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"Lo sceneggiatore è un tale che attacca il padrone dove vuole l'asino." Ennio Flaiano

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Red line vecto

La libertà scritta sullo schermo

«Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io
penso che in questa ricerca l’Africa salverà noi e 
non viceversa, perché ci farà conoscere e ci
riporterà al punto delle origini. Se abbiamo
bisogno di aiuto chiediamolo a loro»
– Ermanno Olmi –

Capita spesso che l’allievo arrivato ad un determinato punto del proprio percorso professionale ed umano, scelga di omaggiare il maestro, colui che alimenta con la linfa vitale quell’humus acerbo che ci spinge verso una passione. E’ toccante quando questo omaggio si realizza mettendo in campo proprio quegli strumenti e quegli sguardi acquisiti dal maestro. Come regalo per i suoi 80 anni – e forse anche per il bentornato al cinema (Ermanno Olmi aveva affermato che Centochiodi (2007) sarebbe stato il suo ultimo film) – Maurizio Zaccaro sceglie di girare un film-documentario, Un foglio bianco, seguendo passo passo la lavorazione de Il villaggio di cartone di E. Olmi. Il film di Zaccaro riesce ad essere un preambolo (o prosecuzione a seconda dell’ottica) dell’apologo di Olmi, ma allo stesso tempo si rivela come un lungometraggio a sé. Potremmo letteralmente dire che in campo c’è una macchina da presa, “invisibile”, guidata acutamente da una persona familiare, tanto da essere accettata nonostante la riservatezza del maestro.
La prima inquadratura quasi si fonde simbolicamente con l’ultima de Il villaggio di cartone, un ingresso in scena evocativo per far posto agli “appunti” sul film di E. Olmi.  Disegni, piante delle location, campi-controcampo che coesistono in un incontro.
Un foglio bianco palesa ad ogni fotogramma che si sussegue un montaggio attento (Dario Indelicato) guidato da un’idea registica ben precisa: mettere nero su bianco il farsi della poetica di Olmi nella sua artigianalità, tecnica e umana. Il film di Zaccaro sembra rispondere alla legge: dal particolare all’universale perché anche se è stato girato in occasione delle riprese de Il villaggio di cartone la mano del regista-maestro è inconfondibile. Colpisce vedere come uno dei maestri della cinematografia italiana rifinisca col pennello il Cristo senza demandare esclusivamente alle maestranze, avendo coscienza dell’importanza del suo occhio anche nel lavoro tecnico. E’ nella parte dei casting che i segreti del mestiere emergono con maggiore potenza perché la chiave non è essere meccanici, ma sapere di essere delle persone, gli uni di fronte all’altro. Qui capita un episodio simpatico, emblematico della semplicità con cui un maestro si pone, il dialogo tra l’attore (coloro che interpretano gli immigranti sono al loro debutto) e il regista. “E come si chiama?” “Olmi, come gli alberi…” “Uhmm, e di cosa si occupa?” “Di fare questo film…”.
Un foglio bianco si fa scrivere  dall’impronta di un artista che segue i suoi attori giorno dopo giorno, capendo ogni giorno qualcosa in più con loro; basta un pensiero, un’intenzione che corre lungo quei silenzi e quelle parole per dar corpo ai personaggi di un film non realista ed iperconcreto. Sembra un lusso per noi spettatori viaggiare nel lavoro che sottende un film presi per mano da allievo e maestro, Un foglio bianco ci regala questa possibilità, soprattutto, andando oltre lo specifico film(ico), si addentra in quello che è il cammino simbolico intrapreso da Olmi. Un maestro che preserva la semplicità per approdare al simbolico che si – e ci – libera delle sovrastrutture socio-culturali. Con vigore, Ermanno Olmi rivendica la sua libertà e questo forse è il monito più importante che può lasciare al suo allievo, Maurizio Zaccaro (formatosi a Ipotesi cinema, ideato da E. Olmi e Paolo Valmarana), e a noi tutti. «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento».

Maria Lucia Tangorra

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La recensione su Un foglio bianco

Il foglio di Ermanno Olmi, a sentire lo stesso regista in questo bel documentario, è sempre bianco: impossibile girare per lui con una sceneggiatura ‘blindata’, il film viene creato di giorno in giorno, costantemente modificato, smussato, innovato. Il foglio bianco rappresenta la massima libertà, e a ottant’anni, conclude Olmi nella sequenza di chiusura del film, è legittimo goderne. Maurizio Zaccaro conosce bene il regista lombardo e ha così il più libero accesso al set de Il villaggio di cartone; la combinazione è perfetta, perché Olmi è altrettanto a suo agio con le telecamere attorno mentre sta preparando o girando il suo film.

Anzi, a guardar bene Un foglio bianco ha un solo grande protagonista, pur in tanto marasma di persone, luoghi e situazioni che si accavallano come è normale che sia su un set cinematografico: il mattatore è appunto Ermanno Olmi. Incontenibile nel suggerire i personaggi agli interpreti, nel richiedere i minimi dettagli agli scenografi, nel raccontarsi a Zaccaro con una lucidità impressionante, meravigliosamente adornata da una parlata forbita (anche se una parolaccia, a un certo punto, gli scappa) e mai ostentatamente colta.

I protagonisti Michael Lonsdale e Rutger Hauer sfilano abbastanza rapidamente nel documentario; a interessare di più Zaccaro e lo stesso Olmi sono le comparse africane che si presentano al casting: chi parla italiano correttamente, chi a malapena, chi ha un passato orribile da raccontare, chi una vita ormai stabile, sono comunque tutti capaci di lasciare un segno nel film. Perché è l’Africa che finirà con il salvarci, e non viceversa: lo sostiene la profetica didascalia finale firmata dallo stesso Olmi.

Sulla trama

Il casting, la preparazione del set, il trucco, lo studio dei personaggi con gli attori, le riprese: uno sguardo sulla lavorazione de Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi.

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L’OMAGGIO. Zaccaro: «Porto a Venezia il segreto di Olmi»


Avvenire. Luca Pellegrini sabato 6 agosto 2011
Alla Mostra di Venezia sarà svelato «il segreto» di Olmi. Di un maestro del cinema sempre riservato, nascosto nel suo “bosco vecchio” di Asiago o “dietro i paraventi” di un’esistenza contadina. Ad alzare il velo sarà Maurizio Zaccaro, suo storico collaboratore fin dai tempi di Cammina cammina, che è stato autorizzato dal suo maestro a seguirlo, prima e durante le riprese, con una piccola telecamera hd e un microfono. Così, in Controcampo italiano, arriva il suo sincero omaggio: Un foglio bianco. Appunti sul film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone. Ma che cos’è il foglio bianco? Il titolo si aggancia a una battuta molto bella che fa Olmi sul set: «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, un attimo prima di battere il ciak, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento». Ecco: il foglio bianco è Olmi. Come nasce il suo lavoro?È frutto di una lunga amicizia e collaborazione, il privilegio raro e unico di poterlo riprendere mentre prepara il film, in tutti quei tasselli del suo lavoro assai poco conosciuti. Sono questi i suoi «segreti». Oggi c’è l’imbarbarimento del lavoro del regista, che arriva sul set e dice: azione. Olmi invece, non banalizza il lavoro di nessuno. Per questo dedico il mio film a chi vuole fare il cinema e al cinema come andrebbe fatto.Come ha seguito Olmi al lavoro?Non c’è un’intervista vera e propria, ma il racconto della sua “filosofia del lavoro”, del suo modo di lavorare, che vediamo per la prima volta. Qual è la «filosofia del lavoro» di Olmi?Massima onestà nei confronti dell’idea perseguita, che può variare a seconda degli umori e degli incontri, ma che lui non tradisce mai.Ci dobbiamo attendere un ritratto inaspettato di Olmi?Quello che ne esce, secondo me, è soltanto il ritratto di un uomo che ama forsennatamente il proprio lavoro e l’onestà integerrima con la quale viene proposto e offerto al pubblico. Un foglio bianco fa capire anche la densità professionale di Olmi. Come, ad esempio, quando prende in mano un pennello per ritoccare un pezzo di scenografia: è il piacere di fare il regista, che gli scorre nelle vene fino a quel livello.In questo mestiere, quali sono le virtù che più gli riconosce?L’umiltà, la disponibilità a parlare con tutti, con un operaio che sta piantando un chiodo, un attore che sta provando la parte. Scatta un meccanismo di complicità totale tra le persone che aiutano Olmi e Olmi che aiuta le persone. Tutte coinvolte ora nel «Villaggio di cartone». Quale film vedremo?Veramente non è un film di finzione, sarà una grande sorpresa, molto particolare. Tanto è vero che non è «un film di» ma, come ha voluto lui, «un apologo di». Ermanno dimostra questa volta di volersi esprimere su altre tematiche e con altre forme. Si toccherà con mano ciò che succede a questi poveri personaggi, approdati non solo in Italia, ma sul set del più grande regista italiano vivente.In questo ritratto scopriremo realizzato quanto il Cardinale Ravasi, suo caro amico, gli riconosce: «una straordinaria bontà quasi strutturale, illuminata da uno sguardo chiaro e luminoso».Ermanno ha fatto la storia del cinema e della cultura con uno sguardo completo sulla nostra società. Questa volta i suoi occhi buoni si sono fermati sugli extra-comunitari, che ha incontrato a uno a uno durante il casting: con tutti, dal primo all’ultimo, è nata una spontanea, istintiva, reciproca amicizia. È la sua straordinaria bontà, appunto.
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GALLERY

Photos by  Kash Gabriele Torsello © 2011

Il Villaggio di Cartone Diretto da Ermanno Olmi

Il Villaggio di Cartone Diretto da Ermanno Olmi

Ermanno Olmi con il Direttore della Fotografia Fabio Olmi.

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Il Villaggio di Cartone Diretto da Ermanno Olmi

IL VILLAGGIO DI CARTONE.BARI 25 OTTOBRE 2010

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Il Villaggio di Cartone Diretto da Ermanno Olmi

Il Villaggio di Cartone Diretto da Ermanno Olmi

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