is nonetheless a product of great sensitivity and depth, showing us the vices and miseries of our society in a little more than an hour, with the discreet but decisive accompaniment of original music by Yo Yo Mundi and Andrea Alessi and pieces by Beethoven.

La felicità umana in una vita semplice e modesta

Human happiness in a simple and modest life

la felicità umana

Fra i passaggi più intensi e toccanti ci sono sicuramente le tristi e dolorose immagini degli atroci attentati perpetrati dall’Isis in Francia, che portano a una lucida e severa riflessione da parte di André Comte-Sponville sui danni che il fanatismo religioso ha fatto e continua tuttora a fare nella mente e nelle vite delle persone. Su schermo scorrono poi le immagini e le parole del celebre discorso di Robert Kennedy sul PIL, unità di misura economica che indica la ricchezza di un popolo, ma che non comprende aspetti e attività fondamentali nel determinare la salute e la felicità delle persone. Argomentazioni simili arrivano anche dal discorso dell’ex presidente uruguaiano José Mujica, che invoca più tempo libero per le persone e meno energie spese nel lavoro.

Tessendo la sua trama, che con il passare dei minuti prende sempre più forma, Maurizio Zaccaro continua la sua ricerca della ricetta perfetta per la felicità dando voce ai singoli: una coppia italo-danese che spiega perché la Danimarca è considerata la nazione più felice del mondo, una suora che ha trovato il senso della propria esistenza in una vita umile e interamente dedicata alla fede. Esperienze di vita diverse, ma accomunate dalla capacità di trovare gioia e soddisfazione in una vita semplice e modesta. Il fine ultimo de La felicità umana è infatti proprio quello di mostrare il fallimento di un intero sistema, che con la sua corsa sfrenata verso la ricchezza e il superfluo ci sta inesorabilmente rendendo tutti più tristi e soli, facendoci perdere di vista la gioia delle piccole cose e dei rapporti affettivi.

La felicità umana cerca nel particolare la chiave di volta per comprendere l’universale

La felicità umana è un film onesto e sincero, che cerca nel particolare la chiave di volta per comprendere l’universale, fornendo utili spunti di riflessione per la ricerca della tanto agognata felicità. Un piccolo grande film, certamente non adatto a tutti i palati, ma che saprà stimolare e soddisfare chi sarà disposto a coglierne la più intima essenza.

Among the most intense and touching passages are surely the sad and painful images of the atrocious attacks perpetrated by Isis in France, which lead to a lucid and severe reflection by André Comte-Sponville on the damage that religious fanaticism has done and still continues to do in people’s minds and lives. Next, images and words from Robert Kennedy’s famous speech on GDP, a unit of economic measurement that indicates the wealth of a people but does not include aspects and activities that are fundamental in determining people’s health and happiness, scroll across the screen. Similar arguments come from the speech of former Uruguayan President Jose Mujica, who calls for more free time for people and less energy spent on work.

Weaving his plot, which takes more and more shape as the minutes go by, Maurizio Zaccaro continues his search for the perfect recipe for happiness by giving voice to individuals: an Italian-Danish couple who explain why Denmark is considered the happiest nation in the world, a nun who has found the meaning of her existence in a humble life entirely dedicated to her faith. Different life experiences, but united by the ability to find joy and satisfaction in a simple and modest life. Indeed, the ultimate goal of The Human Happiness is precisely to show the failure of an entire system which with its unbridled rush toward wealth and the superfluous is inexorably making us all sadder and lonelier, causing us to lose sight of the joy of small things and loving relationships.

Human Happiness seeks in the particular the key to understanding the universal

Human Happiness is an honest and sincere film, which seeks in the particular the key to understanding the universal, providing useful insights into the search for much-needed happiness. A great little film, certainly not for all palates, but one that will stimulate and satisfy those willing to grasp its most intimate essence.

zaccaro-maurizio-felicita-umana.jpg
fel05
La-felicità-umana--696x392
P1000702
P1000619
zaccaro1
04ee3c8fcf299dafe1b642be42ccffb2.jpg
OFF_lafelicitaumana_06
IMG_1140
P1040955
DD367r-XoAAf9sK
19488969_10212837823638146_6692694914655305516_o
Film complet en français

Full movie – English version

UN FILM CHE RENDE FELICI (MA NON SOLO)

A FILM THAT MAKES YOU HAPPY (BUT NOT ONLY)

di Lucia Tilde Ingrosso , 6 aprile 2017

La vita regala privilegi preziosi. Come quello di vedere, martedì, allo Spazio Oberdan, il docufilm di Maurizio Zaccaro “La felicità umana”. Una riflessione filosofica – profonda, originale, colta, disruptive – sul concetto di felicità. Una felicità più sociale, che personale. Più matura, che giovanile. Più cerebrale, che istintiva.
Una riflessione a più voci. Da quella dell’economista e filosofo Serge Latouche (lo senti parlare e ti innamori) a quella del vecchio leone Ermanno Olmi. Senza dimenticare il Papa e un immigrato, un agricoltore biologico e una suora. E tanti, tanti altri ancora, ai quattro angoli del mondo.
Ricco come un documentario, ma piacevole come un film, “La felicità umana” ti riempie e ti soddisfa. Poi, quando si accendono le luci, ti senti piena di mille domande.
Zaccaro non ha certezze né preconcetti incrollabili. Ma qualche idea te la butta là. In ordine sparso… A dare la felicità non è tanto la quantità dei soldi, ma la loro equa distribuzione nella società. Il progresso ha allontanato l’uomo da alcune pratiche che lo renderebbero più felice; tipo: rispettare il Pianeta. Le verità assolute avvicinano più all’estremismo che non alla felicità. Apprezzare ciò che si ha e non volere sempre di più è un ottimo punto di partenza.
Il regista sta portando “La felicità umana” in giro per l’Italia, specie nelle scuole. Ad apprezzarlo, soprattutto i ragazzi. Uno di loro, a Ragusa, a fine proiezione, gli ha chiesto: «Vorrei il dvd, per rivederlo con la mia ragazza». Tradotto: desidero condividere ciò che ho amato con chi amo.

Life gives precious privileges. Like that of seeing, on Tuesday, at Spazio Oberdan, Maurizio Zaccaro’s docufilm “Human Happiness.” A philosophical reflection – deep, original, educated, disruptive – on the concept of happiness. A happiness that is more social, than personal. More mature, than youthful. More cerebral, than instinctive.
A multi-voiced reflection. From that of economist and philosopher Serge Latouche (you hear him speak and you fall in love) to that of old lion Ermanno Olmi. Not forgetting the Pope and an immigrant, an organic farmer and a nun. And many, many more from the four corners of the world.
As rich as a documentary but as enjoyable as a film, “Human Happiness” fills you up and satisfies you. Then, when the lights come up, you feel filled with a thousand questions.
Zaccaro has no certainties or unshakable preconceptions. But he throws a few ideas at you. In no particular order… What gives happiness is not so much the amount of money, but its fair distribution in society. Progress has moved man away from some practices that would make him happier; like: respecting the Planet. Absolute truths bring one closer to extremism than to happiness. Appreciating what you have and not wanting more and more is a good place to start.

The director is taking “Human Happiness” around Italy, especially to schools. To appreciate it, especially the boys. One of them, in Ragusa, at the end of the screening, asked him, “I would like the DVD, to see it again with my girlfriend.” Translated: I wish to share what I loved with whom I love.

NOTA DI REGIADIRECTOR’S NOTE.

Povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”

“Poor is not he who has little, but he who desires infinitely much.”

Ho preso in prestito da Seneca questa frase come Logline del film perché “La felicità umana” nasce da una suggestione ben precisa: provocare una riflessione, magari scomoda, su uno degli aspetti più sfuggevoli dell’esistenza. Cerchiamo la felicità personale, la perseguiamo fino all’ossessione senza pensare che non potremo mai conquistarla perché non ci appartiene, almeno come singoli individui. La felicità intesa come bene interiore ma anche spirituale non appartiene a nessuno, e non potrebbe essere altrimenti vincolata com’è all’economia dei Paesi nei quali viviamo, a loro volta legati indissolubilmente all’economia mondiale.  Che fare quindi per godere almeno una parvenza di felicità durante il nostro fulmineo passaggio su questo pianeta? Secondo il Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, redatto dall’Onu, ci sono Paesi molto “felici” (Danimarca e Australia per esempio, ma anche il Bhutan. L’Italia è solo 50esima) e altri dai quali si fugge per cercare appunto la felicità negata da guerre, tirannie, sopraffazioni e carestie. Ci sono esseri umani che s’illudono di vivere nella felicità, anche se sintetica, perché ricchi e soddisfatti come in uno spot dei biscotti, e altri che non riescono nemmeno a immaginarla, la felicità. Per questi ultimi essa è un aspetto della vita talmente vago da essere come il bagliore del sole allo zenit, così intenso e accecante da cancellare qualsiasi altra cosa visibile nei paraggi: un incubo. Non a caso Oscar Wilde, con la sua consueta quanto tagliente ironia, definì questa paradossale condizione umana così: “Ci sono due tragedie nella vita, due drammi che noi viviamo: uno, quello di non avere ciò che desideriamo; l’altro, di aver soddisfatto il nostro desiderio!”

Viviamo in un circolo vizioso (vivi, produci, consuma, muori), ci disperiamo, lottiamo, sudiamo per poi spegnerci nel silenzio, rimbambiti e soli, magari dentro case di riposo dal nome involontariamente beffardo, come “Villa Felice”.

L’alternativa a tutto ciò non è vivere di ghiande in un’austerità esasperata ma, più semplicemente, cercare di liberarci dall’accumulo, saperci accontentare e così rivoluzionare il concetto stesso di Economia. A quel punto la vera felicità arriverà da sé, grazie alle nostre relazioni sociali, alla vita serena con gli amici, con la propria famiglia, con i figli, decolonizzando così la nostra mente dai bisogni effimeri indotti da un mercato sempre più feroce e cinico, dominato dal “libero scambio” che, come suggerisce il filosofo francese Serge Latouche, è come dire: “libera volpe nel libero pollaio”.

I borrowed this phrase from Seneca as the film’s Logline because “Human Happiness” stems from a very specific suggestion: to provoke reflection, perhaps uncomfortable reflection, on one of the most elusive aspects of existence. We seek personal happiness, pursue it to the point of obsession without thinking that we can never achieve it because it does not belong to us, at least as individuals. Happiness understood as an inner but also spiritual good does not belong to anyone, and could not be otherwise bound as it is to the economy of the countries in which we live, themselves inextricably linked to the world economy. What, then, is to be done to enjoy at least a semblance of happiness during our meteoric passage on this planet? According to the 2016 World Happiness Report, compiled by the UN, there are very “happy” countries (Denmark and Australia for example, but also Bhutan. Italy is only 50th) and others from which people flee to seek precisely the happiness denied by wars, tyrannies, oppression and famine. There are human beings who delude themselves that they live in happiness, even if it is synthetic, because they are rich and satisfied as in a cookie commercial, and others who cannot even imagine it, happiness.

For the latter it is an aspect of life so vague as to be like the glare of the sun at the zenith, so intense and blinding that it obliterates anything else visible around: a nightmare. It is no coincidence that Oscar Wilde, with his usual as sharp irony, defined this paradoxical human condition thus, “There are two tragedies in life, two dramas that we experience: one, that of not having what we desire; the other, that of having fulfilled our desire!”

 Maurizio Zaccaro

Alla ricerca della felicità umana, il viaggio di Maurizio Zaccaro al Festival di Torino di Mattia Pasquini (Nexta)

In search of human happiness, Maurizio Zaccaro’s journey to the Turin Film Festival by Mattia Pasquini (Nexta)

Un obiettivo, che ogni consesso civile dovrebbe condividere con i propri componenti, i singoli uomini e donne che ogni giorno si battono per inseguire sogni e traguardi spesso solo apparentemente reali, o quanto meno illusori. Almeno quando a capacità di realizzare o rendere raggiungibile quella che il regista milanese Maurizio Zaccaro è andato indagando nel suo nuovo documentario, La felicità umana, presentato al Festival di Torino 2016 nella sezione Festa Mobile.

“Non c’è posto per chi si lascia vincere dallo stato delle cose, per chi si lascia sottomettere da un’economia sempre più selvaggia” nel mondo di oggi, ammonisce Zaccaro nella presentazione del suo film, una riflessione sull’essenza più pura e vera della felicità e del nostro vivere moderno attraverso – e con l’aiuto di – una serie di interviste a studiosi, artisti, religiosi e persone comuni (“non ci sono i potenti”, sottolinea): dai registi Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Markus Imhoof e Bruno Bozzetto ai filosofi André Comte-Sponville, Serge Latouche, Carsten Seyer-Hansen, fino all’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica e altri.

A goal, which every civic assembly should share with its constituents, the individual men and women who fight every day to pursue dreams and goals that are often only seemingly real, or at least illusory. At least when to ability to achieve or make attainable what milanese director Maurizio Zaccaro went investigating in his new documentary, Human Happiness, presented at the 2016 Turin Film Festival in the Festa Mobile section.

“There is no place for those who allow themselves to be overcome by the state of things, for those who allow themselves to be subjugated by an increasingly savage economy“ in today’s world, Zaccaro warns in the presentation of his film, a reflection on the purest and truest essence of happiness and our modern living through – and with the help of – a series of interviews with scholars, artists, religious people and ordinary people (”there are no powerful people,” he stresses): from filmmakers Sergio Castellitto, Ermanno Olmi, Markus Imhoof and Bruno Bozzetto to philosophers André Comte-Sponville, Serge Latouche, Carsten Seyer-Hansen, to former Uruguayan President José Pepe Mujica and others.

“Quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli” dice proprio il politico latinoamericano. È il ‘tempo della vita’ contro la ‘schiavitù del lavoro‘, dei consumi: questa la dicotomia, la contrapposizione che emerge a più riprese nella ricerca che per sua stessa ammissione “ha portato lontano” Zaccaro nella sua ricerca di risposte, di leggerezza, di felicità dalla quale però emerge forte una vera e propria “provocazione“.

E una domanda: “è vera felicità?”. Forse no. “Sembra che abbiamo rinunciato all’eccellenza personale e ai valori della comunità in favore della mera accumulazione dei beni materiali” ci ricorda il filmato, evidenziando il modello di felicità che quotidianamente il mercato ci impone attraverso i media, la pubblicità. La commercializzazione di ogni sentimento, immagine, pensiero che attraverso i social e nuovi canali di comunicazione ci siamo ormai abituati a considerare ‘strumento. Secondo la stessa logica per cui ogni avvenimento che viviamo deve essere eccezionale, un evento, unico e irripetibile, anche se standardizzato e seriale… È un caso che tanto i miliziani dell’Isis quanto una suora interpellata concordino sul fatto che la felicità sia tutt’altro, soprattutto in rapporto con la divinità, e che “questa economia uccide”?

“When I buy something, I don’t buy it with money, but with the time of my life that it took to earn it,” says the Latin American politician himself. It is the ‘time of life’ versus the ‘slavery of labor,’ of consumption: this is the dichotomy, the opposition that emerges repeatedly in the research that by his own admission “has taken Zaccaro far” in his search for answers, for lightness, for happiness from which, however, emerges strongly a real “provocation.”

And a question, “is it true happiness?” Perhaps not. “We seem to have given up personal excellence and community values in favor of the mere accumulation of material goods,” the film reminds us, highlighting the model of happiness that the market imposes on us daily through the media, advertising. The commercialization of every feeling, image, thought that through social and new channels of communication we have become accustomed to consider ‘tool. ‘ according to the same logic that every event we experience must be exceptional, an event, unique and unrepeatable, even if it is standardized and serial… Is it a coincidence that both Isis militiamen and a questioned nun agree that happiness is anything but, especially in relation to divinity, and that “this economy kills”?

Forse no. Ma allora: che cosa è e come si raggiunge la felicità? Una domanda tanto semplice, eppure alla quale sembra impossibile rispondere. E che da sempre ispira reazioni non necessariamente banali. E che in questo film – sociale più che filosofico – acquista una valenza quasi rivoluzionaria, anche nel suo contrastare in qualche maniera la globalizzazione cercando di spingere a rivedere le proprie resistenze più o meno consapevoli al concetto di ‘inclusione’. Forse anche per il periodo e le contingenze storiche nelle quali ci troviamo, e che riemergono in molte delle ‘confessioni’ degli intellettuali mostrati, come nelle tante risposte di tante persone comuni che – come dice il regista – “quando parli di felicità sentono di avere una bacchetta magica o di essere in grado di dirti come raggiungerla”.

Perhaps not. But then: what is happiness and how is it achieved? Such a simple question, yet one that seems impossible to answer. And which has always inspired reactions that are not necessarily trivial. And which in this film – social rather than philosophical – acquires an almost revolutionary significance, even in its somewhat countering globalization by trying to push one to reconsider one’s more or less conscious resistance to the concept of ‘inclusion’. Perhaps also because of the period and the historical contingencies in which we find ourselves, and which resurface in many of the ‘confessions’ of the intellectuals shown, as in the many responses of many ordinary people who – as the director says – “when you talk about happiness feel that they have a magic wand or that they are able to tell you how to achieve it.”

Per Zaccaro, “la felicità è stata un viaggio, una occasione per vedere persone che non vedevo da tempo”; un viaggio che lo ha portato in giro per il mondo da solo per tre anni e mezzo – durante la realizzazione di altri progetti – per costruire il suo film, completamente indipendente e mosso dalla frase Seneca da cui tutto parte, in un certo senso: “povero non è colui che ha poco, ma colui che desidera infinitamente tanto”.

For Zaccaro, “Happiness was a journey, a chance to see people I had not seen in a long time”; a journey that took him around the world alone for three and a half years – while working on other projects – to build his film, completely independent and moved by the Seneca phrase from which it all starts, in a sense: “poor is not he who has little, but he who infinitely desires much.”

La felicità umana – 75′ Full HD – 15 euro spedizione inclusa (solo Italia)

https://vimeo.com/504746161

Scrittori a festivalWriters

La Felicità Umana

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Human Happiness.

WGI was founded with the intention of enhancing the profession of screenwriters. The WRITTEN BY section, under the auspices of WRITTEN BY, WGAw’s prestigious magazine, attempts to make up for the great inattention with which film, TV, and web writers are penalized by the media.

“Povero non è colui che ha poco ma colui che ha bisogno infinitamente tanto.” Questa frase di Seneca, citata dal Presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica nel 2012 durante il discorso alle Nazioni Unite, esprime il tema del documentario, che potremmo definire filosofico, di Maurizio Zaccaro. Dopo la proiezione del film al 34esimo Torino Film Festival, fuori dal cinema Reposi c’è il diluvio, eppure, sotto gli ombrelli, i volti degli spettatori appena usciti sono tutti sorridenti. Forse questo film ha davvero trovato il segreto della felicità.

“Poor is not he who has little but he who needs infinitely much.” This phrase from Seneca, quoted by Uruguay’s President Jose Pepe Mujica in 2012 during his address to the United Nations, expresses the theme of Maurizio Zaccaro’s documentary, which could be described as philosophical. After the film’s screening at the 34th Torino Film Festival, there is a deluge outside the Reposi cinema, and yet, under the umbrellas, the faces of the spectators who have just come out are all smiles. Perhaps this film has indeed found the secret to happiness.

Per cominciare, raccontami di questo film.

Questo film è nato un po’ per caso: stavo girando un documentario prodotto dalla Cineteca di Bologna, Come voglio che sia il mio futuro. Io abito a Rimini e, prendendo il treno avanti e indietro, sulla strada c’era un fabbricato che ora non c’è più sul quale c’era un graffito: Nasci, Produci, Consuma e Muori, slogan che arriva dall’ideologia Anarchica; davanti a me sul treno c’erano delle adolescenti che hanno commentato ironicamente: – Che felicità.

To begin with, tell me about this film.

This film came about a bit by chance: I was making a documentary produced by the Cineteca di Bologna, How I want my future to be. I live in Rimini, and as I took the train back and forth, there was a building on the road that is no longer there on which there was graffiti: Be Born, Produce, Consume and Die, a slogan that comes from Anarchist ideology; in front of me on the train were teenage girls who commented ironically, -What happiness.

Mi sono posto la domanda su quale tipo di felicità cercassero dei ragazzi che, leggendo uno slogan del genere, lo rifiutavano a priori. Quelle quattro parole, infatti, contenevano un senso che va al di là dello slogan anarchico: portavano dritto a questo racconto. Ovvero quanto incide l’economia sulle nostre vite.

In Danimarca, il luogo dove ho cominciato a girare, proprio all’arrivo, in aeroporto, al ritiro bagagli, c’è un enorme pannello che recita Benvenuti nel paese più felice del mondo. Peccato che sia la pubblicità di una birra, e anche questo mi ha fatto pensare.

Ho inseguito questo discorso sulla felicità per tre anni e mezzo, tanto sono durate le ricerche e le riprese. A Copenhagen c’è, poi, l’Istituto della Felicità, organismo statale che studia il livello di felicità dei paesi del mondo. Ci sono sette persone che ci lavorano. Proviamo a crearlo qui, un Istituto per la Felicità…. Ti pare sia possibile?

Con questo film parlo dell’economia che ci spinge all’infelicità: è un film-provocazione più che una narrazione. Noi stessi filmmakers sappiamo come indurre la gente a comprare un prodotto che stiamo lanciando sul mercato, noi stessi stiamo in coda dall’alba per avere l’Iphone 8 per essere i primi ad averlo e mostrarlo agli amici. Se non hai quel prodotto non sei al passo con i tempi, hai un gap tecnologico e culturale; ma per ottenere il nuovo prodotto devi lavorare sempre di più e sottrai tempo alla tua vita: si slitta rapidamente verso l’infelicità.

La felicità non esiste, esiste solo la sua ricerca che è indotta dal Mercato. Come dice Serge Latouche, il Mercato, ossia il libero scambio, è Libera volpe nel libero pollaio. La volpe con i suoi artigli è il mercato e le galline indifese siamo noi. Una strage. Ogni spot pubblicitario racconta solo e in modo incessante di come possiamo essere più felici.

La Felicità Umana è un film che deriva in parte da altri film che ho fatto: il piccolo intervento di Ermanno Olmi arriva da Il Foglio Bianco, un documentario che ho realizzato su di lui, quello di Vandana Shiva è preso da Terra Madre, girato in India, ci sono brevi passaggi di Adelante Petroleros, girato in Ecuador. Mi sono accorto, man mano che procedevo nel lavoro, che questi contributi stavano bene all’interno del film che ha un andamento tematico: comincio parlando di immigrazione e finisco parlando di qualità della vita.

I contributi arrivano da persone molto diverse tra loro: ho intervistato quattro registi, Bruno Bozzetto, Ermanno Olmi, Ariane Mnouchkine, Markus Imhoof, quattro artisti che dicono cose inusuali. Imhoff, ad esempio, pone il problema del perché le merci devono girare per tutto il mondo liberamente e gli esseri umani no. Del tutto in armonia con la mia ricerca.

Volevo intervistare Bernie Sanders, candidato allora per la Casa Bianca, che mi interessava più degli altri, ma poi ho deciso di non farlo. Anche se Sanders non è uno dei potenti degli Stati Uniti, non mi piacciono i documentari che intervistano i potenti, i politici. L’unico politico che ho tenuto nel film è Pepe Mujica, che non è un politico ma un guerrigliero.

Il film ha inseguito la Storia e la Storia ha inseguito il film: ero a Berlino mentre arrivavano i migranti, ero a Parigi a girare l’intervista a Latouche due settimane dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo. Ho inserito in questo film delle immagini di quei giorni, a Berlino le file di migranti in attesa di un visto, a Parigi la gente che si ferma attonita, i sacchetti della spesa in mano, in rue Albert: quello è Storia ormai, cioè economia del mondo.

Vivere la decrescita felice, come dice Latouche, non è vivere di ghiande, è capire che forse proprio di quel telefono non ne abbiamo bisogno, che quel collegamento fibra super veloce non è poi necessario. Non sono andato a intervistare chi rifiuta la corrente elettrica o la tecnologia, badate bene. Vicino a Rimini c’è una comunità di persone che vivono così, sentendosi indipendenti e più felici, ma non è quello che io cercavo.

In questo film cerco il legame tra l’essere umano e l’economia imposta del luogo in cui vive. Leggi La favola delle api, di Bernard de Mandeville, scrittore del Settecento. La trovi anche su internet. Un mondo governato dalle api, organizzato, onesto, non può fare a meno dei propri criminali.

Scrittura per Documentario e scrittura per la Fiction: sono strumenti tanto diversi?

No. Lavorare per la Televisione, per il Cinema o per il Documentario sono cose molto simili: raccontiamo delle storie. A volte da sceneggiatori ci viene richiesto di essere leggeri, accattivanti, il pubblico deve essere allietato perché vuole essere felice. Alla Frank Capra. Possiamo dare al pubblico i cinepanettoni, che svolgono benissimo il loro compito, ma non è quello che cerco. Si può fare invece una riflessione più generale sul Cinema Documentario: esiste il Documentario di poesia e di silenzi, come Il grande Silenzio, di Philip Gröning, dove non viene pronunciata una sola parola, dove non c’è

nessuno che ti spiega, o come Le quattro volte di Michelangelo Frammartino che racconta la Calabria senza parole né musica, e c’è un Documentario più guidato.

Nel mio caso sono obbligato a far parlare delle persone non, però, per farle raccontare di se stesse, ma per aiutare lo spettatore a sviluppare un’attenzione più acuta sul ragionamento che gli sto proponendo. La scrittura in un film del genere non esiste. Esiste una scaletta di massima momento per momento, c’è una successione di temi e la storia è condotta a una svolta attraverso le parole delle persone intervistate. Una precisazione sul ritmo di questo mio film: i discorsi degli intervistati sono tenuti volutamente lunghi, diversi dagli incalzanti tempi televisivi. C’è bisogno di tempo per capire.

Il film prende per mano lo spettatore e lo guida attraverso un percorso complicato com’è il parlare della felicità umana senza essere presi per matti, accarezza aspetti inafferrabili della nostra esistenza. Desidero portarvi con me, voi spettatori, a sentire persone che normalmente non potete incontrare. Come ha detto Giorgio Strehler, fondatore del Piccolo Teatro di Milano, anche io cerco di far uscire lo spettatore un po’ diverso da come è entrato.

Non so se ricordi l’Enciclopedia Conoscere: era composta da quindici volumi belli spessi di cui il primo era propedeutico agli altri quattordici e raccontava cosa c’era negli altri. Ecco, se oggi dovessi accarezzare un sogno sarebbe che questo film diventasse come il primo volume dell’Enciclopedia Conoscere: ci sono altri luoghi dove si potrebbe andare, come il Bhutan, dove non c’è il Prodotto Interno Lordo ma la Felicità Interna Lorda, che calcola il benessere della popolazione; oppure, proprio in questi mesi c’è la lotta degli Indiani d’America che combattono contro l’estrazione del petrolio nelle loro terre e vengono presi a fucilate. Non è un caso che siano situazioni che riguardano sempre l’economia dove noi stessi ci agitiamo, sudiamo, diamo l’anima, fino a quando non ci siamo più. Quel giorno, come dice Aleida Guevara nel film, è importante una sola cosa: quello che abbiamo fatto per gli altri.

In questo nostro mondo attuale così instabile c’è ancora spazio per storie inventate? Non è che la realtà sta prendendo il sopravvento tanto che abbiamo bisogno di decifrarla con la sua analisi e non con la finzione?

Puoi raccontare storie. Certo che puoi. Ma devono essere in anticipo sui tempi. Così facendo aiuti lo spettatore a crescere. Questo è l’importante: non dare storie banali. Quando ho realizzato Articolo 2 nel 1994, (che nel 1992 ha vinto il Premio Solinas per la sceneggiatura, ndr), e qui ne La Felicità Umana ne ho inserito alcune immagini, io parlavo di immigrazione. La sceneggiatura di Articolo 2, però, l’avevo scritta negli anni

Ottanta: se guardi bene parlo di quello che sta accadendo oggi. Ugo Pirro, grandissimo sceneggiatore, in Giuria al Solinas, venne a vedere il film finito e commentò che ero troppo in anticipo sui tempi. E’ il saper narrare che è importante, e in questo momento mi rendo conto di quanto sia complicato.

Mi dici cosa pensi della Nuova Legge Cinema?

Non vorrei essere equivocato, ma è una legge che è a favore dell’Industria Cinematografica e ben poco predisposta all’Autore. Se vai a vedere l’evoluzione della Legge precedente, che non difendo, i grandi Produttori faranno sempre meno fatica, i piccoli Produttori indipendenti ne faranno sempre di più.

L’intervista è a cura di Giovanna Volpi

Avatar di mauriziozaccaro

mauriziozaccaro Mostra tutti

Regista e sceneggiatore italiano.
Italian film director and screenplayer.