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Censurare vuole dire uccidere un'idea, massacrare un'opera d'arte e chi l'ha creata. Per questo i censori sono da considerare alla stregua dei boia che eseguono le pene imposte dal potere.

LIBRI

IN PREPARAZIONE

La foto di copertina è del 2013 ©. Nemmeno tanto a fuoco per l’improvviso comparire da un sentiero nella foresta dei quattro bambini (che stanno andando a scuola), è stata realizzata nelle vicinanze di El Puyo, nel cuore del territorio amazzonico dell’Ecuador.

Uscita maggio 2019

con MAGGIOLI EDITORE

Estratto 1

Negli anni “ruggenti” in cui frequentavo la Scuola del Cinema di Milano vivevo in due piccoli locali con il cesso fuori, sul ballatoio, in una casa di ringhiera che si affacciava sul Naviglio. In quei due minuscoli locali, arredati alla buona c’erano però due cose particolari: una camera oscura con un ingranditore Diamond e una Prevost “ a tre piatti “ per montare i film in 16 mm.

Oggi, in un mondo dove l’analogico fa ormai parte del nostro remotissimo passato, quell’ingranditore e quella moviola mi mancano enormemente. Non è una banale questione di nostalgia, non è nemmeno una tardiva rivolta contro i pixel ma, più semplicemente, la necessità di tornare a una dimensione più umana del lavoro. Sia in camera oscura che in moviola mi piaceva stare con gli amici, quasi mai da solo. Si scoprivano così, insieme, tante cose, si ragionava, si discuteva, ci si confrontava. Certo, c’era l’ingombro dei materiali che si usavano. Solo la moviola per esempio occupava la metà di una delle due stanze, la camera oscura, separata dal resto con dei pannelli di cartongesso, altrettanto. Restava giusto lo spazio per un letto singolo, un tavolo, un frigorifero e nient’altro. Eppure era tutto quello che serviva per vivere e lavorare. 

Oggi per montare un film basta un Pc, nemmeno tanto grande, un programma di montaggio, un capiente hard disk e basta. Accendere invece quella Prevost 16 mm, sentire il rumore dei rocchetti che trascinavano la pellicola, vedere l’immagine traballante sul piccolo visore, tagliare e incollare la pellicola con la “pressa Catozzo” non era un lavoro ma un rito che pochi, allora, praticavano. Eravamo come i sacerdoti di un tempio dove solo ed esclusivamente agli amici più intimi era concesso accedere. Si montava quasi al buio e questo rendeva l’atmosfera ancora più sacrale. Oggi invece si monta con la luce, davanti a un monitor, fra cellulari che squillano, mail in arrivo e in uscita, i social sempre attivi, gente che entra ed esce dalla “moviola” (perché ci ostiniamo ancora a chiamarla così è un mistero insondabile) come se nulla fosse. Una barbarie senza fine che nuoce alla qualità stessa del lavoro, che destabilizza la concentrazione necessaria alla selezione dei materiali, al loro amalgamarsi con grazia e bellezza.     

Il montaggio è l’essenza di tutto il lavoro cinematografico. Per praticarlo con eccellenza non ci vuole solo padronanza tecnica (quella la si acquisisce in un lampo), occorre invece imporre a se stessi una ferrea disciplina di vita. Entrare in “moviola” vuol dire entrare in un tempio dove nient’altro esiste tranne la fede nell’opera alla quale stiamo dedicando un frammento unico e irripetibile della nostra vita. Montare un film è un modo di vivere, non un modo di lavorare. Per questo il montatore cinematografico dovrebbe essere innanzitutto onesto con se stesso e chiedersi, ogni volta che da un ammasso caotico di materiale girato deve scegliere una scena al posto di un’altra, se la sua scelta è dettata dall’esperienza o, soprattutto, da una visione del mondo che lo rende, in quel preciso momento, più vicino a un vero artista che a un tecnico.

 – Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. – diceva San Francesco d’Assisi. A volte, a un montatore ogni regista chiede esattamente questo: l’impossibile. E l’impossibile è raggiungibile solo con la disciplina interiore, non con una vita dissoluta. Solo così si mette in evidenza il talento perché il vero artista non è, come spesso si dice – maledetto – ma, più semplicemente consapevole del proprio ruolo, e quindi delle sue capacità e dei suoi limiti. 

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La magia della moviola la potete vedere in questo corto di Ermanno Olmi, solo un minuto e mezzo, realizzato in occasione di “Venezia 70 – Future Reloaded”

Red line vecto

BLEU 

MAGGIOLI EDITORE 2017

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