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SOTTO IL SOLE – RACCONTI DI UOMINI, ANIMALI E OMBRE

DALO 12 NOVEMBRE 2022 IN TUTTE LE LIBRERIE E IN E-BOOK

 Prima presentazione di “SOTTO IL SOLE, RACCONTI DI UOMINI, ANIMALI E OMBRE” alla Biblioteca Baldini di Santarcangelo di Romagna. Grazie a tutti per essere venuti a trovarci. Prossimo appuntamento Mondadori Store di Piazza Duomo, Milano. Chi è interessato per altri incontri con l’autore può scrivere a info@vallecchi-firenze.it

C’è un soffio vitale nell’uomo che costituisce la sua parte immateriale ma anche il centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale. Si chiama anima e ogni anima, anche se non avrà più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole, è immortale. In questi dodici racconti dalle atmosfere rarefatte quanto fantastiche si intrecciano i sentimenti dei vivi e la speranza ultraterrena, l’amore, la magia, il mito, la passione ma soprattutto viene sfiorato il più perturbante dei misteri: cosa succede quando raggiungiamo la nostra ineludibile destinazione?  
Sotto il sole  disegna mondi dove l’ignoto è senza limiti e la “resurrezione”, più che l’immortalità, un dono a portata di mano. Una “resurrezione” di corpi e anime, entità forse mai scomparse ma più semplicemente sospese in quel “varco temporale” dove vita e morte non hanno i confini così netti ai quali siamo stati grossolanamente educati. Del resto, come ha detto Vladimir Nabokov, se la vita è una grande sorpresa, non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande.

Copertina e illustrazioni di Roberto Ballestracci  © 2022 Vallecchi Firenze

Prefazione

Emanuela Martini

Una signora in nero con una borsetta rosso fuoco e un’altra in giallo burro, come la regina d’Inghilterra, un colonnello vedovo in pensione, un pianista con una marsina troppo stretta e un po’ logora, una deejay che lavora in radio la notte, un parroco di campagna, e poi coppie che sono state insieme tutta la vita e fanno fatica a separarsi e mamme e bambini con gli occhi chiari come acqua, imprevedibili e visionari. E, insieme agli umani, tanti animali: una gatta bianca con gli occhi azzurri, una nera con un nastro rosa sulla testa, una vecchia labrador con la cataratta e un cucciolo giovane che si chiama Dan- te, un topolino beige e una volpe con una grande coda rossa: sono solo alcuni dei personaggi dei racconti di Sotto il sole – racconti di uomini, animali e ombre di Maurizio Zaccaro.

Indaffarati in attività che sono o, a volte, “paiono” normali, visibili a tutti o ad alcuni, fuori e dentro da condomini, supermercati, fattorie, trattorie, cimiteri, autobus, di giorno come di notte. Dove vanno? Da dove arrivano? Da quali interstizi del tempo e dello spazio emergono per tagliarci la strada, intrecciare le loro vite con le nostre, parlarci, guidarci? E, soprattutto, cosa ci fanno in casa nostra?

Ecco, le case (altre grandi protagoniste di queste storie). Luoghi classici della narrativa fantastica (tutta, anche cinematografica), che passano di mano in mano, da inquilino a inquilino, da proprietario a proprietario, conservando e tramandando ricordi e tracce, visibili o invisibili, degli occupanti precedenti. Case che non vo- gliamo, o non possiamo, lasciare: altrimenti dove vanno ad abitare la signora con la borsetta rossa, la gatta Lea, la labrador Marietta?

Ma, a differenza di quanto spesso accade, le case di Zaccaro, si tratti di appartamenti borghesi o case di campagna decadute, non sono malevole, ostili, pericolo- se ma, in qualche maniera, accoglienti, consolanti, “materne”. La nostra casa, le nostre cose, la nostra anima. Certo, nostra, ma anche di quelli che ci abitavano prima. Da queste secolari coabitazioni nascono gli intrecci tra di qua e di là, tra vivi e morti, più accentuati e stridenti, è ovvio, nel momento del trapasso, quando il nostro corpo sta da una parte e noi, staccati da lui, lo vediamo, e nel frattempo incontriamo nuovi amici e “coinquilini”, quelli che c’erano prima.

Ma andiamo con ordine. I racconti di Zaccaro iniziano, con una certa logica, in una casa funeraria, dove il mingherlino Emilio, un tanatoprattore (il professionista che si occupa delle cure igieniche ed estetiche dei cadaveri prima della cerimonia funebre), sta lavorando sul corpo del suo gemello eterozigote, il corpulento Aurelio, morto suicida. E qui, all’insaputa di Emilio, cominciano le avventure di Aurelio (e le nostre) nel regno delle ombre. Ombre letterali, quelle che ci portiamo attaccate addosso, che possono essere mutevoli e, a volte, dispettose, ma dalle quali, come insegna E.T.A. Hoffmann nel- la Notte di San Silvestro, è pericolosissimo separarsi. I Racconti di Hoffmann, bizzarre storie di anime e ombre vaganti, mercanti di occhi e seducenti automat che prendono vita, tutte ambientante in un inizio 800 quotidiano e concreto, sono certamente una fonte di ispirazione per l’autore, che non si allontana mai da un raggio visivo plausibile e consueto. Ma intorno aleggiano anche altri “padri”: Edgar Allan Poe, con le sue donne dai lunghi capelli corvini o fragilmente bionde, qualche suggestione rossettiano-preraffaellita, con morti per annegamento e acque che turbinano, tocchi di saggezza esopiana, la tenerezza del più triste dei favolisti classici, Hans Christian Andersen, che faceva transitare tra diversi mondi le sue creature, umane, animali, ibride. Anche un soldatino di stagno può avere un cuore e una vita. Figurarsi gli animali che qui, come in tutte le fiabe (per quanto nere) che si rispettino, hanno ruoli importantissimi. Non solo nel primo racconto, ma in molti altri, sono il tramite tra le varie dimensioni, quelli che percepiscono l’ignoto, che “vedono” quando noi sentiamo solo un refolo di aria fredda, che ci aspettano quando li raggiungiamo “di là” per aiutarci ad adattarci alla nuova condizione. Giocherelloni come i cani, chiacchierone come le gat- te, sono presenze indispensabili di quegli appartamenti, quei cortili, quei rifugi dai quali speriamo di non venire definitivamente sfrattati.

Anime in pena? No, piuttosto anime in transito, stupefatte e disorientate, ostinate nella loro permanenza terrena, sempre intente a ripetere gesti amati o solo abitudinari, talvolta con il rimpianto cocente di qualcuno che se n’è andato prima di loro. Oppure legati a luoghi, ad angoli, oggetti, anfratti specifici che hanno rappresentato un momento di svolta, di pura felicità o di angoscioso mutamento nella loro vita: la lavanderia di casa, con quel cestello che gira come un grande giocattolo, il teatro nel quale si è andati in scena tante volte, il letto nel quale distendersi accanto alla padrona, il telefono che continua a squillare nella notte senza che qualcun altro lo senta, un’agendina rossa, una fede nuziale e, naturalmente, urne cinerarie conservate in cima ad armadi e librerie e loculi e tombe amorevolmente accudite o dimenticate.

Ma in questi racconti tutto quanto suggerirebbe il gotico e l’orrore si tinge di “fiabesco”, un fiabesco quotidiano leggermente paranoico (com’è la vita oggi) e sottilmente ironico. Un’ironia che aiuta a sopravvivere, come ci insegnano gli animali parlanti e senzienti di Zaccaro. Questi presunti fantasmi sono benevole presenze/assenze, a volte invocate da coniugi solitari, a volte petulante- mente solerti nell’offrire consigli ai nuovi arrivati, a volte intenti a risvegliarci memorie basiche fondamentali, sen- za le quali non possiamo più andare avanti, né di qua, né di là. Come dire, fantasmi moderni. Tanto moderni che sarebbero efficacissimi se materializzati in quel regno di ombre concrete che è il cinema (o la televisione).

Fu Henry James, probabilmente, a far compiere alla letteratura fantastica il salto definitivo dai furori romantici alle inquietudini novecentesche, non solo con il capolavoro Il giro di vite, ma con tutta la sua ricca, raffinata produzione di racconti fantastici; fu James (sulla scia di Nathaniel Hawthorne e, prima di lui, di E. T. A. Hoffmann) a collocare le sue ombre nel salotto e non in un torrione in rovina, a far apparire gli spettri delle sue dolenti governanti in pieno giorno in mezzo a un laghetto, a rivedere classiche iconografie, a rivelare altari dei morti tra le mura domestiche (non per niente, il padre di James era, oltre che filosofo, psicologo). Frantumando così i confini (e certe convenzioni narrative) tra “noi” e “loro” e ribaltando addosso a noi, al nostro confuso intimo e al peso inesprimibile del nostro passato, eventi e apparizioni singolari e apparentemente inspiegabili. Siamo noi i produttori di unheimlich e, come direbbe Todorov, è la nostra oscillazione perpetua tra il familiare e il non familiare che crea il fantastico. Dalla seconda metà del 900 gran parte della narrativa fantastica del mondo occidentale si è indirizzata soprattutto verso l’orrorifico, con le debite eccezioni naturalmente, compresi Stephen King (ma più il King non-horror di Stand By Me), gli Amabili resti di Alice Sebold (e il film che ne ha tratto Peter Jackson) o Il signor Diavolo (romanzo e film) di Pupi Avati, perdendo un po’ di vista quei misteri, quelle correnti d’aria, quelle impalpabili percezioni che noi e il nostro habitat produciamo. Più fruscii che luccicanze. Maurizio Zaccaro si muove in quella direzione, tenta di aprire uno spiraglio nella porta che noi pensiamo divida due mondi, ma che in realtà regola solo il flusso di due dimensioni sovrapposte e che si apre (e questo è ciò che davvero ci fa più paura) dentro di noi e dentro il nostro passato. E, una volta entrati, questi fantasmi indaffarati e chiacchieroni ci fanno compagnia.

ILLUSTRAZIONI DEL VOLUME:

ROBERTO BALLESTRACCI © 2022

mauriziozaccaro Mostra tutti

Regista e sceneggiatore italiano.
Italian film director and screenplayer.

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