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MAFALDA DI SAVOIA, il coraggio di una Principessa

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“Non ricordatemi come una principessa ma come una vostra sorella italiana…”

MAFALDA DI SAVOIA

Roma, 19 novembre 1902 – Campo di Buchenwald, 28 agosto 1944

“Era davvero gelosa di quella Croce di Ferro che il Furher le aveva consegnato dopo la nascita del quarto figlio. Gelosa ed orgogliosa. Perché lei, figlia del Re d’Italia, aveva sposato un nobile tedesco, pertanto andava fiera del riconoscimento che la Germania offriva alle madri di famiglie numerose. Oggi, la croce tedesca appartenuta a Mafalda, principessa di Savoia e di Assia-Kassel è custodita dal suo secondogenito Enrico, che vive a Roma…”

“Mafalda di Savoia – dalla Reggia al lager di Buchenwald” – di Cristina Siccardi – Incipit

Mafalda di Savoia e Philipp von Hessen-Kassel

Mafalda di Savoia – Il coraggio di una principessa

ll racconto della vita di una donna che non si è mai abbandonata a facili compromessi. La Principessa Mafalda di Savoia sin da ragazza, e per tutta la vita, ha mostrato grande coraggio e una forza d’animo fuori dal comune nell’affrontare gli ostacoli che si son frapposti tra lei e i suoi obiettivi.

Quando poco più che ventenne incontra Filippo d’Assia, il grande amore della sua vita, Mafalda supera l’opposizione della famiglia, di Mussolini e del Vaticano (Filippo d’Assia era di fede protestante) e riesce a sposarlo. Negli anni successivi, pur essendo divenuta una principessa in parte tedesca, non nasconde la sua avversità ad Hitler e al suo regime. Ciò mette in discussione il suo matrimonio ma lei, nonostante tutto, non abbandona le sue opinioni e riesce perfino a far cambiare opinione politica al marito. L’8 settembre 1943, proprio il giorno dell’armistizio d’Italia, Mafalda viene drammaticamente imprigionata in un campo di concentramento tedesco…

Diretto da: Maurizio Zaccaro

Prime Time: Prima Tv Canale 5, martedì 28 novembre 2006

Numero serate: 2 x 100′


Primo episodio

E’ il 24 agosto 1944, quando gli aerei alleati bombardano il campo di sterminio nazista di Buchenwald. La principessa Mafalda di Savoia (Stefania Rocca), una delle figlie del re d’Italia Vittorio Emanuele III, sposa del principe tedesco Filippo d’Assia (Johannes Brandrup), viene ferita. Ricoverata in condizioni gravissime, la donna inizia a ricordare alcuni episodi del suo passato.

La gioventù dorata, la complicità con la sorella Giovanna (Clotilde Courau), detta Giogiò, la storia d’amore segreta col bel Filippo d’Assia. Una relazione clandestina la loro a causa dell’ostilità del Santo Padre e di Mussolini (Claudio Spadaio) nei confronti dell’unione fra una principessa italiana e un nobile tedesco di religione protestante, discendente di una casata di nota tradizione luterana. Eppure Muti -così è chiamata in casa Mafalda- riesce a spuntarla con il burbero padre contrario alla sua storia d’amore. Sposa Filippo e si trasferisce in Germania dove nasceranno i primi due figli, Maurizio ed Enrico. Mafalda ama molto suo marito ma soffre delle sue continue assenze e del suo coinvolgimento nel nascente regime nazista.
Nonostante l’isolamento ed una polmonite quasi mortale, la bella e fiera principessa italiana dà alla luce un terzo figlio, Ottone.

Nel maggio del 1938 la coppia è costretta ad accompagnare Hitler in viaggio a Roma. La principessa, che non ha grandi simpatie per il Fuhrer non esita a dimostrarlo e attira l’attenzione del gerarca Goering, amico di suo marito, e del maggiore Karl Rudiger (Hary Prinz) che mostra nei suoi confronti una morbosa attrazione. Dopo questi primi screzi con il regime nazista, Goering la tenere sotto controllo da Karl Rudiger.
Una volta scoppiata la guerra, il re Vittorio Emanuele III commette un errore di valutazione e coinvolge sua figlia in una delicata missione diplomatica volta a convincere il cugino, Michele Petrovic, a commettere delle azioni contro la Germania. La Gestapo documenta l’incontro e, per ritorsione, Filippo viene trasferito e Mafalda viene considerata un’avversaria del regime da controllare strettamente.

Dopo pochi mesi, in pieno del conflitto mondiale, Mafalda decide di raggiungere la sorella Giovanna per i funerali del marito, re Boris di Bulgaria, apparentemente avvelenato dai nazisti per la sua opposizione al Fuhrer.
Durante il suo viaggio viene firmato l’armistizio dell’8 settembre 1943: i regnanti italiani fuggono a Brindisi ma Mafalda vuole comunque tornare a Roma, nonostante l’avvertimento della regina di Romania che le consiglia di evitare la capitale.
Dopo aver salutato i suoi quattro figli (l’ultima è la piccola Elisabetta), al sicuro in Vaticano, Mafalda viene attirata con l’inganno nell’ambasciata tedesca e arrestata da Kappler (Dirk Plönissen).

1st episode streaming

Secondo episodio

Mafalda viene trasferita nel lager di Buchenwald e qui internata sotto il falso nome di Frau Von Weber. Il colonnello Karl Rudiger, l’uomo di fiducia di Goering, è incaricato di controllare la principessa e di ottenere informazioni da lei. Rudiger interroga la principessa sull’armistizio firmato da suo padre, valso ai Savoia l’accusa di alto tradimento del regime nazista e la condanna a morte. Mafalda, che non è neanche stata avvertita dai genitori, ammette che lei è la prima ad essere stata tradita.

Filippo, intanto, per ordine del Fuhrer è prigioniero in una villa delle SS e lì viene a sapere che la moglie è stata arrestata ma nessuno sa dove sia.
La principessa non riesce a tener testa alla terribile realtà del campo: nonostante le cure di un’internata messa a suo servizio da Rudiger, Maria (Gisella Burinato), Mafalda cade in depressione e si rifiuta di mangiare. Deperisce talmente da attirare l’attenzione del medico italiano Carlo Maggi (Franco Castellano) che la cura, nonostante il feroce disprezzo per la monarchia che nutre in cuor suo. Purtroppo molti altri prigionieri italiani riversano sulla donna il loro odio per la propria condizione e per la famiglia reale che lei rappresenta. Mafalda reagisce solo di fronte al dolore di una ragazzina, Miriam (Adina Ripitean), la cui madre viene uccisa sotto i suoi occhi.
La protegge e la cura come fosse una dei suoi figli.

Intanto Filippo l’ha rintracciata ed è riuscito a portarla fuori dal campo. Rudiger li insegue, fa arrestare il principe e internare Mafalda, declassata al ruolo di una qualsiasi deportata. Nella baracca comune la principessa ritrova la piccola Miriam e, a questo punto, la solidarietà dei prigionieri politici italiani che imparano ad apprezzarne l’intransigenza. Mafalda rifiuta di firmare una dichiarazione che condannerebbe suo marito, ostaggio di Rudiger, che si diverte a giocare con la vita del principe, anche se alla fine è costretto a rilasciarlo.

Mafalda mostra, ancora una volta il suo coraggio, quando si assume la responsabilità di un tentativo di fuga di cui non sapeva nulla. In questo modo cerca di salvare, invano, i soldati che stanno per essere fucilati per la stessa fuga.
Intanto la supplica di Filippo al vecchio amico Goering non serve: il gerarca gli fa capire che per Mafalda la sorte è segnata. Quando Buchenwald è bombardata e la principessa ferita, il dottor Maggi viene sostituito da un suo collega tedesco che, per ordine di Berlino, uccide Mafalda con un’operazione lunga e complessa. Rudiger, che ha cercato di salvarla, si suicida. La compagna di baracca della donna scriverà una lettera ai figli sulle ultime ore della principessa…

NOTA DI REGIA


Questa è una delle prime fotografie di Mafalda di Savoia che ho trovato durante la ricerca del materiale di documentazione sulla principessa, la sua famiglia, la sua breve vita. È un’immagine bella e rassicurante scattata a Roma poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Mafalda con i suoi tre figli maschi: Enrico, Maurizio ed Ottone. Elisabetta sarebbe venuta al mondo qualche anno dopo. I ragazzi sono sorridenti, spensierati, probabilmente felici e purtroppo ignari, come la loro mamma, della tragedia che li stava per travolgere. Erano Savoia, ma anche principini d’Assia, figli del Langravio d’Assia, Filippo d’Assia, e quindi tedeschi, non solo italiani. Eppure, a volte, la Storia non sembra fare molta distinzione fra i popoli, fra i ceti sociali, fra nobili e gente del popolo, soprattutto quando a scandire il tempo arriva il momento della guerra, dei grandi sconvolgimenti mondiali, degli orrori. Il tempo in cui tutto può succedere.
Ho guardato spesso questa fotografia. L’ho portata con me un po’ ovunque, fino in Romania dove abbiamo girato il film. L’ho appesa ben in vista e ingrandita nei nostri uffici a Bucarest, e poi a Snagov dove avevamo ricostruito il lager di Buchenwald. Volevo semplicemente non dimenticarmi la serenità che traspare da quei volti, la felicità di Mafalda: la felicità di una madre con i suoi figli, non di una principessa, non di una Savoia. Una mamma. Chiunque abbia dei figli sa cosa voglio dire, conosce il valore di un’immagine del genere alla quale, non a caso, viene sempre dato un posto d’onore e ben in vista nelle nostre case.
Mi piace, oggi, pensare a questa fotografia come “logo” ideale del nostro film, come manifesto, come emblema di una storia pubblica ma al tempo stesso molto privata che, purtroppo, ben pochi in Italia conoscono.
La storia di questa principessa, figlia sì di Vittorio Emanuele III di Savoia e di Elena di Montenegro, ma pur sempre una mamma come tutte le altre a cui la storia ha riservato un incredibile destino: quello della più celebre vittima italiana del regime nazista.
Per questo ogni città d’Italia, ogni paese, ha una via o una piazza dedicata al nome della principessa. In suo onore, ad un piccolo borgo in provincia di Campobasso, Ripalta, venne cambiato il nome in Mafalda, dove tuttora gioca una squadra di calcio omonima: la polisportiva Mafalda. Giallonero i colori della casacca. A Mafalda di Savoia sono dedicati inoltre ospedali, scuole, asili nido, centri d’accoglienza, istituti di solidarietà, campi sportivi e piscine.
Eppure la gente, gli italiani che frequentano questi luoghi ben poco conoscono della sua storia. Poche parole vengono dedicate sui testi scolastici al sacrificio di questa donna.
Il re firmò nel 1938 le famigerate leggi razziali, il capitolo più buio della nostra vicenda unitaria e di quell’atto porta intera la responsabilità che niente e nessuno potrà mai cancellare. Ma perché dimenticare che una delle sue figlie, la principessa Mafalda, dopo mesi di umiliazioni, di privazioni e di dolori, morì, sola, nel lager di Buchenwald?
Ideato e prodotto da Angelo Rizzoli, Mafalda di Savoia cerca semplicemente di colmare questa imperdonabile lacuna della nostra memoria. Questo a mio parere è l’indiscutibile valore della televisione d’oggi che, se realizzata con grande impegno, può portare a risultati non solo spettacolari ma anche importanti per i loro contenuti educativi. In un momento in cui il cinema italiano è costretto ad una devastante immobilità, non è poco.

Maurizio Zaccaro, 8 ottobre 2006

Stefania Rocca: per Mafalda di Savoia ho pianto davvero nel lager

ROMA – “Quando mi hanno proposto di interpretare Mafalda di Savoia, sono rimasta perplessa: non sapevo niente di lei» racconta Stefania Rocca «Ho scoperto che non esiste quasi niente, a parte il libro di Cristina Siccardi sul quale è basata la nostra fiction. Niente, o quasi, sul suo carattere, la sua personalità. Perciò sono rimasta ancora più colpita quando ho letto la frase che disse ai compagni di prigionia italiani prima di morire: “Ricordatemi non come una principessa ma come una sorella”. Da lì ho ricostruito la “mia” Mafalda: allegra, amante della musica, romantica, testarda e non formale». Ed è il ritratto una donna vera, quello proposto nel film di Maurizio Zaccaro (in onda domani e mercoledì su Canale 5), interpretato oltre che dalla Rocca, da Franco Castellano, Johannes Brandrup, Clotilde Courau (la moglie di Emanuele Filiberto di Savoia interpreta Giovanna di Savoia), Regina Orioli e Amanda Sandrelli. La Rocca vede Mafalda di Savoia come una principessa lontana dalle favole: trascorrerà l’ ultima parte della vita nel lager di Buchenwald, dove morì nel 1944, a 41 anni, in seguito al bombardamento degli alleati. «Questa donna così “normale”» racconta l’ attrice «ci insegna che c’ è sempre qualcuno che paga per gli errori degli altri. Mafalda era un misto di coraggio e umiltà. Si ritrovò nel lager di Buchenwald, scioccata perché non capiva il motivo della deportazione, ma non smise mai di sperare che venissero a liberarla. Ho pianto mentre recitavo nelle baracche. Sembrava vero. è stato ricostruito tutto nei minimi dettagli. Ho provato un’ angoscia fortissima che mi ha preso al cuore e, alla fine, sono scoppiata a piangere. Siamo abituati a leggere dei campi di concentramento, ma sul set ho vissuto un’ esperienza tremenda». Prodotta da Angelo Rizzoli, scritta da Massimo De Rita e Mario Falcone, la fiction prende il via nell’ agosto 1944 quando Mafalda, internata a Buchenwald da quasi un anno, viene ferita durante un bombardamento. Ricoverata in condizioni disperate nel bordello del campo, inizia a ricordare la sua vita. A partire dalla sala da ballo in cui aveva conosciuto l’ uomo che, a dispetto di tutti, sarebbe diventato suo marito e il padre dei suoi quattro figli: Filippo d’ Assia Kassel. Luterano e lontano dalle strategie matrimoniali utili alla casata, Filippo non era visto di buon occhio dal re d’ Italia Vittorio Emanuele III. Nel ’43 gli eventi precipitano: il Duce viene destituito; il 7 settembre Mafalda riparte da Sofia, dov’ era andata a trovare la sorella Giovanna che assisteva il marito Boris in coma; l’ 8 è a Budapest, il 9 forse qualcuno la informa di ciò che sta accadendo e si appresta a prendere un aereo. L’ aeroporto è già in mano ai tedeschi. Con mezzi di fortuna raggiunge Roma e fa appena in tempo a rivedere i figli; il giorno dopo Kappler la convoca al comando tedesco, per l’ arrivo di una telefonata del marito dalla Germania. Una trappola: arrestata, viene deportata nel lager di Buchenwald, dove è rinchiusa nella baracca numero 15 sotto falso nome (frau von Weber). Al contrario di molte principesse, tiene saldamente in mano la sua vita. Ed è questo tratto di Mafalda ad aver affascinato Stefania Rocca: «Siamo entrambe testarde». L’ attrice (protagonista di Commedia sexy di D’ Alatri accanto a Bonolis) sta girando con Giorgio Pasotti Voce del verbo amore: «Mi sono divertita in tutti e due i film: sono commedie, dopo Mafalda avevo bisogno di ridere».

Fonte: La Repubblica

La fiction in due episodi trasmessa in prima serata Martedì e Mercoledì sulla rete ammiraglia Mediaset ha rivelato la sua autentica identità: un vero e proprio film degno dello schermo cinematografico!!!
L’accurata ricostruzione di ambienti e costumi, e la sapiente capacità di scegliere le “facce” perfette per i ruoli di contorno sono figlie del nostro cinema più nobile e civilmente impegnato; basta citare le lunghe sequenze ambientate nel lager nazista per far tornare la memoria ai tagli d’inquadratura e alle fisionomie dei personaggi di “KAPO’” (1959) di Gillo Pontecorvo, come anche la rappresentazione delle SS rispetta i canoni utilizzati a partire dal Rossellini di “ROMA CITTA’ APERTA” (1945) fino al Monicelli de “LA GRANDE GUERRA” (1959) ed oltre.
Da evidenziare come sia totalmente cinematografica la scelta di far parlare tra loro i tedeschi in lingua originale, sovrapponendo i sottotitoli in italiano alle immagini, abilmente fotografate dalle luci tenui di Fabio Olmi. L’ottima regia di Maurizio Zaccaro rende giustizia all’attenta sceneggiatura scritta con Massimo De Rita e alle interpretazioni della bravissima Stefania Rocca (Mafalda), di Franco Castellano (Aldo Maggio, il prigioniero nel lager) e di tutto il cast, particolarmente efficace nel recitare in presa diretta. ( Fonte: il Quotidiano del cinema/ net magazine)

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia, langravia d’Assia, secondogenita di re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena del Montenegro, nasce a Roma il 19 novembre 1902. Il nome era stato scelto da Vittorio Emanuele, ricordando Matilde di Savoia, figlia di Amedeo III, il crociato fondatore dell’abbazia di Altacomba, e sorella di Umberto III il Beato. Matilde sposò nel 1146 Alfonso di Borgogna, primo re del Portogallo ed ebbe una figlia che chiamò Mafalda (in lingua portoghese Mahalda): promessa ad Alfonso II d’Aragona, la principessa preferì il monastero alle nozze, morendo poi in odore di santità ed è tuttora venerata a Cascia (Perugia). Un’altra Mafalda di sangue blu, ma non di Savoia, fu regina di Castiglia, beatificata da papa Pio VI.
Mafalda cresce in un ambiente più familiare che nobiliare. Quando nel 1900, all’assassinio di Umberto I, Vittorio ed Elena salirono sul trono, cambiano radicalmente la vita di corte. Il Quirinale fu la loro prima dimora, ma scelsero di vivere nell’ala detta «della Palazzina», la zona più raccolta e per ubicazione e per struttura, per poi andare ad abitare a Villa Savoia. Il temperamento di Mafalda era allegro e brillante: estroversa e socievole, trascorse una giovinezza felice, grazie alla forte unione familiare, alla presenza costante e dolce della regina Elena, all’affetto di Vittorio Emanuele III, all’affiatamento con il fratello Umberto e le sorelle, in modo del tutto speciale con la principessa Giovanna. Di indole docile ed ubbidiente, ereditò dalla madre il senso della famiglia, i valori cristiani, la passione per l’arte e la musica. Amava il ballo e in particolare la musica classica, soprattutto le opere di Giacomo Puccini, il quale le disse che proprio a lei avrebbe dedicato la Turandot.
Trascorse infanzia e giovinezza divisa fra Roma e le località di villeggiatura: Sant’Anna di Valdieri, Racconigi, San Rossore. Durante la prima guerra mondiale seguì, con le sorelle Jolanda e Giovanna, la madre nelle frequenti visite negli ospedali ai soldati feriti e collaborando agli innumerevoli atti di carità verso i sofferenti ed i poveri della Regina Elena, donna dall’altissimo profilo spirituale della quale è già introdotto il processo di canonizzazione.
Conobbe in seguito il langravio Filippo d’Assia (1896-1980), principe tedesco, giunto in Italia per i suoi studi di architettura. Le nozze si celebrarono a Racconigi il 23 settembre 1925. Vittorio Emanuele III per la fausta occasione donò alla figlia un piccolo casale romano situato fra i Parioli e Villa Savoia. Alla casa venne dato il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia. Dalla loro felice unione nacquero quattro figli: Maurizio d’Assia (1926); Enrico d’Assia (1927-1999), Ottone (1937-1998) ed Elisabetta (1940).
La principessa di Savoia fu donna coraggiosa che non misurava il rischio quando si tratta di intervenire per gli altri, così come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Hitler progettò la sua vendetta ai danni della famiglia reale italiana e come vittima da immolare indicò proprio la consorte del principe d’Assia.
Mafalda partì per Sofia per stare accanto alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris III re di Bulgaria, era morto per avvelenamento il 28 agosto 1943. La principessa di Savoia non fu messa al corrente dell’armistizio e venne informata soltanto a cose fatte alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla Regina di Romania, mentre stava tornando in Italia. Tuttavia, dimentica di sé, decise di fare ritorno a Roma per congiungersi con i suoi figli e con la sua famiglia d’origine (il marito era prigioniero di Hitler in Germania, alla sua insaputa): era convinta che i tedeschi l’avrebbero rispettata in quanto moglie di un ufficiale tedesco. Con mezzi di fortuna, il 22 settembre raggiunse Roma e scoprì che il re, la regina ed il fratello Umberto avevano lasciato la capitale. Riuscì a rivedere, per l’ultima volta, i figli Enrico, Ottone ed Elisabetta (Maurizio era arruolato in Germania), custoditi da monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, nel proprio appartamento.
La Gestapo, che aveva aperto su di lei un vero e proprio Dossier, fece scattare l’«Operazione Abeba»: cattura e deportazione di Mafalda di Savoia. Arrestata a Roma il 22 settembre 1943, venne imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu poi trasferita a Berlino ed infine deportata nel Lager di Buchenwald e rinchiusa nella baracca n. 15, sotto il falso nome di Frau von Weber. Le venne vietato di rivelare la propria identità e per scherno i nazisti la chiamavano Frau Abeba. Occupò una baracca insieme all’ex deputato socialdemocratico Rudolf Breitscheid ed a sua moglie, e le venne assegnata come badante la signora Maria Ruhnau, alla quale Mafalda, in segno di riconoscenza, le regalerà l’orologio che portava al polso. La dura vita del campo, il poco cibo (che divideva con coloro che reputava avessero più bisogno di lei) ed il glaciale freddo invernale, deperirono ulteriormente il già gracile e provato fisico di Mafalda.
Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager e la sua baracca venne distrutta. La principessa riportò gravissime ustioni e contusioni su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma qui non venne curata. Dopo quattro giorni di agonia, sopraggiunse la cancrena al braccio sinistro che fu amputato con un interminabile e dissanguante intervento chirurgico. Ancora addormentata, Mafalda venne riportata nel postribolo e abbandonata, senza assistenza. Morì a 42 anni, il 28 agosto 1944. Il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald dichiarò che Mafalda era stata intenzionalmente operata in ritardo e l’intervento era il risultato di un assassinio sanitario avvenuto per mano di Gerhard Schiedlausky (poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948), come era già avvenuto per altri casi, soprattutto quando si trattava di eliminare “personalità di riguardo”.
La salma di Mafalda di Savoia, grazie al padre boemo Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ordine degli Agostiniani Premostratensi, non venne cremato, ma fu messo in una cassa di legno, sepolta sotto la dicitura: 262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta). Trascorsero alcuni mesi e sette marinai italiani, reduci dai lager nazisti, trovarono la bara della principessa martire e posero una lapide identificativa.
Dallo studio dell’esistenza della principessa e della sua personalità, emerge la figura di una principessa briosa e mite, intelligente e colta, sempre dedita agli altri; una sposa ed una madre esemplare, di grandissima fede cattolica, sempre pronta alla carità per i più bisognosi e disagiati. Persona semplice, indulgente, benevola e amabile. Piuttosto cagionevole di salute affrontò ugualmente e con amore quattro gravidanze, di cui l’ultima a 38 anni. Donna di grande classe e finezza di tratti, era fortemente ancorata ai valori e ai principi evangelici.
Il destino la segnò crudelmente, ma il martirio di Buchenwald non fu altro che l’epilogo di una vita perennemente spesa e protesa verso il prossimo: per vivere accanto all’amato marito, sopportò il rigido clima tedesco fino a quando non le venne impedito dai medici; accettò di occuparsi del «caso Montenegro» (restaurazione del trono Petrovich) per amore di suo padre e di sua madre non considerando che la Gestapo l’avrebbe pedinata; si recò al funerale del cognato per amore della sorella Giovanna, sebbene l’Europa vivesse giorni di ferro e fuoco; per sentire telefonicamente il consorte in Germania, cadde nella trappola predisposta dall’ufficiale tedesco Herbert Kappler, comandante del Servizio Segreto delle SS e della Gestapo a Roma.
Il sacrificio della breve vita è l’ultimo atto di una scena terrena  occupata prioritariamente dalla presenza del Vangelo nella sua esistenza: anche nel campo di concentramento di  Buchenwald non badò a se stessa, in cima ai suoi pensieri c’erano i figli, il marito, i genitori, gli internati del campo e in particolare agli italiani del lager, ai quali fece sentire tutta la sua vicinanza. Le sue ultime parole furono proprio dirette a loro: «Italiani, io muoio, ricordatemi non come una principessa ma come una vostra sorella italiana».
All’esterno della neoclassica Villa Polissena, nella via oggi intitolata a Mafalda di Savoia, è collocato un piccolo altare composto da un rilievo della Vergine con il bambino (a cui Mafalda era molto devota) e da un busto della principessa, sul piedistallo del quale sono incise queste parole: «Alla memoria di Mafalda di Savoia, principessa d’Assia, nata a Roma il 19 novembre 1902, morta da martire a Buchenwald il 28 agosto 1944». La martire Mafalda di Savoia riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.
Più di centocinquanta vie, piazze, giardini pubblici intitolati a lei (anche in città tradizionalmente rosse come Forlì o Modena), un comune che porta il suo nome (in provincia di Campobasso), cippi e monumenti eretti in suo onore, diverse scuole italiane e club dedicati alla sua memoria… le richieste di intitolazioni topografiche proseguono dal nord al sud d’Italia. Figlia ideale, madre ideale, moglie ideale… principessa dai connotati straordinariamente umani e cristiani, Mafalda rappresenta una vittima sacrificata sull’altare degli olocausti perpetrati in una guerra dove l’odio ha espresso le sue più turpi facce, in una guerra più ideologica che di conquista.

Cristina Siccardi

Io, Mafalda e la neve

E chi la ferma, Stefania Rocca? Lei che è bella e impossibile, quasi certamente non ha più neppure il tempo di guardarsi allo specchio. C’ è il set che l’ aspetta, sempre. Gira il mondo e gira film, uno dietro l’ altro mettendoci l’ anima. E si vede che per lei ogni volta è un piacere, come il primo caffè del mattino. Dopo La Bestia nel cuore di Cristina Comencini, che rappresenterà l’ Italia nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero, e Mary di Abel Ferrara, adesso l’ attrice nata e cresciuta sotto la Mole torna al piccolo schermo con Mafalda di Savoia, una miniserie in due puntate per la regia di Maurizio Zaccaro, che andrà in onda a marzo su Canale 5. Prodotta da Angelo Rizzoli, la fiction tv sulla vita della «principessa triste» di Casa Savoia è stata ambientata in gran parte nelle regge piemontesi che sono il simbolo di una dinastia. E del suo declino. Stefania Rocca, che cosa l’ ha affascinata della storia di Mafalda? «Il suo essere donna in un’ epoca storica drammatica come quella segnata dal nazismo e dal fascismo Era una donna fragile, anche fisicamente, ma con una personalità talmente forte che fino all’ ultimo riuscì a sopportare le peggiori angherie, anche da parte di suo padre, il re». Venne internata in un campo di concentramento, a Buchenwald. «Morì lì, ma non per mano dei nazisti cui invece resistette con coraggio straordinario. Gli anglo-americani nel ‘ 44 bombardarono il lager e la baracca dov’ era rinchiusa Mafalda. Scappando, si riparò in una trincea e lì fu di nuovo colpita, questa volta mortalmente. Mafalda era la secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia, nessuno credo avrebbe mai immaginato potesse fare una fine del genere. Invece, dopo aver sposato il principe Filippo d’ Assia, che era un nobile tedesco vicino a Hitler, si ritrovò ben presto accusata di tradimento dal regime nazista. Così iniziò il suo calvario». Non pensa che su Mafalda si sappia poco, che il suo dramma sia stato un po’ messo da parte nei libri di storia? «Io mi sono documentata leggendo un saggio di Cristina Siccardi che ne ripercorre la vita. Ho pianto per tre mesi, non scherzo. Pensavo a Mafalda e piangevo. Stavo male per lei e per le esperienze tremende che le sono capitate: dai fasti della reggia di Racconigi al campo di sterminio di Buchenwald. Questa è la vera drammatica storia di Mafalda. Per fortuna c’ è una piazza intitolata a lei dove sorge il Castello di Rivoli». A proposito, nella fiction per Canale 5 le location sono quasi tutte piemontesi, no? «Tranne le scene del campo di concentramento, che la produzione ha ricostruito in una zona fuori Bucarest, il resto del film è stato girato a Racconigi, alla Mandria e nella reggia di Stupinigi». Si sente ancora legata a Torino? «è la mia città, il posto dove sono nata, dove vive la mia famiglia. Non potrei mai e poi mai perderla di vista o anche solo provare a trascurarla. Devo dire che oggi ritrovo una Torino ancora più bella, cambiata in meglio. Adoro sempre il fiume, le passeggiate ai Murazzi o sotto i portici di via Po e piazza Vittorio, che è uno degli angoli di Torino cui sono più affezionata». Per promuovere la città, nel 2002 è stata invitata a Salt Lake City, ai Giochi Invernali. Le avevano dato sei minuti di tempo per convincere il mondo che Torino era bella come lei. Ha funzionato? «Penso proprio di sì. Dovevo commentare alcuni spezzoni di film importanti girati a Torino e in Piemonte, ma le immagini parlavano già da sole». Stefania Rocca tedofora. è tutto confermato? «La data è il 10 febbraio, nel giorno della cerimonia inaugurale. Correrò con la torcia attorno alla Mole Antonelliana, che poi per me ha un fortissimo valore simbolico trattandosi della sede del Museo del Cinema. E da sportiva posso dire di essere al settimo cielo. Quando mi hanno chiesto di partecipare come tedofora, ho subito accettato. Perché credo nello sport e nell’ importanza della competizione, ovviamente quando è sana e pulita». Pensa di assistere anche a qualche gara olimpica? «Tutto già programmato. In agenda mi sono segnata le gare di pattinaggio artistico e di velocità e anche qualche maratona dello sci di fondo. Poi, se il tempo me lo consente, mi piacerebbe poter incontrare di persona un atleta». Non può aggiungere altro? «Vuole sapere come si chiama?». è una pura curiosità. «è Giorgio Rocca, il mio omonimo. Potremmo spacciarci per parenti invece neppure ci conosciamo. Lo ammiro, lo guardo in tv, ma non mi è mai capitato d’ incontrarlo»

Fonte : La RepubblicaGUIDO ANDRUETTO sez.

https://www.yumpu.com/it/document/read/27777382/cartella-stampa-mafalda-di-savoia-mediasetit

LE SCENOGRAFIE DI MARCO DENTICI

NOTA SU BUCHENWALD

Insieme ai suoi numerosi campi satellite, Buchenwald costituì uno dei più grandi campi di concentramento nazisti. Le autorità delle SS aprirono Buchenwald nel luglio 1937, circa 8 chilometri a nordovest di Weimar, nella Germania centro orientale. I prigionieri vennero confinati nel settore nord del campo (chiamato il “campo principale”) mentre gli alloggi dei sorveglianti e gli edifici amministrativi si trovavano nella zona sud. Il campo principale era chiuso da filo spinato elettrificato, lungo il quale erano state costruite torrette e postazioni di guardia, tutte dotate di mitragliatrici. La maggior parte dei primi detenuti consistette di prigionieri politici. Nel novembre del 1938, all’indomani della Notte dei Cristalli, le SS e le forze di polizia mandarono quasi 10.000 Ebrei, tutti uomini, a Buchenwald dove vennero sottoposti a un trattamento particolarmente duro. A Buchenwald, le SS internarono anche Testimoni di Geova, Rom e Sinti (Zingari), criminali comuni e disertori dell’esercito tedesco. Più avanti, le SS vi rinchiusero anche prigionieri di guerra di varie nazionalità (inclusi alcuni Americani), combattenti della Resistenza, e funzionari dei governi dei paesi occupati dai Tedeschi.

A partire dal 1941, a Buchenwald medici e scienziati cominciarono a condurre esperimenti sui prigionieri. Questi esperimenti, che riguardavano principalmente alcune malattie infettive, causarono centinaia di vittime. Il complesso di Buchenwald diventò poi una fonte importante di lavoro forzato da impiegare nello sforzo bellico tedesco. Nel 1942, la ditta Gustloff creò un sottocampo di Buchenwald per la propria produzione di armi. Le autorità delle SS e i dirigenti di varie aziende (sia private che statali) trasferirono i prigionieri selezionati in almeno 88 campi satellite, per la maggior parte in fabbriche di armamenti, cave di pietra e cantieri edili. Il numero dei detenuti cresceva rapidamente e nel febbraio del 1945 arrivò a contare 112.000 persone. Periodicamente, le SS effettuavano la “selezione” in tutto il complesso di Buchenwald inviando i più deboli nelle strutture preposte alla cosiddetta “eutanasia”, dove venivano uccisi con il gas. A Buchenwald, inoltre, molti prigionieri non più in grado di lavorare vennero assassinati dai medici delle SS tramite un’iniezione letale di fenolo.

Quando le truppe Sovietiche cominciarono l’avanzata in Polonia, i Tedeschi evacuarono migliaia di prigionieri dai campi di concentramento. Nel gennaio del 1945, dopo lunghe ed estenuanti marce, più di 10.000 prigionieri di Auschwitz e Gross-Rosen, la maggior parte Ebrei, arrivarono a Buchenwald. All’inizio dell’aprile dello stesso anno, all’avvicinarsi delle forze americane, i Tedeschi evacuarono circa 30.000 prigionieri da Buchenwald e dai suoi sottocampi. Circa un terzo morì per sfinimento o fucilato dalle SS. Un’organizzazione clandestina di prigionieri creata all’interno di Buchenwald salvò molte vite grazie ad azioni di ostruzionismo e ad altre tattiche per rallentare le evacuazioni. L’11 aprile 1945, sentendo che la liberazione era vicina, i prigionieri affamati presero d’assalto le torrette di guardia e riuscirono a conquistare il controllo del campo. Più tardi, quello stesso giorno, le forze americane della Sesta Divisione Corazzata entrarono a Buchenwald trovandovi più di 21.000 sopravvissuti. In tutto, tra il luglio del 1937 e l’aprile del 1945, le SS imprigionarono a Buchenwald circa 250.000 persone provenienti da tutta Europa. La mortalità del campo può solo essere stimata approssimativamente in quanto le autorità del campo non tennero una documentazione regolare, ma si calcola che le SS abbiano assassinato almeno 56.000 prigionieri, tutti uomini, all’interno del complesso di Buchenwald, dei quali circa 11.000 Ebrei.

Regia

Maurizio Zaccaro

Soggetto

Massimo De Rita e Mario Falcone. Liberamente tratto dal libro omonimo di Cristina Siccardi.

Sceneggiatura

Massimo De Rita e Mario Falcone

Fotografia

Fabio Olmi

Montaggio

Lili Lombardi

Scenografia

Marco Dentici

Costumi

Simonetta Leoncini (Costumista). Ilaria Belloste (aiuto sarta)

Musica originale

Andrea Guerra

Operatore

Ezio Gamba (Operatore M.d.p.);

Gianluca Fava (assistente operatore)

Trucco

Luminita Costache (Truccatrice); Riccardo Rossini (truccatore di rinforzo); Gloria Cortigiani e Katia Lentini (Truccatrice aggiunta).

Aiuto regia

Florina Petrescu

Casting

Daniela Schiapparelli, Tiziana Torti, Cornelia von Braun, Gianfranco Cazzola. Stefano Prando (A.O.S.M).

Altri credits

Rossella Tarantino (Segretario di produzione); Francesco Beltrame (location manager). Sacha Cappabianca (decoratore). Andrea Cagnassi (video assist). Paolo Nanni (attrezzista di preparazione); Mario Scarzella (Attrezzista aggiunto). Maria Gabriella di Savoia (consulenza storica). Jerry D’Avino (secondo assistente aggiunto hair stylist).

Interpreti

Stefania Rocca (Mafalda di Savoia), Johannes Brandrup (Filippo d’Assia), Hary Prinz (Karl Rüdiger), Silvia Ajelli (Jolanda), Andrei Araditz (Ag. Uff. Gestapo #2), Ciprian Baltoiu (Lt Muller), Michael Brandner (Hermann Göring), Gisella Burinato (Maria Di Buchwald), Fabio Bussotti (Mons. Montini), Mihai Calin (Marinaio #4 Apostolo), Franco Castellano (Aldo Maggio), Victoria Cocias (Regina di Romania), Clotilde Courau (Giovanna di Savoia), Giorgio Crisafi (Questore Marchitto), Carlo Dogliani (Vittorio Emanuele III), Tina Engel (Tony Breitscheid), Adolfo Fenoglio (Generale Puntoni), Emanuele Fortunati (Umberto di Savoia), Sergio Grammatico (Marinaio #1 Magnani), Hans Peter Hallwachs (Rudolph Breitscheid), Christo Jivkov (Michele Petrovich), Joshua Karmann (Padre Steinhoff), Rodica Lazar (Freulein fielher), Renato Liprandi (Vescovo Mons. Beccaria), Renato Mancini (Conte Serra Di Cassano), Alessandro Mizzi (Conte Federico di Vigliano), Silviu Oltean (Ufficial S.S. alleato Filippo), Regina Orioli (Sara), Antonio Petrocelli (Roberto Farinacci), Dirk Plönissen (H. Kappler), Vlad Radescu (Dott. Schuiedlausky), Adina Rapiteanu (Miriam), Bernarda Reichmuth (Tata Luisa Schmidt), Amanda Sandrelli (Ester Sermoneta), Cristian Sofron (Ag. Uff. Gestapo #1), Salvo Sottile (Amedeo Pettini), Claudio Spadaro (Benito Mussolini), Margareta von Krauss (Regina Elena di Montenegro) Ispettore di produzioneRadu Badica, Federico Boldrini Parravicini, Andrea TavaniOrganizzatore generaleAntonio De Simone Golluscio. Fulvio Rossi (organizzatore di produzione). Produzione esecutivaAntonio De Simone ProduttoreAngelo Rizzoli ProduzioneRizzoli Audiovisivi (Roma) con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte DistribuzioneMediaset Collaborazione alla sceneggiaturaMaurizio Zaccaro Assistente di produzioneAlfredo “Fred” Ferrentino, Gianni Pace e festival

Prima Tv: Canale 5, martedì 28 novembre 2006

Ricordando

Margareta Von Kraus ( 1946-2009)

mauriziozaccaro Mostra tutti

Regista e sceneggiatore italiano.
Italian film director and screenplayer.

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