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DOVE COMINCIA LA NOTTE

notte

“irwing si guardò attorno e non la riconobbe fra le poche persone che attendevano nell’atrio  i passeggeri del volo da Chicago. L a bella ragazza dsai capelli rossi che aveva viaggiato sul suo stesso aereo si scaraventò fra le braccia di un venticinquenne completamente rasato a zero. Tutti gli altri passeggeri del suo volo sfollavano via raggiungendo l’esterno dell’aereoporto.

Lei proprio non c’era. Nessuna donna sui sessant’anni  “molto piccola e con il naso di tuo padre”.

“Dove  comincia la notte” di Pupi Avati – incipit

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00358201(il manifesto è di Renato Casaro, uno dei più importanti illustratori ancora viventi dell’ industria del manifesto cinematografico.  Su  Sky Arte c’è un bel documentario a lui dedicato: L’ultimo uomo che dipinse il cinema)

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Ritornato nella natìa Davenport, dove ha trascorso l’infanzia, il giovane Irving, figlio di un professore di liceo, per non rientrare nella villa piena di ricordi ereditata dal padre, di recente defunto, dimora signorile dei suoi anni verdi, da cui era partito in tutta fretta con la madre quattordici anni prima, subito dopo il misterioso suicidio della sedicenne Glenda, allieva del padre, prende alloggio in un albergo. Intende infatti fermarsi solo il tempo necessario per attendere alla pratica di donazione della villa ai familiari di Glenda, a titolo di risarcimento per quell’enigmatico suicidio, nel quale risulta in qualche modo implicato il padre, a motivo di un suo legame sentimentale con la giovane allieva. Ma la sera stessa del suo arrivo in albergo, un anonimo, che si dice collega del defunto professore, gli dichiara al telefono che la ragazza è viva…

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Dove comincia la notte, di Maurizio Zaccaro

Fonte: Quinlan –   Voto:

Su soggetto e sceneggiatura di Pupi Avati, Dove comincia la notte di Maurizio Zaccaro si colloca nel solco del mystery all’italiana, qui ambientato in terra d’America, scartando a poco a poco dalle cornici del genere verso un esercizio elegante e intelligente. Un cinema di cui in Italia si sente sempre più la mancanza.

Davenport. Dopo la morte di suo padre il giovane Irving Crosley ritorna in città per occuparsi della cessione della vecchia casa di famiglia. Anni prima infatti suo padre Nat aveva intrecciato una relazione con una sedicenne sua studentessa, Glenda Mallory; a seguito dello scandalo la madre di Irving aveva chiesto il divorzio andandosene dalla città col figlio, mentre Glenda si era tolta la vita. A distanza di anni però alcune testimonianze continuano a sostenere che in realtà Glenda sia viva e che il suo suicidio sia stato solo una simulazione per poter continuare a vivere con Nat di nascosto. Con l’aiuto di alcuni nuovi amici ritrovati in città Irving si mette a indagare…

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Opera prima in lungometraggio per Maurizio Zaccaro, Dove comincia la notte (1991) prende vita da un soggetto e sceneggiatura di Pupi Avati, collocandosi ampiamente nel solco del filone avatiano del mistero, terreno ben dissodato dall’autore bolognese col seminale La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983), e in seguito con altri titoli come Il nascondiglio (2007) e in parte L’arcano incantatore (1996). In tal senso Dove comincia la notte evoca e incrocia anche un ulteriore percorso avatiano, quello “americano”, tanto che il film di Zaccaro fu realizzato proprio con la medesima troupe che negli stessi mesi aveva partecipato al lavoro di Bix (1991) in territorio statunitense – un ulteriore incrocio tra brivido e America sarà poi affrontato da Avati con L’amico d’infanzia (1994) e ancora Il nascondiglio. Avati anzi sembra portare anche in racconti lontani dall’Italia il suo approccio paesano o provinciale: l’America narrata da Dove comincia la notte (così come quella, di tutt’altro genere, di Fratelli e sorelle, 1991) è piccola, lontana dalle metropoli, dominata da schiaccianti dinamiche di controllo, pettegolezzo ed esclusione/inclusione sociale. In sostanza, nel bel film di Zaccaro l’orizzonte sociale non è poi così distante dall’asfittica cupezza padana evocata da La casa dalle finestre che ridono. È meno intenso il sostrato di marcescenti credenze popolari, ma lo stigma sociale resta al fondo il motivo dominante dell’intreccio, con annesso desiderio di espiazione.

Dove comincia la notte si colloca altresì in un ulteriore territorio italiano che lungo gli anni Ottanta si era trovato sempre più in difficoltà, ossia l’ampia produzione di genere e consumo, che proprio con l’inizio del nuovo decennio dei Novanta troverà una progressiva e netta marginalizzazione nel quadro produttivo di casa nostra (quantomeno nel cinema di medio-ricca produzione). Mantenendosi nel solido solco tracciato da Avati nelle sue opere precedenti, anche Dove comincia la notte cerca il brivido tramite un lavoro minimale di messa in discussione della lettura razionale di realtà. Evocando un complesso figurale di lunga tradizione (l’antica magione fatta di corridoi e scricchiolii, strani fenomeni e angoli bui), Zaccaro ribalta innanzitutto il più elementare dei principi di identità e non-contraddizione: chi è morto non può essere anche vivo, chi è passato a miglior vita non può continuare a manifestarsi nell’aldiquà senza ribaltare il senso dell’esistenza stessa. Lungo l’indagine condotta da Irving, figlio di una coppia traumaticamente divorziata dopo il suicidio di una sedicenne, Glenda Mallory, che aveva avuto una relazione col padre, i primi elementi ad aprire anfratti d’inquietudine sono le frequenti riapparizioni della ragazza (mai concretizzate in audio-video, ma solo evocate), apparentemente testimoniate da un’amica e da tracce documentali. Solo a tratti il film di Zaccaro evoca i territori del sovrannaturale: la casa che fu teatro della tragedia continua a dare segnali dal passato (il tintinnio di un lampadario ormai rimosso, gocce che provengono dal soffitto), ma quasi mai il film sprofonda nell’ipotesi del fantasma o del ritorno dall’oltretomba. Sapientemente la regia e il racconto scelti da Zaccaro optano per l’ambiguità, oscillando con esiti intensamente avvincenti tra la soluzione razionale e irrazionale.

Rileggendo dunque scenari classici del brivido, Dove comincia la notte concede in realtà un’ampia parte centrale a un’avvincente ipotesi da paradosso pirandelliano, dove la presunta simulazione di morte è la necessaria moneta di scambio per poter continuare a vivere in una delirante serenità. Zaccaro squaderna un armamentario decisamente competente riguardo a tòpoi convenzionali del mistero, adottando soprattutto un frequente uso di soggettive non attribuite, e lasciando così intuire uno sguardo che spesso, dietro gli angoli degli interni della casa, sembra continuare a vigilare sui movimenti dei protagonisti. Intensa è l’evocazione, molto avatiana, di luoghi inaccessibili e ominosi in spazi chiusi. Le case, spazi razionalmente limitati, conservano sempre infiniti margini di mistero, dove il passo dell’uomo è impedito e lo sguardo scopre i propri limiti di lettura. Giocando con le paure più primordiali dell’essere umano in un’ottica da spavento pressoché infantile, Dove comincia la notte evoca spazi interstiziali tra tetto e stanze abitate (la soffitta de La casa dalle finestre che ridono, riecheggiata poi trent’anni dopo dai cunicoli di Il nascondiglio), metonimia dell’inconoscibile seppur a portata di mano, lì, a un passo dalla camera da letto.

Le case sono anche cumulo di tempo, stratificazioni di eventi, che ripartoriscono ineluttabilmente tracce del rimosso. Libri annotati, smalti per le unghie, piccoli premi per un concorso infantile: il gioco espressivo di Zaccaro s’incardina spesso e sapientemente sulla presenza/assenza degli oggetti. Agli indizi-oggetto che a poco a poco affiorano dalla casa risponde il grande rimosso dell’oggetto-corpo: Glenda Mallory, il padre e la madre di Irving non assumono mai sembianze e ruoli agenti all’interno dell’intreccio, ma restano solo come stratificazioni nella memoria dei personaggi o sotto forma di trasmigrazioni metonimiche in oggetti di scena. Non a caso sarà un oggetto-metonimia, posto sulla tavola da pranzo, a chiudere il racconto in un ammirevole finale.
D’altra parte Dove comincia la notte mostra anche grande sapienza nella costruzione di una storia che sembra andare nella direzione della pura detection, sia pure sull’ambiguo crinale tra razionale e irrazionale, mentre di fatto racconta tutt’altro. L’indagine intorno al destino di Glenda Mallory si tramuta in realtà, per piccoli cenni progressivi, nello scandaglio interiore di un’anima segnata dal trauma. Ancora in linea con le tendenze avatiane del mistero, Dove comincia la notte si chiude infatti con lo sprofondamento nel delirio del detective, destino comune agli Stefano de La casa dalle finestre che ridono e di Zeder (a ben vedere, pure il protagonista di Un ragazzo d’oro, 2014, al momento ultima fatica cinematografica di Avati, va incontro al medesimo percorso). Nel labirinto illeggibile del mistero non solo si perde la certezza della ragione, ma finisce per perdersi l’integrità dello stesso protagonista. La riscoperta del passato, insomma, non si tramuta in chiave vincente per addentrarsi in un univoca realtà storica, bensì diventa cartina di tornasole per la coscienza del protagonista, riportato al confronto con se stesso, coi propri rimossi, con la propria anima vulnerata. Così, esordendo intorno al tòpos della “casa”, Dove comincia la notte dà espressione alla sua metonimia più compiuta nel finale, dove la casa finisce col sovrapporsi e identificarsi con la famiglia, oggetto perduto (magari solo immaginato e idealizzato nella sua eterna letizia) e in tal senso protagonista di un’ossessione delirante. Da una simulata detection, in sostanza, si giunge a un finale in odore di Psyco, avvitato nel medesimo rapporto compensativo con la figura materna.

Non tutto torna: avviandosi al finale il racconto affretta fin troppo il passo, e da Dove comincia la notte l’esigenza spettatoriale di logica e coerenza esce talvolta messa in scacco. Accade spesso col cinema di genere italiano e pure col filone avatiano del mistero. Ma è vincente, per l’appunto, la scelta di narrare lo scacco della ragione. Se quella casa sembra essersi fermata nel tempo (come suggerisce il personaggio di Denny), ciò è dovuto in realtà al blocco temporale/esistenziale di una mente, incapace di elaborare positivamente traumi e dolore, se non avvitandosi con scatto ulteriore verso un’elaborazione delirante.
Scegliendo di evitare effettacci e momenti forti, Zaccaro valorizza così con esiti altissimi l’unico brano in cui il sangue appare in scena: quella coperta sciacquata in vasca, che a poco a poco riporta in vita un antico sangue versato. Frammento potente, perfetta incarnazione di un passato letteralmente rimesso in vita nel presente. Non c’è bisogno di tornare effettivamente dall’oltretomba: il passato si stratifica innanzitutto nelle coscienze, negli oggetti, nei luoghi. Con conseguenze dirompenti. Lì, forse, comincia la notte. In tale direzione sembra infatti assumere senso anche un titolo che appare per lo più occasionale, legato alla pura e semplice evocazione di un orizzonte di genere e mistero. In realtà, la “notte” di Zaccaro sembra cominciare dove la coscienza è messa a confronto coi propri rimossi, territori impercorribili come un oscuro sottotetto.
A nostra memoria Dove comincia la notte fu distribuito a suo tempo con una buona copertura promozionale (il sottoscritto mantiene un chiaro ricordo di trailer molto insistenti sui canali televisivi soprattutto commerciali), per poi essere letteralmente dimenticato. Al momento non è disponibile nemmeno una distribuzione in dvd, ed è un vero peccato. Recuperarlo può essere un’esperienza esaltante, per riscoprire una volta di più un cinema italiano capace di andare altrove, affrontare generi ormai sempre meno consueti nell’attuale produzione nazionale, e soprattutto capace di parlare tramite il genere. Capace di intrattenere, evocare, e riflettere.

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Gold Coast home in Davenport at 412 West 6th Street.. (Jeff Cook/Quad-City Times)

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ZACCARO: DAVID DI DONATELLO 1992 PER MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE

Pur con qualche lungaggine,”Dove comincia la notte” è un film abilmente congegnato su commissione e con un budget di soli 800 milioni. (Maurizio Porro, Il Corriere della sera)E’ abbastanza facile obiettare due cose: che non è poi cosi’ italiano da figurare in una vetrina incaricata di documentare le novità del cinema italiano, e che sfugge palesemente alle convenzioni non scritte del film “da festival”, e da festival come Venezia. (Paolo D’Agostini, La Repubblica)Una “mistery story” a tratti intrigante, a tratti un pò scontata.

Giorgio Spagnoletti

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Si tratta di un giallo di solida scrittura, ma a tutti i film e questo è un pò il suo limite “diverso”. Il film infatti da un lato esibisce un efficace e fluido congegno narrativo, dall’altro sconta l’eccessiva preoccupazione di riproporre gli inflazionati stereotipi del thriller, dell’horror e del fantastico, di evitare certi passaggi topici del genere.

Alberto Castellano, Il Mattino

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Avati ha firmato la sceneggiatura di questo film, che quasi nessuno ha visto, ma che è rimasto potentemente impresso nella mia memoria. Ricordo ancora il trailer: era l’estate 1991 e la voce fuori campo diceva che “a volte la verità ha il volto deforme della follia”. Un bel film, che deve molto a “La casa dalle finestre che ridono” quanto a tematiche scabrose e sensazioni malsane. La storia morbosa del professore che aveva una relazione con la studentessa minorenne, poi morta suicida per lo scandalo; l’abbandono del tetto coniugale da parte della di lui moglie e del figlio; il ritorno di quest’ultimo, dopo la morte del padre, per mettere a posto l’eredità ed indennizzare i parenti della giovane Glenda, chiudendo così i conti riguardo quella brutta vicenda. Ma le cose vanno in modo strano: la presenza della ragazza morta è ovunque, c’è il suo smalto per le unghie, c’è chi giura che sia viva, ci sono porte che si aprono senza spiegazione… Il finale non si può rivelare, ma è meraviglioso: come ne “LA casa dalle finestre che ridono”, è rivelatore, perché la verità si scopre, ma non è affatto consolatorio. Rimane il rimpianto di aver visto questo gioiellino una sola volta, quasi dieci anni fa, durante quello che è stato (a quanto ne so) uno dei pochissimi passaggi televisivi; non è neppure disponibile in dvd.   Riscopriamo pellicole come questa!

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DOVE COMINCIA LA NOTTE

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Ritornato nella natìa Davenport, dove ha trascorso l’infanzia, il giovane Irving, figlio di un professore di liceo, per non rientrare nella villa piena di ricordi ereditata dal padre, di recente defunto, dimora signorile dei suoi anni verdi, da cui era partito in tutta fretta con la madre quattordici anni prima, subito dopo il misterioso suicidio della sedicenne Glenda, allieva del padre, prende alloggio in un albergo. Intende infatti fermarsi solo il tempo necessario per attendere alla pratica di donazione della villa ai familiari di Glenda, a titolo di risarcimento per quell’enigmatico suicidio, nel quale risulta in qualche modo implicato il padre, a motivo di un suo legame sentimentale con la giovane allieva. Ma la sera stessa del suo arrivo in albergo, un anonimo, che si dice collega del defunto professore, gli dichiara al telefono che la ragazza è viva. Altrettanto si sente dire da una coetanea di Glenda, a suo tempo sua compagna di banco al liceo, che afferma di averla incontrata di recente; e ancora da una giovane bibliotecaria, incaricata dal curatore di registrare i libri del defunto, che ha trovato ben nascosto un libro di devozione in latino, tutto annotato dal professore, a mò di diario recente, con riferimenti continui a Glenda. Deciso ad andare a fondo della strana faccenda, Irving si stabilisce nella villa per indagare su quanto vi può esser accaduto. Inevitabilmente il suo soggiorno a Davenport si protrae oltre il previsto, nonostante le frequenti sollecitazioni di sua madre, che lo vuole a casa. Nel frattempo accadono nella villa cose inspiegabili: il tetto, pur appena riparato, lascia filtrare acqua: il telefono, pur staccato da tempo, sembra squillare nelle ore più imprevedibili; dentro un tombino del parco viene rinvenuto un flacone di lacca per unghie, ancora freschissimo. Finchè le affannose indagini del giovane approdano a un incredibile risultato: Glenda è morta barbaramente uccisa dalla madre di Irving.

  • Altri titoli: WHERE THE NIGHT BEGINS
  • Durata: 96′
  • Colore: C
  • Genere: GIALLO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: DUEA FILM – FILMAURO – RAIUNO
  • Distribuzione: FILMAURO – VIVIVIVDEO, PANARECORD

DAVID DI DONATELLO 1992 PER MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE (MAURIZIO ZACCARO).

Pur con qualche lungaggine,”Dove comincia la notte” è un film abilmente congegnato su commissione e con un budget di soli 800 milioni. (Maurizio Porro, Il Corriere della sera)
E’ abbastanza facile obiettare due cose: che non è poi cosi’ italiano da figurare in una vetrina incaricata di documentare le novità del cinema italiano, e che sfugge palesemente alle convenzioni non scritte del film “da festival”, e da festival come Venezia. (Paolo D’Agostini, La Repubblica)
Una “mistery story” a tratti intrigante, a tratti un pò scontata. (Giorgio Spagnoletti, Il Mattino)
Si tratta di un giallo di solida scrittura, ma a tutti i film e questo è un pò il suo limite “diverso”. Il film infatti da un lato esibisce un efficace e fluido congegno narrativo, dall’altro sconta l’eccessiva preoccupazione di riproporre gli inflazionati stereotipi del thriller, dell’horror e del fantastico, di evitare certi passaggi topici del genere. (Alberto Castellano, Il Mattino)

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Brawny Insurance 6:59pm, 26 December 2006

Io mi ricordo un bellissimo film di Maurizio Zaccaro, un giallo e il suo titolo era “Dove comincia la notte.”
Uno di quei film intramontabili anche a distanza di anni grazie ad un ottima sceneggiatura e per le sue dense atmosfere. Pupi Avati è lo sceneggiatore e Maurizio Zaccaro è il regista al suo incredibile esordio! Purtroppo nel mercato Home Video si trova solo la VHS e per ora del dvd nemmeno un accenno.Speriamo che venga riproposto a breve anche in DVD.Un film veramente ottimo come purtroppo ora non se ne fanno più. Ve lo consiglio se amate il thriller d’atmosfera!!!
Da riscoprire e apprezzare. Ambientato in America,con attori americani sconosciuti . Un film molto inquietante e soprattutto intenso,anche grazie all’ottima prova degli attori, credo tutti esordienti come il regista. E’un film dove le angosce sono tutte interiori e ci trascinano e ossessionano assieme al protagonista dall’inizio alla fine. Uno dei finali più inquietanti e criptici che abbia mai visto… se ripenso a quello zoom sull’apparecchio per i denti che spunta fuori accanto al piatto riservato alla mamma del protagonista, Cristo Santo che storia. Perchè un film così raro, ITALIANO, con una tale forza narrativa e una tale bellissima sceneggiatura deve andare perduto? Speriamo almeno che De Laurentiis, il produttore, ne faccia ,un giorno,un dvd… Non pensiamo solo al Napoli o ai film di Natale!

Un appello: lo voglio rivedere! Valutazione 3 stelle su cinque di allix MyMovies
venerdì 15 giugno 2007
Avati ha firmato la sceneggiatura di questo film, che quasi nessuno ha visto, ma che è rimsto potentemente impresso nella mia memoria. Ricordo ancora il trailer: era l’estate 1991 e la voce fuori campo diceva che “a volte la verità ha il volto deforme della follia”. Un bel film, che deve molto a “La casa dalle finestre che ridono” quanto a tematiche scabrose e sensazioni malsane. La storia morbosa del professore che aveva una relazione con la studentessa minorenne, poi morta suicida per lo scandalo; l’abbandono del tetto coniugale da parte della di lui moglie e del figlio; il ritorno di quest’ultimo, dopo la morte del padre, per mettere a posto l’eredità ed indennizzare i parenti della giovane Glenda, chiudendo così i conti riguardo quella brutta vicenda. Ma le cose vanno in modo strano: la presenza della ragazza morta è ovunque, c’è il suo smalto per le unghie, c’è chi giura che sia viva, ci sono porte che si aprono senza spiegazione… Il finale non si può rivelare, ma è meraviglioso: come ne “LA casa dalle finestre che ridono”, è rivelatore, perché la verità si scopre, ma non è affatto consolatorio. Rimane il rimpianto di aver visto questo gioiellino una sola volta, quasi dieci anni fa, durante quello che è stato (a quanto ne so) uno dei pochissimi passaggi televisivi; non è neppure disponibile in dvd. Come afferma l’autore della recensione “Una novità che galleggia nel vuoto”, è veramente spiacevole che un film del genere, notevole per vari motivi, sia stato penalizzato dallo scarso successo di pubblico, mentre certo ciarpame nazionale (e non) ha un immenso successo al botteghino, viene riproposto in migliaia di diverse edizioni dvd e programmato in tv mille volte all’anno, fino alla nausea. Vi prego, riscopriamo pellicole come questa!

Dove comincia la notte (1991)

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Avete presente i trailer cinematografici di una volta capaci di incutere timore e inquietudine con quel vecchio metodo di ripetere il titolo del film tre o quattro volte in un minuto di spot? Dove comincia la notte, girato interamente nel 1990 ma distribuito l’anno dopo è uno di quei casi. Pensato dalla geniale mente di Pupi Avati e diretto da un esordiente, sempre della scuola del regista emiliano, Maurizio Zaccaro, non ha mai riscosso un grande successo, ma curiosamente, per quelli della mia età è rimasto decisamente impresso nella mente e proprio grazie a quel trailer pieno di mistero, una pubblicità che sembrava stesse lanciando il più classico film thriller alla Lamberto Bava o Michele Soavi…sembrava. Altro dettaglio interessante, la locandina: come possiamo vedere la distribuzione italiana (in questo caso la Filmauro) chiese al grafico di turno un’immagine che potesse richiamare più pubblico possibile, facendo così passare il film per un’altra storia ad alto tasso sanguinolento, tipo Sotto il vestito niente. Il film venne distribuito in Italia a partire dal 10 settembre 1991 e con garbo ed in punta di piedi, si portò a casa il David di Donatello 1992 per il Miglior regista esordiente. Sì ok, tutto molto bello (come diceva il nostro Bruno Pizzul), ma di che razza di film stiamo parlando?

Il giovane Irving Crosley (Tom Gallop), assieme a sua madre, è dovuto andare via dal suo quartiere di Davenport in Iowa, dopo lo scandalo in cui era finito il padre, un professore che aveva una relazione con Glenda Mallory, una minorenne che successivamente si suicidò per la vergogna. Alla notizia della morte del padre, la famiglia di Irving manda il ragazzo a firmare la vendita della vecchia magione del professore con un ottimo prezzo alla famiglia della ragazza. Irving, però, viene a contatto con alcune persone della zona che giurano di aver visto Glenda all’interno della sinistra abitazione e che la sua morte è solo un inganno. A questo punto il ragazzo inizia una sua personale indagine cercando di allungare il più possibile il tempo per la vendita, fino a che non scopre…

Facciamo un salto indietro. Il trailer di questo film è chiaramente depistante, in quanto tenta di farci credere che si parli di un glam horror, mentre il film è una classica mystery-story e fra l’altro anche di pregevole fattura. Girato con attrezzature ed attori d’oltreoceano è un prodotto squisitamente nostrano, ma fatto a regola d’arte. Se durante i suoi 90 minuti questa pacata mystery-story non ci mostra nemmeno una goccia di sangue, si dimostra comunque un giallo carico di suspance, che spinge lo spettatore a scavare sempre più nel profondo in modo che il protagonista, detective per caso, trovi una risposta alla domanda delle domande (cosa è accaduto davvero a Glenda?), la quale avrà risvolti alquanto particolari ed è questo che soddisfa maggiormente. Un finale che di certo non vale come quello del meraviglioso Inquilino del terzo piano di Polanski, ma che ne segue il rituale e lo elogia in modo misurato senza prostrarsi compiendo la più misera emulazione. Ma che ho scritto? :)) Sinceramente, un bel film, lontano sicuramente dal capolavoro, ma che seppur volando basso e con toni molto bassi (in certi punti si rischia la noia), spicca il volo e non può dispiacere. Zaccaro e Avati compiono un mezzo miracolo, con pochi soldi, attori sconosciuti e un dosatissimo livello di horror, affidandosi ciecamente alla sceneggiatura. Tuttavia, la grande pecca di questo film sono le musiche, perfettamente in disaccordo con tutto ciò che si vede, una scelta che anche se pensata per sorprendere, vi riesce ma solo in modo negativo. 24 febbraio 2017 di Bellaballò

★★★☆☆

Ricordando Mary Lou Dennhardt

11 Ott 1927 – 7 Set 1996

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Regista e sceneggiatore italiano.
Italian film director and screenplayer.

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