MEMORIA

“When the time comes to leave, just walk away quietly, and don’t make any fuss.”

Bansky

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仏壇

Questa pagina è come un butsudan, l’altare shintoista domestico, per ricordare con chi ho percorso una parte, lunga o breve che sia, del mio cammino.

A ognuno di loro va tutta la mia riconoscenza per il tempo trascorso insieme, per quello che mi hanno insegnato, per l’affetto, l’amicizia, la comprensione, la solidarietà… e tanto altro.

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Luigi Cancellara (Gigi). Milano, 25 gennaio 1950 – Milano, 4 novembre 2018. Architetto

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Ci vorrebbe un intero libro per raccontare tutta la mia vita con Gigi, dalle partitelle di calcio da bambini al “campetto” del Giambellino, all’ultima, come sempre interminabile chiacchierata telefonica di sabato 3 novembre 2018.  Con lui inevitabilmente scompare anche una parte di me perché non bastano i ricordi quando a mancare è l’amico più intimo, il fratello con la quale sono stati creati, amati,  a volte rimpianti,  ma soprattutto condivisi.

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Ermanno Olmi. Bergamo, 24 luglio 1931 – Asiago, 7 maggio 2018 – Regista

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Questa, ed altre fotografie qui di seguito (per gentile concessione di Pier Nello Manoni) sono state scattate nel settembre del 1980 a Volterra, alle pendici del monte Palagione dove stavamo girando “Camminacammina”.  All’epoca ero poco più di un ragazzino e mi occupavo della macchina da presa, quella che Ermanno stringe in braccio nella foto. Caricavo e scaricavo la pellicola, cambiavo gli obiettivi, facevo i fuochi, portavo il cavalletto su e giù per quelle argillose colline volterrane che a volte sembravano franare da un momento all’altro. Vivevamo tutti in una grande casa alla periferia della città, Villa Eoli. Lì, Ermanno aveva non solo installato il suo quartier generale, ma dato vita alla cosa che più gli piaceva, una comunità di individui che condividevano non solo la stessa passione per il cinema ma anche un nuovo modo di farlo, a cominciare da come, al di là del lavoro,  si stava insieme. Qualcosa di molto simile a quello che oggi viene chiamato coushing dove un luogo, magari mezzo in abbandono com’era Villa Eoli, viene riorganizzato e destinato  all’uso collettivo.  Anche in questo caso Olmi era, se così si può dire, in anticipo sui tempi. Non a caso, oggi, il coushing si sta affermando nel mondo come principio base per una strategia di sostenibilità.

Volterra 1980Il mio primo incontro con una sceneggiatura di Olmi è avvenuto proprio a Villa Eoli. Ermanno era dovuto scappare a Volterra per sistemare con il sindaco alcune urgenti faccende di “permessi” . Nel correre via aveva lasciato aperta la porta della sua stanza, che era proprio di fronte alla mia. Eravamo già a Volterra da qualche mese per la preparazione ma nessuno di noi sapeva di preciso che film stava facendo, a parte che era una storia sui Re Magi. Nemmeno l’aiuto regista, Giancarlo Santi  (lo stesso di Sergio Leone) aveva mai letto la sceneggiatura, se non piccoli stralci. Ermanno in quel periodo era molto geloso di quello che scriveva, semplicemente perché per lui la sceneggiatura era qualcosa di mutevole: ogni giorno cambiava le scene, riscriveva i dialoghi, le azioni, ridefiniva i personaggi,  e così via.  Quel giorno, vedere la sceneggiatura sulla sua scrivania, illuminata come qualcosa di sacro dalla lampada da tavolo,  aveva acceso in me un richiamo irresistibile. Erano tre fascicoli, ognuno di un centinaio di pagine, sulla cui copertina era scritto “Camminacammina –  atto primo” ,  e poi secondo, e terzo. Dattiloscritta in forma italiana, cioè su due colonne con l’azione a sinistra e i dialoghi a destra,  era piena di schizzi, disegni, volti, cancellature, revisioni evidenziate a colori. A quel punto la storia del film, sommersa da tutti quei graffiti sovrapposti, era davvero ininfluente. Erano le immagini, i disegni a parlare, più che le parole. Una magia di rara bellezza. Unica nel suo genere. Dove sia finito oggi tutto quel pregevole lavoro non lo so, anche perché Ermanno alla fine di ogni film aveva l’abitudine, ahimè, di buttare via tutto.

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Da allora sono passati quasi quarant’anni: una vita lavorando insieme a progetti e sogni. A volte Ermanno li ha realizzati e sono diventati dei capolavori, in altre occasioni , purtroppo, le idee sono rimaste sulla carta. “Siamo solo saltimbanchi itineranti…” gli piaceva dire, per poi concludere: “L’importante è non perdere la dignità che ogni film, anche il più scalcagnato, deve avere, altrimenti è meglio starsene a casa.”

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Attilio Torricelli, Milano 1919 – Milano 1999 – Direttore di produzione

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E’ l’uomo al quale devo tutto. Il “Torri”, così veniva chiamato, di tanto in tanto veniva alla Scuola del Cinema a parlare del suo lavoro: l’organizzatore. Ma sul set, e nella vita, sapeva fare di tutto: il fonico, l’elettricista, il macchinista, sapeva riparare qualsiasi cosa e, soprattutto, creava empatia con tutti. Un uomo prezioso insomma, e raro.  L’anno in cui l’ho conosciuto, il 1978, veniva dal successo dell’Albero degli zoccoli, a Cannes. Quella sera, alla Scuola del cinema, scoprii che con Olmi non aveva fatto solo quel film ma anche tutti gli altri, a cominciare dai documentari industriali che, insieme, giravano per la Edison, e perfino l’attore in “Il posto”. Alla fine dell’incontro gli chiesi se per caso, con Olmi, c’era bisogno di qualcuno per portare le casse delle macchine da presa e quant’altro sul set.  “A purtà i cass in bun tucc.  Ti che te voret fa, el regista anca ti? Andem ben!” chiese con la schiettezza del dialetto milanese che usava sempre. ( A portare le casse suon buoni tutti, tu cosa vuoi fare, il regista? Andiamo bene.). Ricordo d’aver solo allargato le braccia, come per dire: il regista, io? Ma va là…  Olmi però stava davvero cominciando un nuovo lavoro, un’ inchiesta in dodici puntate per la Rai dal titolo “Quando è arrivata la televisione”. Un documentario più che un film per cui niente troupe, un furgone con le macchine da presa, e poco altro. In quei giorni il Torri si ricordò di me: “Te voret vegni a fa un gir per l’Italia? Ghè saria un lavuret de faa. Ma danee poc, eh?” (Vuoi venire  a fare un giro per l’italia? Ci sarebbe un lavorino da fare, ma soldi pochi, eh?). Anche gratis! Gli risposi. E così sono finito su quel furgone, un vecchio Opel Blitz blu (pieno di proiettori, stativi, cavi elettrici e casse) che per me era, in quel momento, più bello di qualsiasi altra cosa al mondo. La mia vita.

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Virna Lisi, Ancona, 8 novembre 1936 – Roma, 18 dicembre 2014 – Attrice

Roberto Tatti, Prato 1947 – Vibo Valentia 5 maggio 2005 – Aiuto Regista

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Qui il set è in Sri Lanka, nei dintorni di Colombo, per le riprese del film Un dono semplice (2000) ispirato alla vera storia di Suor Nancy Pereira che, all’inizio degli anni Novanta, aveva avviato a Bangalore (circa 1.000 chilometri a sud di Bombay) un “Fondo per i Poveri”, rielaborando l’esempio della Grameen Bank del Bangladesh.

In questa ormai stinta fotografia: Roberto, Virna, io e Murray.

Senza la perseveranza e il sostegno di Roberto, senza l’invidiabile calma di Virna che non vacillava nemmeno di fronte ai coprifuoco decretati dal Governo un giorno sì e uno no (Lo Sri Lanka a quel tempo era devastato dalla guerra civile fra Tamil e Cingalesi) quel film non sarebbe mai venuto alla luce. Roberto non era solo un bravo aiuto-regista, ma una persona speciale, piena di umanità, buonumore, positività.  Virna, nonostante la sua fama e i suoi successi internazionali, era semplicemente una grande donna, l’amica, la complice che tutti desiderano. Oggi, non con mestizia ma ancora con intensa emozione, posso dire: due fra i miei più cari amici.

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Mariangela Melato, Milano, 19 settembre 1941 – Roma, 11 gennaio 2013 – Attrice

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Un solo film insieme, Un uomo perbene, ma abbastanza per capire che Mariangela, più che un’attrice immensa, era la precisione assoluta. Ogni scena ridiscussa con lei prima di girare era una lectio magistralis sulla complicata arte di scrivere dialoghi, ma poi, davanti alla macchina da presa, spesso ritrovava il gusto per l’improvvisazione: “Vè, abbiamo perso un’ora a ridiscutere le battute e po varda chi, l’è minga mej inscì?” . Indimenticabile, insostituibile compagna di lavoro.

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Tullio Kezich, Trieste 17 settembre 1928 – Roma 17 agosto 2009.  Giornalista

L’ultima volta che ho incontrato Tullio è stato in torrido giorno di fine luglio del 2009, in occasione di un’intervista sul Piccolo Teatro che ha voluto concedermi nonostante il male che lo tormentava. Siamo stati insieme per qualche ora nel tuo studio. Abbiamo parlato, scherzato e riso come sempre per le sue sagaci battute triestine sulla vita, sul mondo, e sullo spettacolo, poi ci siamo salutati con un abbraccio. Mi ha stretto forte, sussurrando come un padre, forse ancora di più, poche parole che non dimenticherò mai:  “Ciao Maurizio, ciao, fai il bravo eh, mi raccomando…” (Traduzione: ” Piantala lì con la tv, torna al cinema!)

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Giuliano Gemma, Roma 2 Settembre 1938 –  Roma 1 Ottobre 2013 – Attore

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Era buono Giuliano. Era lui il vero “uomo perbene” del set durante la lavorazione dell’omonimo film. Un signore d’altri tempi. Difficile non volergli bene, ancora più difficile staccarsi da lui a film finito.

Durante una pausa di lavorazione gli avevo raccontato un aneddoto che l’aveva divertito molto. La storia di un Sei in condotta. Quel giorno, la pagella infilata nelle braghe, avevo camminato senza meta per chilometri, fino a raggiungere il naviglio che stava dall’altra parte della città. Non volevo tornare a casa a beccarmi le cinghiate di mio padre, volevo solo sparire dalla faccia della terra per la vergogna. Buttarmi nell’acqua del naviglio e affogare come un sorcio. Perché quel Sei in condotta che aveva così pesantemente influito sugli esami? Cosa era successo di così irreparabile? Alla fine, con il calare della sera, mi ero rifugiato dentro il cinema Alpi, sala di terza visione di Via Ricciarelli, poco lontano da casa, dove si potevano vedere due film alla volta per poche lire: uno era “Un dollaro bucato” con Montgomery Wood (Giuliano Gemma).

Ecco, dissi a Giuliano, se in quel momento così cupo della mia vita qualcuno mi avesse detto  “tranquillo, tutto passa,  un giorno sarai tu a dirigere Montgomery Wood.” l’avrei mandato a quel paese. E invece è andata proprio così.

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Carol Levi,  Roma 1932  – Roma, 27 dicembre 2012 – Agente

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La signora del cinema italiano. Veniva chiamata così Carol, la mia prima agente, perché nella sua lunga carriera ha rappresentato un po’ tutti, da Zeffirelli a Bertolucci, dalla Magnani alla Lisi, la Melato, Suso Cecchi d’Amico, Montaldo, Bellocchio e tantissimi altri. Poi c’eravamo noi, “i miei ragazzi” diceva, ai quali faceva firmare i contratti sulla sua bella scrivania intarsiata, e solo con la sua penna stilografica d’oro, per scaramanzia. Carol aveva una grande dote: sapeva leggere e giudicare una sceneggiatura come nessun altro al mondo. Sapeva in anticipo se un copione sarebbe diventato un film di successo oppure un madornale fiasco. E allora era capace di dire ai suoi clienti che “nel cinema le carriere si fanno più con i no, che con i sì.”

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Vittoria Piancastelli, Roma 20 marzo 1966 – Roma 12 settembre 2015 – Attrice

Mariella Lo Giudice, San Giovanni l P., 6 febbraio 1953 – Catania, 31 luglio 2011 – Attrice

Sul finale di questa clip Mariella e Vittoria recitano insieme. Una scena sublime, fatta di poche cose ma, grazie alla loro magistrale interpretazione, pulsante di vita e verità. Ricordo quel giorno a Catania dove, sulla porta dell’ufficio casting era apparsa Mariella.  “Sono qui per il provino..”  Mariella era così, umile come l’ultima delle comparse, dolce ma al tempo stesso forte e determinata nelle sue scelte. Aveva deciso che le sarebbe piaciuto lavorare con me e così, insieme, abbiamo dato vita ad un personaggio intenso, quello della responsabile dei servizi sociali che si occupa del “Bambino della domenica”, Insieme abbiamo passato alcune giornate all’insegna di un’empatia a dir poco sorprendente. Una  regina del teatro sul set di un modesto film per la televisione.

Durante la riduzione ad un’unica puntata dello Smemorato di Collegno.  dovevo  tagliare ben 100 minuti dai 200 originali. Ebbene, non è stato tolto un solo secondo delle scene con Vittoria che reputo ancora oggi fra le più belle e soprattutto autentiche di quel lavoro. I film sono anche questo: un mondo dove il tempo resta inalterato, consegnato al futuro e alla memoria di chi resta.

Vittoria e Mariella, due giovani amiche scomparse prematuramente alle quali, molto spesso, va il mio pensiero e il mio affetto.

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Carlo SimiViareggio 7 Novembre 1924 – Roma, 26 novembre 2000 – Scenografo

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Carlo Simi è stato uno dei miei più importanti collaboratori. L’uomo, l’artista, l’artigiano del cinema che mi ha insegnato ad amare l’arte della scenografia più di chiunque altro. “Ti metto la donna di marmo sotto questa finestra ma ricordati di girare la scena dopo le 5, quando gli ultimi raggi del sole le daranno vita, vita vera…” E io, da buon regista esordiente, seguivo orologio alla mano le sue preziosissime indicazioni: come potevo minimamente contraddire l’uomo che aveva creato i set di tutti i film di Sergio Leone?

Ricordo il mio primo viaggio con Carlo, sull’aereo della TWA che ci portava in America per i sopralluoghi di “Dove comincia la notte”. Era il gennaio del 1991. Subito dopo il decollo, fra un gin-tonic e l’altro, Carlo racconta di Leone, di come, insieme, trovavano la soluzione ai problemi produttivi che immancabilmente si verificavano durante la lavorazione della trilogia del dollaro e di tutti gli altri film: “Ecco, devi fare come Sergio, non ti devi mai far prendere dal panico anzi, più difficoltà ci sono e più uno s’allena a trovare la soluzione giusta, le zampate di regia, le invenzioni più belle, nascono dai problemi…” Carlo era così: una miniera, un filone al quale attingere conoscenza e mestiere. Guardarlo lavorare era un piacere, ascoltare la sua voce che sembrava affiorare da un torrente sotterraneo dava i brividi, i suoi aneddoti spassosissimi donavano una contagiosa, sublime allegria a tutta la troupe.

Molte di queste cose sono raccontate nel bellissimo libro di Christopher Frayling “Danzando con la morte”, accurata biografia di Sergio Leone che consiglio vivamente a chi ama il cinema, quel Cinema. Carlo è deceduto il 26 novembre del 2000 ma ancora oggi non c’è film che io realizzi senza tenere conto dei consigli e delle geniali invenzioni del mio amico architetto, come gli piaceva essere chiamato. Così facendo, quando mi vedo balenare davanti agli occhi il ciak, è come se sentissi ancora le sue parole: ” Ogni volta che stai per battere un ciak pensa che quell’inquadratura deve fare spettacolo, non deve rompere li cojoni…”

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Lietta Tornabuoni, Pisa 24 marzo 1931 – Roma 10 gennaio 2011 – Giornalista

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Un gelo insopportabile a Berlino. Unico rifugio possibile l’affollato bar del Palast. Tenendo le mani strette alla tazza di tè, Lietta (Giulietta) mi parla di “L’Articolo 2” appena visto alla proiezione per la stampa. Sentire paragonare il mio lavoro a quello di Ken Loach mi fa venire un brivido lungo la schiena. Il giorno dopo quelle stesse parole le trovo scritte sulla Stampa ed è un’emozione impagabile. Stare vicino a Lietta era sempre fonte di grande gioia, occasione di arricchimento personale per la raffinatezza, la puntualità delle sue osservazioni, la profondità del suo pensiero. Non a caso, credo che pochi lo sappiano, discendeva da un’antica famiglia toscana che ha fatto la storia del Rinascimento Italiano, quella dei Tornabuoni, per la precisione da Lucrezia, madre di Lorenzo il Magnifico.

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Giovanni Di Clemente, Roma, 15 aprile 1948 – Roma, 2 gennaio 2018 – Produttore

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Il produttore più simpatico, il meno politically correct, forse il più temerario che  ho avuto. Per lui nulla era impossibile, nemmeno mettere a ferro e fuoco la capitale della Bulgaria, Sofia, dove abbiamo ricostruito Sarajevo per Il Carniere, oppure girare a Rebibbia, Regina Coeli e nel carcere di Bergamo, alla caserma Pastrengo di Napoli e nall’aula-bunker a Cavalleggeri, sempre a Napoli, per Un uomo per bene, girare Un dono semplice a Colombo, Cylon, in piena guerra civile, fra i coprifuochi e gli attentati. Con Gianni ogni film era un’avventura sublime. Alla fine, dopo aver visto la prima proiezione della “sua creatura” era capace di stare seduto in sala, a schermo spento, in silenzio e felice perché il film era venuto “così come lo voleva” , poi cominciava a telefonare a tutti dicendo “Oggi ho visto un bel film!”. Un grande insomma. Non a caso produttore anche di Michele Placido e Mario Monicelli. Oggi, purtroppo, il coraggio e la perseveranza di Gianni, non la vedo più in nessun produttore. Altri tempi.

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Angelo Rizzoli,  Como 12 novembre 1943 – Roma 11 dicembre 2013 –  Produttore

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Per me era semplicemente “Il cumenda”, come suo nonno che aveva prodotto Fellini. Insieme abbiamo lavorato a progetti belli e ambiziosi: Cuore, I ragazzi della via Pal, il Bell’Antonio, Al di là delle frontiere e Mafalda di Savoia. Tutti grandi successi televisivi ma anche unici nel loro genere in quanto qualità produttiva. Ho passato ore nel suo ufficio a discutere di scenografie, sceneggiature, attori ma poi, puntualmente, passavamo a parlare d’altro, soprattutto di calcio perché il Milan era nel cuore di entrambi, e di libri. Mi chiedeva sempre cosa avevo letto di bello e non c’era mai verso di sorprenderlo con un titolo che non conoscesse. Un giorno parlammo di un racconto che mi aveva entusiasmato: “Il barone Bagge”, di Alexander Lernet-Holenia. La storia di uno squadrone fantasma di cavalleria austriaca che si perde nell’immensa pianura pannonica durante la prima guerra mondiale. “Magnifica storia. Sarebbe un film straordinario!” disse. “…Vedrà che prima o poi lo faremo. Lei chi ci vede nel ruolo del Barone? E in quello della ragazza? E dove andiamo a girarlo? ”  Mancava solo la troupe e il film era già pronto.  Il “cumenda” era così, colto come pochi, amante della buona letteratura, ma anche un impareggiabile produttore. La grande R verde.

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