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Said Kateb, algerino, vive in un quartiere da poco sorto nelle campagne dell’hinterland milanese con la moglie Malika e i tre figli. Said è un immigrato della prima generazione con tutti i permessi in regola, quindi “diverso” rispetto ai tanti immigrati semiclandestini e disperati di oggi. Difatti, pur essendo musulmano, è decisamente integrato: ha un lavoro e con il suo stipendio può mantenere la famiglia e anche spedire, di tanto in tanto qualche risparmio a casa, in Algeria. La sua è un’esistenza fatta di fatica ma anche di grande dignità e fierezza e i suoi compagni di squadra, con i quali lavora agli scavi per una nuova linea della metropolitana, lo apprezzano e lo rispettano. Suo figlio Mohamed frequenta, come tutti i suoi coetanei, la seconda elementare, salvo l’ora di religione dalla quale è esonerato, essendo musulmano. A parte questo è un bambino come gli altri, benché a volte debba subire lo scherno di alcuni amichetti che non sorvolano sulla diversità del suo aspetto. La vita di Malika, di Rabia e della piccola Lamia si svolge, così come avverrebbe in Algeria, prevalentemente fra le mura di casa. Il legame con il paese d’origine è forte ed evidente, ostentato quasi con orgoglio, soprattutto nel rispetto delle abitudini e dei rituali, come quello delle preghiere quotidiane alle quali Said, invece, non si unisce. Alla morte del vecchio padre di Said, un’altra donna con tre figli lascia la casa di Ain Safra, in Algeria, per andare a raggiungere Said in Italia. Dopo un viaggio estenuante e non privo di contrattempi, Fatma arriva infine al porto di Genova, dove viene però “fermata” dalle norme in vigore della legge italiana sull’immigrazione, sempre più severa ed intransigente con gli extracomunitari in arrivo. L’arrivo imprevisto di Fatma scombina la routine di Said, che tuttavia la raggiunge a Genova evitandole così l’immediato rimpatrio. Fatma riesce ad ottenere però solo un permesso di transito provvisorio benché sia, a tutti gli effetti, regolarmente sposata – come Malika – con Said Kateb. Due mogli e sei figli, dunque: questa la numerosa famiglia dell’algerino, in regola con le leggi del suo paese e dell’Islam. Pur visibilmente stretti, si sistemano tutti nelle due camere con servizi e balconcino ai margini della metropoli. Ma la legge italiana, se pur lentamente, segue il suo cammino e all’incredulo Said viene notificato il reato di BIGAMIA. Per questa ragione, il Ministero degli Interni nega il visto di soggiorno definitivo alla donna. Sostenuto e consigliato dai compagni di lavoro, Said si rivolge al sindacato e così la sua storia finisce in tribunale. Al termine di un dibattito che mano a mano assume sempre più le pesanti sfumature di un processo, Said viene praticamente messo con le spalle al muro. Il verdetto, infatti, non si rivela altro che un ridicolo “escamotage” ad una situazione che la giustizia italiana non sa come affrontare: Said può pure tenersi le sue due mogli, ma a condizione che non convivano nella stessa casa. Praticamente un ultimatum che lo obbliga a trovare, entro e non oltre 90 giorni, una diversa sistemazione ad “una sua scelta” delle due donne. L’avvocato di Said si scaglia contro quella che definisce una pesante violazione dell’articolo 2 della Costituzione Italiana, ma non può far altro che minacciare di portare il caso all’attenzione dei media. Intanto la vita di Said e della sua famiglia prosegue, scandita dalla quotidianità dei gesti e dallo scorrere del tempo.

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Al suo terzo lungometraggio Zaccaro, pagati i debiti d’ispirazione, sembra aver imboccato una strada più personale con questo film dai vibranti contenuti sociali, in cui però non riesce del tutto ad evitare qualche sottolineatura superflua.

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PREMIO SOLINAS 1991 PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE.-

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L'ARTICOLO 2 -1993

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